Quali sono i trend del futuro del lavoro?

Ne abbiamo parlato con Ottavio Maria Campigli*, Senior Equity Partner e Founder di W Executive

Intervista a cura della Redazione









Quando avete fondato W Executive?  Quanto siete cresciuti, quali sono i settori che seguite e per quali categorie (dirigenti, quadri, professional, …)?

Abbiamo fondato W Executive all’inizio del 2022, partendo da un team di professionisti con consolidate competenze nell’executive 
search e con l’obiettivo di creare una realtà imprenditoriale italiana che fosse dinamica, innovativa e dal respiro europeo, capace di rispondere alle sfide del mercato post-pandemico e del nuovo paradigma economico-finanziario.
Oggi contiamo oltre 400 dipendenti su 5 Paesi: Italia, Francia, Spagna, Svizzera e UK. Operiamo in tutti i settori e su tutti i livelli retributivi, dal middle management fino all’executive search di alti dirigenti. Il team è cresciuto rapidamente, utilizzando tool proprietari per garantire un approccio basato sui dati, ma anche e soprattutto su solide competenze che hanno permesso un approccio sartoriale e strategico nel servire fondi d’investimento e le molte aziende committenti che ci hanno dato fiducia in questi anni.

Quali sono i settori più dinamici, con maggiore richiesta di figure professionali?

Alcuni tra i settori più dinamici sono certamente il farmaceutico, la logistica e quelli caratterizzati dall’evoluzione tecnologia e dall’innovazione, specialmente con riferimento a fintech, agritech, healthtech e a innovazioni come cloud, cybersecurity e naturalmente all’AI. A titolo di esempio, McKinsey stima che la domanda globale di specialisti tech crescerà del 20-30% annuo nei prossimi 5 anni, con un gap di competenze stimato in oltre 85 milioni di lavoratori nel mondo. 
Anche i fondi d’investimento sono molto presenti nella domanda di capitale umano, perché sempre più attenti alla qualità dei team delle società partecipate al fine di ottenere risultati significativi. 

Quali sono le figure professionali maggiormente richieste?

Le aziende cercano figure capaci di unire visione strategica, spirito imprenditoriale e grande capacità di esecuzione operativa. Le posizioni più ricercate includono CEO, General Manager, Chief Revenue Officer, CFO con esperienza in contesti VC-backed (Venture Capital backed), così come CTO, Head of Product, Product Manager e Tech Lead.
Ma al di là dei titoli, il vero fattore distintivo è il mindset: oggi servono persone in grado di tradurre le idee in azioni concrete, guidare in contesti incerti e costruire team resilienti, motivati e orientati al risultato. Le soft skills evolute – come la leadership adattiva, la capacità decisionale e l’intelligenza emotiva – stanno diventando un elemento chiave anche nei ruoli più tecnici. In sintesi, ciò che fa davvero la differenza è la capacità di coniugare pensiero strategico e operatività quotidiana, visione e messa a terra.
Ottavio Maria Campigli, Senior Equity Partner e Founder di W Executive

Ottavio Maria Campigli, Senior Equity Partner e Founder di W Executive

Quali profili e competenze richieste dalle imprese sono difficili da trovare?

Oggi è sempre più complesso trovare professionisti che sappiano integrare competenze digitali con visione d’insieme, pensiero critico e capacità di execution. Secondo McKinsey, oltre il 60% delle aziende considera la resilienza organizzativa una priorità strategica, ma solo una parte dei talenti sul mercato possiede le skills per tradurla in pratica.
Le imprese cercano profili flessibili, capaci di affrontare l’ambiguità, lavorare con risorse limitate e portare risultati tangibili anche in ambienti ad alta pressione. Questo vale soprattutto per contesti come startup o partecipate da fondi, dove la velocità e la pressione sono elevate. Le skills rare? La lucidità sotto stress, la capacità di ripartire dopo un fallimento, l’attitudine a trasformare la complessità in azione concreta. È su queste competenze che si giocherà gran parte della competitività futura delle aziende.

Quale impatto sulla ricerca di personale sta generando la transizione digitale e l’intelligenza artificiale?

L’adozione dell’IA e la digitalizzazione stanno ridefinendo ruoli e processi. Molte professioni stanno evolvendo, mentre altre stanno emergendo da zero. Anche nella selezione, l’IA sta ottimizzando le fasi più analitiche, ma il fattore umano resta insostituibile e quanto mai cruciale: capire le motivazioni, il potenziale, la cultura del candidato e la sua capacità di esecuzione e adattamento richiede ancora esperienza e sensibilità. Un report McKinsey del 2024 sottolinea che le aziende che investono nella formazione sulle soft skills hanno performance finanziarie superiori del 25% rispetto a chi si affida primariamente alla tecnologia. Per questo, le aziende chiedono professionisti con un mindset “AI-ready” e forti doti umane: appassionati, curiosi, flessibili, capaci di imparare rapidamente e di collaborare efficacemente in team multidisciplinari.

Quali competenze e leadership sono a prova di futuro e saranno sempre apprezzate, nonostante i cambiamenti?

Le competenze “future-proof” sono soprattutto trasversali. Tra queste individuerei:
  • Adattabilità: saper evolvere insieme al contesto
  • Pensiero critico e sistemico: affrontare i problemi con visione
  • Capacità di messa a terra: tradurre le strategie in risultati misurabili
  • Resilienza: saper affrontare l’errore, reggere la pressione e ripartire con lucidità
  • Intelligenza emotiva: ascolto, empatia, autoregolazione
Harvard Business Review (2022) indica che il 90% dei leader di successo manifesta alta capacità di resilienza e di guida nei momenti di crisi. Le aziende cercano manager che sappiano ispirare fiducia, motivare i team e favorire ambienti collaborativi, pur mantenendo forte orientamento ai risultati anche quando davanti c’è una tempesta da attraversare. Sul fronte della leadership, vince quindi chi sa ispirare, guidare con l’esempio, comunicare in modo chiaro e creare ambienti di fiducia e responsabilità condivisa.

La disoccupazione giovanile si è ridotta, ma è ancora al 21%. Cosa fare per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro?

Serve un collegamento più diretto tra scuola, università e mondo del lavoro. I giovani devono poter sperimentare concretamente – tramite stage, progetti reali, esperienze in startup o incubatori – prima della laurea. È importante anche insegnare soft skills fondamentali: resilienza, gestione dello stress, pensiero pratico, capacità di prendere decisioni, lavorare davvero in squadra e infine la disponibilità di attendere risultati che, in un viaggio lungo come una carriera, non arriveranno quasi mai immediatamente. Le aziende, dal canto loro, devono essere disposte a investire nella crescita e formazione del potenziale, e non solo nell’esperienza pregressa.

Quale preparazione consigliare ai manager e ai giovani per ridurre il mismatch?

Ai giovani: investire su competenze tecniche STEM, ma anche e soprattutto su capacità di collaborazione, comunicazione, adattamento e visione concreta del lavoro. Saper trovare soluzioni, anche in contesti instabili, è la skill più apprezzata. A titolo di esempio, McKinsey (2023) sottolinea che i giovani con competenze trasversali hanno il 40% di probabilità in più di essere assunti e mantenere il lavoro nel lungo termine.
Ai manager: allenare la propria leadership trasformativa e dotarsi di un buon livello di digital literacy. Sviluppare una capacità di impatto sul mercato e costruire un audience/network con cui crescere insieme e scambiare know-how.
Infine, aprirsi a culture organizzative più fluide e imprenditoriali, lavorare su un mix di visione e messa a terra e sviluppare empatia, ascolto e capacità decisionale anche in tempi incerti. In un mercato che cambia così rapidamente, la preparazione migliore è la capacità di imparare, disimparare e reimparare.

* Ottavio Maria Campigli è Senior Equity Partner & Founder di W Executive, che comprende i brand WeHunt e W Advisory. 
Campigli ha maturato 15 anni nella consulenza HR, ricoprendo in precedenza il ruolo di Partner presso Badenoch & Clark (7 anni) e di Senior Manager in Page Group (5 anni). 
È  HR Advisor & Shareholder del fondo d’investimento Moonstone, Mentor presso Endeavor e Leader del Topic People & Organization presso Bocconi Alumni. 
Laureato in Management in Bocconi, ha studiato presso l’Università del Wisconsin e l’Università di Pechino e nel 2020 ha completato un Executive MBA in SDA Bocconi ricevendo la menzione al merito. 
Nel 2024 è stato inserito nella lista dei migliori 40 under 40 Leader europei secondo Business Elite Awards.

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