Una recensione di Cleofonte deve morire

Ma quanti demoi c’erano ad Atene ai tempi di Aristofane? E quante democrazie?

Giuseppe Firrao

Socio ALDAI
Primo tentativo di scrittura

Nella prima domenica di ottobre del 2018, mentre il corrispondente del TG1 dal Brasile andava vaticinando la vittoria del candidato di destra Bolsonaro, “appoggiato dagli agrari e dagli abitanti delle favelas” «mi sovvenne [Aristofane] / E le morte stagioni [in cui lui visse], e la [per me triste] presente [, in cui vivo, e nella quale riconosco quel]le tristi stagioni [Aristofanee]».

Ma non si creda che io sia così colto e dotato da tale buona memoria da ricordarmi degli studi classici, seguiti ben 63 anni fa in un prestigioso Liceo di Bari, l’Orazio Flacco, dove insegnava filosofia il mitico Prof. Fabrizio Canfora, il padre di Luciano, il quale ultimo, dopo tanti libri, ci ha voluto regalare nel 2017 il volume citato nel titolo.
 
Ripresa dell’articolo

Ieri, 20 dicembre 2018, su La Repubblica, Nadia Urbinati ha scritto: «Il caso ungherese merita attenzione, perché è il paese termometro delio stato di salute dei governi populisti. Orbàn si è imposto sulla scena internazionale dichiarando guerra alla democrazia liberale e sostenendo che ci può essere una democrazia illiberale, più efficiente ed in sintonia con gli interessi della nazione, perché con meno dissenso e poca opposizione. [Infatti] dal 2013 il suo partito gode di una maggioranza di due terzi [N.d.R.: voti raccolti per la più parte nelle campagne della Pannonia nord-orientale] che gli ha consentito di tosare la Costituzione di alcuni requisiti fondamentali: indipendenza della magistratura, pluralismo dell’informazione, libertà di stampa, di parola e di associazione.» Questa estrapolazione fa seguito ad un’altra, posta all’inizio dell’articolo: «le manifestazioni che da quasi una settimana riempiono le strade di Budapest dimostrano che i preferiti “nostri” dei governi populisti autoritarî non sono il “popolo” ma una parte di esso: una classe imprenditoriale (anche emanazione di multinazionali straniere. Mercedes, ad esempio), che confida nel bisogno di lavoro che tutti hanno [Nota 1: I salari medi non arrivano a 1.000 € al mese. Roberto Saviano, La strategia del non esserci, La Repubblica del 21 dicembre 2018, p. 43.] (anche accettando di lavorare fino a 400 ore di straordinario per anno [Nota 2: «Una norma, appena approvata dal Parlamento [ungherese] aumenta di 150 (da 250 a 400) il monte orario annuale degli straordinari […] ma queste 150 ore aggiuntive potranno essere retribuite in tre anni: dunque il concetto è prendiamo per la gola gli affamati, sfruttiamolo oggi, che poi per pagarli c’è sempre tempo.» Roberto Saviano, La strategia…, cit.]), e che, per arricchirsi in fretta, si libera dai lacci dei diritti del lavoro; una maggioranza silenziosa che confida nei favori che il governo deve elargirle per tenersela amica». 
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Si provi, ora, a confrontare il concetto di democrazia liberale versus democrazia illiberale con questa frase: «È ovvio che, per contrastare il “demo” ed il suo predominio (kratos), ci si richiami al “popolo”, inteso come nozione più vasta di quel che ritengono i democratici-radicali e i loro capi» [Nota 3: Luciano Canfora, Cleofonte deve morire, Laterza 2017, p. 284.]; ed a sostituire nelle estrapolazioni precedenti alcune parole: al posto di “le strade di Budapest” mettiamo i termini “Boulé” o “assemblea popolare”, frequentata da «scarsi cinquemila» appartenenti al demos; al posto di “Pannonia”, “Acaia”; in vece di “maggioranza silenziosa”, “artigiani, contadini, piccoli proprietari” e in luogo di “classe imprenditoriale”, i “Cavalieri” (meglio definiti come kalokagathoi, i belli-e-buoni). Fatto? Ebbene, non siamo più in Ungheria ma nell’Atene del periodo tra il 412 ed il 404 a.C., allorquando la messa in scena delle tre commedie più politiche di Aristofane si intreccia con le lotte interne alla città e con le ultime vicende della guerra contro Sparta, rispecchiandone l’andamento. Questo perché le opere dei comici di questo periodo (ed Aristofane non fa eccezione; anzi) se, da una parte, forgiano, ridendo, le opinioni politiche del “popolo” spettatore, dall’altra lo vellicano secondo il pelo. A questo ultimo proposito scrive Couat: «Aristofane non fa che acconciarsi ai gusti del pubblico; non vi è commedia che non si concluda con una “farsa indecente”, giacché l’oscenità ne costituisce l’elemento principale e, per così dire, la sostanza.» [Nota 4: Auguste Couat, citato in Luciano Canfora, cit. p. 8. Couat fu uno degli studiosi più in grado di capire Aristofane, in primis per l’intensissima sua attività e diretta esperienza politico-giornalistica, in anni cruciali come quelli che precedettero e seguirono la Comune di Parigi]. A conferma di quanto scritto ricordo che quest’estate, in un improvviso momento di trasgressiva follia, RAI 1 ha trasmesso, dal teatro greco di Siracusa, “Le rane” di Aristofane interpretato dagli (ottimi) Ficarra e Picone; ad un certo punto Dioniso/Ficarra esclama «quel frocio di Clistene» [Nota 5: Esponente democratico]. Ebbene, queste parole non sono una licenza (poetica) dell’attore, ma la traduzione esatta del testo aristofaneo.     
Avvicinandoci alla fine, sarà bene tornare al periodo di tempo sopra citato, durante il quale Aristofane mette in scena le tre commedie “politiche”: Lisistrata è del 412 e Tesmoforianti del 411, mentre la prima messa in scena di Rane è di fine gennaio 405. 
In questo stesso anno, nel settembre, la flotta ateniese viene sconfitta e distrutta da quella spartana ad Egospotami, vicino ai Dardanelli, ed il navarca Lisandro può, così, effettuare il blocco del Pireo, riducendo Atene alla fame (reale; la mia non è una frase fatta). 
Anno cruciale per Atene il 405 a.C. A fine anno si realizza la perfetta sintonia di intenti e di azioni tra i kalokagathoi ed il “nemico esterno” mentre, conseguentemente, il capo del partito democratico, Cleofonte, viene “democraticamente” sottoposto a giudizio ed Aristofane mette in scena per la seconda volta Rane [Nota 6: Onore mai concesso ad altro autore ]; è in questa occasione che un attore, o, forse, lo stesso autore, nell’epirrèma [Nota 7: Epirrèma s. m.]. Parte della parabasi dell’antica commedia attica, in cui di solito il semicoro rivolgeva, in tetrametri trocaici, beffe agli spettatori (aveva come corrispondente l’anti-epirrema cantato dall’altro semicoro come finale della parabasi). Vocabolario Treccani.] recita la frase (vv. 684-685) che dà il titolo al libro di Canfora: «Cleofonte deve morire, anche se la votazione in tribunale finisce in parità», aggiungendo (vv. 708-714): «neanche la scimmia Cligene [Nota 8: Politico ateniese. Primo segretario della Boulé nella prima pritanìa della restaurazione democratica (410 a.C.).] avrà vita lunga».
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Sono partito dalle elezioni in Brasile, transitato per la situazione politica in Ungheria e sono arrivato a parlare di Aristofane e dell’intreccio tra le sue commedie ed il cruciale periodo 412 - 404 a.C.
Sono certo che chi mi legge avrà compreso i collegamenti logici tra le tre vicende. Se non fossi stato chiaro, la colpa è solo mia. In entrambi i casi invito i lettori ad ascoltare direttamente il Prof. Luciano Canfora il 20 marzo, alle 18:00 presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3.
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