Servizio universale a giudizio
Il recente periodo storico si è caratterizzato per la piena disponibilità di servizi pubblici in ambiti diversi, estesi a tutti: oggi questa certezza è venuta meno

Giuseppe Colombi
Tutto è avvenuto nel corso del “secolo breve”…
Alla fine dell’Ottocento il “riscatto delle plebi” aveva imposto, dapprima in Europa, ma poi nell’intero mondo, l’attenzione a rendere disponibili per tutti condizioni di vita e servizi decenti, generalizzatI e per così dire “universali”. Si era partiti dai salari e dall’orario di lavoro, ma presto l’esigenza si era estesa progressivamente a tutte le principali istanze esistenziali, con risultati importanti e comuni a livello globale.
Sembrava una grande conquista che sarebbe rimasta per sempre: se guardiamo al nostro caso italiano, nel dopoguerra, che si trattasse del servizio postale, poi della sanità per tutti, del sistema pensionistico generalizzato, dell’acqua potabile come di altri servizi essenziali quali luce e gas, del sistema di trasporto ferroviario, dell’istruzione pubblica, non vi era dubbio che tutti ne avremmo fruito a vita.
Ferrovie, poste, sanità si facevano vanto di garantire un servizio “universale”, esteso in tutte le zone del Paese e fruibile da tutti, alle stesse condizioni.
Quando dagli anni ’80 dello scorso secolo si passò al nuovo paradigma del mercato globale, non ci si sarebbe immaginati che quel precedente sistema virtuoso, che aveva progressivamente garantito serenità e sviluppo a tanti milioni di europei e non solo, sarebbe stato smontato così rapidamente.
Lo smontaggio generalizzato dei servizi, in nome del mercato
E invece eccoci al 2025, quando, per rimanere in casa nostra, gli uffici postali chiudono nei paesini: è vero che nessuno scrive più lettere, ma la posta arriva quando vuole solo dal lunedì al venerdì, mentre prima c’erano due distribuzioni giornaliere sei giorni su sette, e oggi capita di leggere che la corrispondenza non consegnata è stata buttata, o per colpa o per sciatteria. E a qualcuno andato a ritirare una raccomandata non consegnata, pare abbiano risposto “Non abbiamo personale e non te la possiamo cercare”. Da denuncia, se fosse vero.Le Poste Spa si occupano di ben altro, si sentono banca e assicurazione, e fanno convention per premiare i dipendenti che più hanno acquisito clienti, più o meno dolcemente: ma, a ben vedere, il tanto decantato rilascio del passaporto negli uffici postali per il momento sembra rimanere più una prospettiva futura che una realtà generalizzata a tutti gli uffici nazionali…
Proseguendo, nella sanità le liste d’attesa per prestazioni specialistiche del sistema pubblico si misurano sui mesi quando non sugli anni, e per ottenerle prima, non resta che pagare.
Per quanto attiene poi alle pensioni, richiamandoci al prezioso prof. Brambilla, basterà un accenno al fatto che le vittime della mancata perequazione dei trattamenti, un furto, portano sulle spalle più della metà del gettito fiscale dell’intera nazione.
L’acqua, confermata in Italia come servizio pubblico essenziale dall’ultimo referendum che ha superato il quorum, non è sempre disponibile e vi sono regioni dove proprio non arriva per la maggior parte del tempo. Luce e gas sono stati “liberalizzati” col risultato di costringere tutti a subire l’assalto piratesco di aziende anche pubbliche, o ex tali, ma ormai convertite all’obiettivo esclusivo del profitto a ogni costo. E le tariffe impazzano, fino al punto che se ne lamenta la stessa Confindustria. C’è persino un’Agenzia (Arera) che vanta come strumento prezioso un “portale di confronto delle tariffe” che in realtà, nell’esperienza di chi scrive, è un buco nero del tutto inutile: ci sono voluti molti anni per avere un modello unico di bolletta. Vedremo ora come sarà.
Quanto al sistema ferroviario, si direbbe che in questo caso la “conversione al mercato” sia consistita nel concentrarsi esclusivamente sull’alta velocità (a prezzi totalmente liberalizzati) e su un servizio pendolare di prossimità urbana di livello assai discutibile. Tutti i servizi intermedi, quelli che permettevano viaggi di distanza media e lunga, sono stati ridotti al minimo, complice anche l’abitudine ora invalsa di chiudere le linee per attività manutentive che un tempo si sarebbero realizzate “in pendenza d’esercizio”, ovvero senza interruzione della circolazione dei treni. E senza per questo che allora ci fossero condizioni di sicurezza peggiori, al contrario. Si direbbe che le ferrovie ormai, più che tutelarla, si dedichino a difendersi dall’utenza.
Anche della scuola forse è meglio tacere, visto che i dati Invalsi denunciano problemi crescenti, e che si tende anche qui verso un sistema “a mercato” che altrove (ad esempio negli Stati Uniti) ha indebitato per decenni e spesso in modo irreversibile i giovani che vogliono accedere all’università.
Il servizio universale, se non è già morto, non versa certo in buone condizioni.
Democrazia al tramonto?
E tutto questo avviene mentre nel mondo intero pare accentuarsi la tendenza a non più considerare il sistema partecipativo democratico come il paradigma da proporre globalmente: anzi si direbbe che il modello vincente oggi sia quello degli autocrati, spesso criminali comprovati.Fare il giornalista oggi in molte regioni del mondo è praticamente un atto eroico, con il forte rischio di perdere non solo il lavoro, ma proprio la vita. E con un’ulteriore considerazione che si rende obbligatoria: questa condizione era un tempo limitata a determinate situazioni locali (si pensi al Messico o alla Russia), oggi al contrario si è generalizzata globalmente e forse solo l’Europa rimane, non dappertutto, l’eccezione che resiste.
L’opposizione a questo stato di cose e a questa linea di tendenza in corso non è né semplice né scontata. Alcuni parlano di competitività per giustificare anche l’ingiustificabile, altri accampano principi “politicamente corretti” per scivolare nel demenziale (valga, come esempio minore, l’uso dell’inutile doppio plurale tutte/tutti…).
E nel frattempo mentre l’occupazione nei servizi crolla, spesso anche a fronte di assistenza proposta da intelligenze artificiali ancora embrionali e piuttosto deficienti, tutto degrada e peggiora, e nessuno sembra realmente interessato a invertire la rotta. Da dove ripartire?
Utenti: lo stato delle cose
Tutti oggi dobbiamo rincorrere raccomandate non consegnate, o troviamo uffici che ricevono “solo su prenotazione”, come è stato detto recentemente a una signora, andata in Comune per registrare la nascita di un figlio. Il confronto con la burocrazia è soffocante.Nel nostro Paese la caratteristica comune del tutto sembra essere quella di una evidente sciatteria organizzativa e operativa. I servizi non “servono” l’utente, si direbbe che si preoccupino solo di dimostrare che esistono: il risultato non li riguarda.
Per non parlare della qualità nel web, chiave di lettura dei tempi nuovi: di recente, subito il solito scippo, chi scrive queste note si è cimentato con la “Denuncia telematica” che permette di anticipare via web le proprie richieste alle Autorità. Il sito era di una qualità penosa, con domande burocratico-lunari, tendine che non si aprivano e altre amenità. C’è voluto del bello e del buono per arrivare a un risultato.
Ma quando il giorno dopo, evitato l’accesso agli uffici milanesi competenti per residenza, me ne sono andato in una provincia oltrepadana a confermare debitamente la denuncia, sono stato ricevuto nel migliore dei modi da un comando dei Carabinieri esemplare per cortesia ed efficienza.
Nel giro di un’ora un gentile appuntato ha perfezionato tutte le pratiche, convenendo con me che la mia anticipazione internet non era fruibile nemmeno a loro, che pure nella circostanza giocavano in casa, e quindi era stata inutile. Le stesse considerazioni che avevo ascoltato tre anni fa, per un analogo caso.
Le persone, quando serie e capaci, vincono ancora sull’automazione. Ma perché non risolvere in tempo reale e al debito livello nazionale l’insufficienza nel sito web?
Possibile che nessuno direttamente responsabile veda questo stato di cose? Questa è la sciatteria…
Ma Federmanager, dov’è?
Per molto tempo, forse per una certa arroganza di casta, i dirigenti non hanno avuto grande attenzione a questi fenomeni.“De minimis non curat praetor” e dunque del trasporto pubblico non ci si preoccupava, tanto c’è l’auto aziendale e a volte persino l’autista; delle file nella sanità nemmeno, tanto c’è il Fasi; e, quanto alle bollette di casa, nessuno, nemmeno gli ingegneri del settore, sapeva con precisione quanto si paga il Kilowattora o il metro cubo di gas, faccende considerate spesso irrilevanti.
Forse ora ce ne siamo resi conto e chissà che una nuova generazione di leader non riesca oggi a cambiare le cose nella nostra Associazione sindacale.
Abbiamo capito che il rinnovo del contratto nazionale non era una faticosa formalità da liquidare buttando fumo negli occhi alla “base”, ma un’occasione seria per qualificarsi rispetto ai dirigenti, iscritti e non iscritti.
Stiamo sforzandoci di essere più efficaci nel difendere le nostre pensioni, che troppi nelle istituzioni considerano un comodo bancomat, cui accedere costantemente.
E oggi stiamo persino iniziando a contare qualcosa come categoria nella definizione strategica del futuro industriale di un Paese che, permanendo così le cose, incorre in un evidente declino.
Dobbiamo moltiplicare gli sforzi e abbiamo bisogno di una più ampia adesione, tanto dei colleghi in servizio quanto di pensionati disposti a cimentarsi nell’affrontare queste tematiche nazionali. Dovremmo maggiormente incoraggiare la formazione di, e la partecipazione a, gruppi capaci di spendersi su questi temi.
Immaginiamo un gruppo di dirigenti di un certo comparto (qualsiasi, ferrovie, assicurazioni, ecc.) che riesca a proporre e magari a ottenere miglioramenti nel settore da cui proviene: non sarebbe meraviglioso? Potrebbe qualcuno, ad esempio, essere in grado di rendere migliori i siti web dei servizi?
Forse davvero vale la pena di darsi da fare.