I libri del mese - La Shoah, delitto italiano

Ottant’anni dopo le leggi razziali un libro che affronta una pagina vergognosa della nostra storia

recensione di

Gianni Fossati

Socio ALDAI-Federmanager e componente del Gruppo Progetto Innovazione

Franco Giannantoni
LA SHOAH, DELITTO ITALIANO
Edizioni della Resistenza
Pagine 285 – euro 13,00


È in libreria “La Shoah, Delitto Italiano” del giornalista Franco Giannantoni (Edizioni della Resistenza) che racconta, con minuziosa e documentata analisi storica, le vicende della piccola comunità ebraica di Varese e di quella più numerosa che accorse dopo l’8 settembre 1943 ai confini italo-svizzeri per raggiungere la libertà.
Ci sono momenti della storia in cui la memoria si è focalizzata soltanto sui “salvatori”, forse è venuto il momento di spostare l’attenzione sui carnefici per evitare che col passare del tempo cadano nell’oblio.
L’autore, ricercatore e storico, si propone quindi di smascherare e denunciare i criminali sopravvissuti senza pagare un prezzo per i loro misfatti. La persecuzione degli ebrei in Italia non fu ritenuta, infatti, un reato né una colpa specifica né un’aggravante di altri delitti. Quando lo fu, in rarissimi casi, venne amnistiata. Far conoscere e tenere viva la memoria delle leggi razziali e dello sterminio degli ebrei, illuminando una pagina di storia dimenticata, può tornare utile per riflettere a fondo su quel che è accaduto perché potrebbe succedere ancora.
Giusto ottant’anni fa, dopo il censimento degli ebrei presenti in Italia, con le disposizioni dell’agosto 1938 seguì il Regio Decreto Legge del 5 settembre 1938 n. 1390 che sancì i Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista e il successivo del 17 novembre, riguardante i Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri. Quindi il 6 ottobre una dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo divenuta legge dello Stato con R.D.L. del 17 novembre, Provvedimenti per la difesa della razza italiana. Vale anche la pena ricordare che il “Manifesto della Razza”, fu pubblicato per la prima volta senza alcuna firma: i nomi dei firmatari furono resi noti il 25 luglio con un comunicato del Partito Nazionale Fascista. Tutte disposizioni antisemite per escludere gli ebrei italiani dall’insegnamento e dalla frequentazione in qualunque ordine scolastico (il 23 settembre furono istituite particolari scuole elementari per gli ebrei). Ma anche per vietare a quelli stranieri la residenza, il domicilio e l’accesso al territorio italiano, nelle colonie e nei possedimenti del Regno. Infine per impedire matrimoni misti e per rendere di fatto precaria ogni forma di vita economica e sociale.
La Shoah fu anche italiana e i più accettarono questa situazione senza muovere un dito e assistettero all’epurazione di scienziati ebrei e dissidenti scegliendo di non schierarsi contro il fascismo.
Prendendo in esame il ricco capoluogo varesino con una struttura commerciale e industriale molto solida, legata al fascismo sin dagli albori, dal settembre 1943 fortemente militarizzata dalle truppe della R.S.I. e dai tedeschi impegnati nel controllo con il Ruk, l’Ufficio Centrale degli Armamenti, della produzione bellica (aeronautica, calzaturiera, tessile) e dei confini con la Confederazione Elvetica ebbe un ruolo di primo piano nella repressione semita. Volonterosi o riluttanti a seconda delle circostanze e delle singole persone (il primo Questore di Varese, dopo l’occupazione del Reich, Antonio Solinas ad esempio, trasmise al comando tedesco solo a fine ottobre 1943 la prima lista degli ebrei residenti in città e in provincia consentendo a molti di essi di porsi in salvo).
I complici italiani contribuirono all’arresto e alla deportazione di circa 9.000 ebrei, un quinto di quelli presenti sul territorio nazionale.  Dentro questi drammatici dati e nel collaborazionismo attivo di prefetti, questori, Podestà, magistrati, agenti di polizia, carabinieri che aderiscono a Salò, militi della polizia confinaria, carcerieri, oscuri impiegati era tramontato il mito degli “italiani brava gente”? La formula messa all’indice da Angelo Del Boca nel denunciare il ruolo sanguinario delle truppe coloniali in Libia, Somalia, Etiopia e nei Balcani.
Malgrado molti cittadini vivano tuttora nella convinzione che il nostro Paese sia stato estraneo al cono d’ombra della Shoah, la realtà documentaria e testimoniale conferma che, al di là di ogni ragionevole dubbio, il ruolo italiano nel genocidio fu attivo ai fini della “soluzione finale”. Senza il concorso degli apparati polizieschi della RSI difficilmente l’occupante tedesco avrebbe potuto completare il suo disegno criminale.
In questo casellario di responsabilità non sono mancati i delatori, frutto della società civile, lambendo anche il clero (non quello coraggioso sino al sacrificio, da madre Lina Manni a don Franco Rimoldi a don Natale Motta, da don Aurelio Giussani a don Andrea Ghetti che non mancò di operare a fianco dei fuggiaschi in città e lungo la fascia di confine). Esponenti della cosiddetta “zona grigia”, solerti burocrati, abili amministratori, colleghi astiosi, militi ingordi dei patrimoni immobiliari abbandonati dai perseguitati in fuga privati nei diritti civili per una “purificazione” della società e poi della vita. Il genocidio è compiuto al cospetto di un popolo in maggioranza silente.
Per non parlare del rastrellamento del 16 ottobre 1943 nel Ghetto di Roma, dove le SS avevano in mano gli elenchi di tutti gli ebrei, uno per uno, completi di indirizzo.
Nel libro c’è anche l’arresto nel dicembre del 1943 di una ragazzina milanese di 13 anni, Liliana Segre, ex deportata e oggi senatrice a vita. Con il padre Alberto (poi morto nel campo di sterminio di Auschwitz) e i cugini, era riuscita a raggiungere la Confederazione Elvetica, ma furono respinti da un ufficiale filotedesco della guardia confinaria. Poi furono i finanzieri italiani che li spogliarono di ogni bene e li consegnarono ai nazisti.
Per quale ragione gli italiani si ritengono in gran parte estranei al massacro etnico addebitato solo ai tedeschi? Metà degli arresti fu opera loro, prima di essere trasferiti al “binario 21” della Stazione di Milano o nel campo di Fossoli per i viaggi della morte. Le vittime dello sterminio furono 8.869, il 19% dei 47mila ebrei registrati dal censimento del 1938. L’uno per mille della popolazione italiana.
Sotto questo profilo, è assordante anche il richiamo della neo Senatrice Segre rispondendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la nitida immagine di una porta che si chiuse a 8 anni davanti alla bambina ebrea, per spalancarsi dopo tanto tempo all’ingresso dello storico Palazzo Madama.
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