È sbagliata la proposta di legge sul taglio delle pensioni

Per CIDA ci sono dubbi di costituzionalità che alimenteranno ricorsi e polemiche sulla mancanza di certezza del diritto nel Paese.
A cura della redazione 

Roma, 9 ottobre 2018. "Il termine pensioni d’oro è improprio ed inaccettabile, specialmente in una sede parlamentare in cui si deve discutere di leggi vigenti al momento del pensionamento, di effettiva contribuzione, di durata del rapporto di lavoro, di equo rapporto fra data di pensionamento e anzianità contributiva, di limiti costituzionali agli interventi legislativi. Limiti che riteniamo ampiamente valicati”. Lo ha detto Giorgio Ambrogioni, Presidente CIDA, la Confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità, durante l’audizione alla Commissione Lavoro della Camera sulla proposta di legge D’Uva-Molinari per la riforma dei trattamenti pensionistici. 

“Una riforma – ha sottolineato Ambrogioni - che peggiora i trattamenti pensionistici maturati e maturandi dai soggetti colpiti, senza fissare alcun limite temporale e per di più adottando un sistema di ricalcolo retroattivo. La Corte Costituzionale si è più volte espressa al riguardo, stabilendo che simili interventi possano essere giustificati solo se ‘eccezionali’, ‘transitori’ e comunque utilizzati come misura una tantum, in modo da non potersi trasformare in un meccanismo ordinario di alimentazione del sistema previdenziale.
Entrando nel merito, la proposta di legge dovrebbe prevedere ‘disposizioni per il ricalcolo secondo il metodo contributivo’. In realtà, mancando sufficienti dati (sia nel settore privato che nel pubblico) si ricorre all’effettuazione del ricalcolo esclusivamente in base all’età del pensionamento.
C’è poi l’aspetto fiscale da tenere in conto: su un totale di circa 16 milioni di pensionati, 8 milioni usufruiscono di prestazioni integrate o totalmente a carico della fiscalità (e quindi non soggette a imposizione Irpef). Di contro, i pensionati con importi superiori a 3.000 euro lordi/mese sono il 4,99% del totale. E, ancora, i contribuenti sopra i 100 mila euro lordi/anno – in cui sono presenti le categorie professionali che rappresentiamo - sono solo l’1,10% ma pagano il 18,68% dell’Irpef. Se a questi si sommano anche i titolari di redditi lordi superiori a 55.000 euro, otteniamo che il 4,36% paga il 36,53% dell’Irpef e considerando infine i redditi sopra i 35.000 euro lordi risulta che il 12,09% dei contribuenti paga il 57,11% di tutta l’Irpef. E paga per tutto l’arco della vita lavorativa e continua a pagare da pensionato, finanziando tutto il welfare, anche di chi non ha versato imposte e/o contributi. Se guardiamo alle sole pensioni, i pensionati con redditi superiori a 35mila euro (7,15% del totale) pagano i 35,23% di tutta l’Irpef a carico dei pensionati.

Ma forse è ancora più grave la considerazione che il taglio retroattivo permanente dei trattamenti pensionistici provocherebbe la potenziale lesione del principio del ‘legittimo affidamento’ nella certezza del diritto (quale elemento fondante dell’ordinamento giuridico) nei confronti di tutti quei soggetti che hanno maturato un determinato trattamento pensionistico in base alla normativa vigente e modulato in base ad esso il proprio programma di vita. Il calcolo dell’ammontare della propria pensione e del momento in cui ritirarsi dal lavoro sono scelte basilari per la vita di un individuo: tenendo conto di ciò che lo Stato propone nel pieno rispetto della legalità prevista, il cittadino sceglie di andare in pensione in un determinato momento risolvendo spesso anche problemi aziendali o istituzionali (prepensionamenti, esodi incentivati, ecc.). La proposta di legge in questione ‘punirebbe’ queste decisioni, decurtando arbitrariamente il reddito pensionistico oltre i 90mila euro annui.

CIDA rappresenta i percettori di pensioni medio-alte, categorie professionali composte da quadri e dirigenti che si impegnano quotidianamente nelle aziende private, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle aule di scuola, nelle sale della sanità. Una parte importante della classe dirigente di questo Paese che comprende anche professionisti, diplomatici, militari. Uomini e donne titolari di pensioni che sono il risultato di una storia professionale connotata da assunzione di rischi, responsabilità e merito nonché dall’applicazione puntuale di leggi dello Stato. Pensioni che hanno subito nel tempo gli effetti negativi di ripetuti blocchi totali o parziali di adeguamento al costo della vita con una perdita del potere di acquisto stimata fra il 15 ed il 20%, a cui bisogna aggiungere i numerosi contributi di solidarietà che, negli ultimi anni, hanno interessato le pensioni medio-alte. In realtà le vere sacche di privilegio, si annidano nelle cosiddette ‘baby pensioni’, i prepensionati degli Anni 80 e 90 che percepiscono l’assegno pensionistico da circa 40 anni: sono quasi 760mila gli assegni che ogni mese l’Inps versa a questi soggetti.
Ma certamente non è alimentando il conflitto sociale che si risolvono i problemi. Le categorie che rappresentiamo, da sempre attente ai temi della solidarietà intergenerazionale, dichiarano fin d’ora la propria disponibilità a trovare soluzioni mediante un confronto serio ed approfondito basato sulle disposizioni costituzionali più volte ribadite dalla Corte. Siamo pronti al confronto e a fare la nostra parte per gli interessi generali del Paese; non siamo disposti a essere considerati dei privilegiati, né a rinunciare alle questioni di principio”, ha concluso Ambrogioni.

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Mino Schianchi Presidente del Comitato Federmanager di Coordinamento dei Gruppi Pensionati 
Sono in corso audizioni presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati sulla proposta di legge D’Uva-Molinari a cui hanno partecipato il Presidente CIDA ed altri esperti della materia a noi vicini. Ho apprezzato la chiarezza, la sintesi e l’incisività dei documenti presentati. In merito ai tagli previsti vorrei condividere alcune mie considerazioni. E’ chiaro che il Governo intende colpire le pensioni così dette d’oro, non tanto per il risparmio che ne può derivare, ma piuttosto per farne bandiera di propaganda contro i “privilegi”. Il paragrafo 26 del contratto di Governo è emblematico a questo riguardo: vengono messi sullo stesso piano: pensionati, vitalizi parlamentari, macchine blu, aereo di governo ecc. come esempio dei privilegi. A fronte di questa linea propagandistica non si deve offrire la sponda a nuovi interventi, sia pure temporanei, come il contributo di solidarietà.  Sarebbe la nostra accondiscendenza alla becera propaganda contro una minoranza che non ha forza contrattuale per difendersi. Per giunta formata da anziani che non hanno l'abitudine di andare in piazza e di gridare.  Se occorre pervenire a questa soluzione (nuovo contributo di solidarietà) deve essere chiaro che è una nuova imposizione che i pensionati subiscono, ma non possono preventivamente contrattarla e deve riguardare tutti percettori di reddito.

Per giunta c'è la proposta di legge del ricalcolo. E' un’operazione divisiva fatta per legge: sotto i 4500 vi sono i pensionati “buoni”, che prendono una pensione cui hanno diritto, perché è scontato che questi hanno versato i contributi, mentre sopra i 4.500 vi sono i “privilegiati” che quasi certamente non hanno versato i contributi.  E' una volgarissima strategia intesa a dividere   la categoria. Grave se qualcuno non l'ha ancora capito. Allora, a mio avviso, l’unica posizione chiare è questa: abbiamo già dato all’atto dell’attribuzione delle pensioni: il limite a 40 anni, nessuna valutazione dei contributi versati dopo i 40, e col sistema retributivo diamo continuamente per effetto di un sistema di rendimenti decrescenti dei contributi versati.  Abbiamo già contribuito con sospensioni di perequazione, modifiche peggiorative del sistema e contributi di solidarietà. Credo sarete già tutti informati del fatto che oltre agli annunciati interventi (ricalcolo o contributo di solidarietà), il Governo sembra si proponga anche di non dare corso al ripristino della perequazione, quella con scaglioni percentuali anti Governo Letta, disdicendo, così, un altro impegno dei Governi precedenti. Dobbiamo tutti cominciare a riflettere sul fatto che, ormai, c’è in atto una vera e propria persecuzione contro i pensionati. Almeno di una parte di essi.   
Insomma, mentre si dice che non si vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani, le uniche tasche frequentate costantemente dal Governo sono quelle dei pensionati. I soliti.  
Se si vuole attuare il progetto di ricalcolo, secondo la proposta in corso, sicuramente vi sono margini per un nuovo ricorso dinanzi alla Corte Costituzionale, e anche oltre. Se si vuole applicare un nuovo contributo, il governo si assuma l’onere di imporlo. E noi faremo ricorsi, fino a quando qualcuno si accorgerà, anche a livello di Corte Europea, che c’è una vessazione continua contro una minoranza di cittadini italiani. Peraltro anziani e senza forza contrattuale.

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