Pensioni: e se parlassimo della riforma dell’IRPEF?

Articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. I redditi di capitali, di lavoro, di pensioni ed ogni altro reddito dovrebbero essere equamente considerati e correlati ai consumi per il calcolo della capacità contributiva.

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Antonio Dentato   

Componente Sezione Pensionati Assidifer - Federmanager
Nella Premessa al “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PRRN) si legge che la revisione dell’Irpef s’inserisce nella Riforma fiscale. Obiettivi: 1) semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo; 2) ridurre gradualmente il carico fiscale, preservando la progressività e l’equilibrio dei conti pubblici. A questo scopo, entro il 31 luglio 2021, il Governo presenterà al Parlamento una legge di delega da attuarsi per il tramite di uno o più decreti legislativi delegati. Terrà adeguatamente conto del documento conclusivo della “indagine conoscitiva sulla riforma dell’IRPEF e altri aspetti del sistema tributario” avviata dalle Commissioni parlamentari e tuttora in corso di svolgimento. Numerosi sono i documenti preparatori.

Iniquità dell’imposta

Qui ci riferiamo all’indagine presentata alle Commissioni Parlamentari Riunite Finanze e Tesoro dal Dipartimento delle Finanza, MEF, nell’Audizione del 26 marzo 2021. Vi si evidenziano le incongruenze di questa imposta. Incongruenze determinate da “regimi agevolativi che contribuiscono a complicare il sistema, aggiungendo eccezioni, riducono la portata redistributiva dell’Irpef e restano discutibili sul piano dell’equità orizzontale in quanto soggetti con livelli di reddito uguali sono tassati ad aliquote differenti”. I dati sono quelli dell’anno d’imposta 2018 e rivelano che: a) circa 1 milione di contribuenti sono soggetti ai regimi agevolati; b) i redditi da capitale sono per la quasi totalità soggetti a tassazione sostitutiva; c) l’Irpef è, attualmente, un’imposta pagata per l’85% da lavoratori dipendenti (55%) e pensionati (30%). Nello stesso documento si legge: “l’Irpef è stata [negli anni] oggetto di revisioni che ne hanno minato la coerenza e la capacità di conseguire i suoi obiettivi redistributivi…”. E, sull’ aspetto più disastroso del sistema, un giudizio sferzante l’aveva già espresso la Corte dei Conti (Rapporto 2014 sul coordinamento della finanza pubblica): l’evasione fiscale è “un problema di straordinaria gravità, tra le prime cause, se non la principale, delle difficoltà del sistema produttivo, dell’elevato costo del lavoro, dello squilibrio dei conti pubblici, del malessere sociale esistente”.
 

Nata male è cresciuta peggio   

Potrebbe essere il titolo di un libro che ne raccontasse la storia. L’Irpef, concepita per attuare la redistribuzione dei redditi, grazie a una base imponibile comprensiva di tutte le entrate del contribuente, nella sua concreta attuazione rivelò subito di non essere in grado di conseguire i suoi obiettivi. Lo denunciò fin dall’inizio il Presidente della Commissione incaricata di predisporre le linee-guida della Riforma del sistema fiscale italiano: il Prof. Cesare Cosciani. Dopo dieci anni di studi e approfondimenti (a partire dal 1962), vista la legge delega n. 875/1971 che ne era scaturita, Cosciani ebbe parole di severa disapprovazione. Disse: “…dopo il suo primo anno di applicazione, [l’Irpef] assomiglia più che mai ad un vecchio mosaico in cui taluni dei tasselli più importanti sono caduti, altri sono rovinati, così che il disegno originario ne riesce deformato ed imbruttito” [Riferito dal Prof. A.PEDONE, in Riv. “Moneta e Credito”, vol. 69 n. 273 (marzo 2016),72]. Una occasione mancata, a causa delle spinte degli interessi corporativi. Come scrivono gli esperti del settore, hanno prevalso le numerose modifiche, condotte sotto l’incalzare di lobby e interessi settoriali, sicché oggi l’imposta si presenta completamente snaturata. Nel frattempo i tentativi di ridurre il numero delle esenzioni, regimi agevolati, sostituivi, ecc. hanno avuto modesto successo. Troppe sono le difficoltà di una loro più esatta individuazione (V. Focus, Senato 2017, Spese fiscali…). Per essere espresse da un organo dello Stato di rilievo costituzionale, particolare importanza rivestano le osservazioni della Corte dei Conti [dopo C.C.]. Un giudizio tranchant lo leggiamo nel “Rapporto 2014 sul coordinamento della finanza pubblica, Maggio,2014”. Qualifica: “L’Irpef: un’” arma” spuntata”. E spiega che una grossa fetta delle agevolazioni finisce per configurare una sorta di eccezione alla progressività dell’imposta.
Osservazione ribadita nelle successive “Audizioni” e nei “Rapporti”, fino all’ ultimo del 24 maggio 2021 (V. Rapporto C.C, 2021). E’ un Rapporto d’imprescindibile riferimento, mentre si prepara la Riforma Irpef annunciata nel PNRR. Riforma che, è sperabile, (facciamo nostre le parole del Rapporto) colga le numerose insoddisfazioni relative alle modalità di applicazione dell’imposta; colga le vistose “deviazioni [che] hanno condotto nel tempo ad un prelievo quasi esclusivamente concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, [ed è ] piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. A correggere un tale squilibrio “non dovrebbero essere estranee, in fase di revisione strutturale, anche le forme di prelievo che nel tempo sono state applicate fuori dal perimetro dell’Irpef, ma che si sono poste come complementari ad essa”. Il riferimento è ai contributi c.d.  di solidarietà che a più riprese gravano sulle pensioni e “che prevedono comunque alterazioni delle aliquote marginali di prelievo per le fasce di reddito interessate”. 
Gli esperti hanno calcolato che, per questi prelievi, è come se fosse intervenuta, per il tempo stabilito, una maggiorazione progressiva delle aliquote d’imposta sulle pensioni oggetto del provvedimento, dal 43% fino al 67%. Una sottrazione che si aggiunge a quelle derivanti dai sistemi penalizzanti (o di sospensione) della perequazione che, anche per l’effetto cumulato del trascinamento, anno su anno (ormai si contano decenni), vita natural durante del pensionato, determinano perdite del potere di acquisto in termini crescenti in base all'importo. 

C’è un prima e c’è un dopo

Il prima è quello detto fin qui, in questo articolo, e in molti altri scritti pubblicati su questa Rivista, relativi ai provvedimenti di prelievo che da vent’anni, e pressoché in via continuativa, incidono sui redditi dei pensionati in aggiunta all’ Irpef.  
Il dopo consiste nell’attenzione che la dottrina giuridica sta rivolgendo alla questione dei prelievi sulle pensioni, a seguito della Sentenza Cost. n. 234/2020. Dalla quale sembra emergere la piena consapevolezza da parte della Corte Costituzionale “dell’impossibilità di far fronte a una situazione di “debolezza sistemica” con interventi temporanei, peraltro gravanti esclusivamente sui redditi pensionistici (e non anche sui titolari di redditi diversi) …La decisione, quindi, non legittima, pro futuro, decurtazioni a carico dei trattamenti pensionistici col solo vincolo della loro durata triennale”. (V. Considerazioni “a caldo” del Prof. Massimo Luciani sulla sentenza n. 234/2020 della Corte costituzionale in ’Associazione Giuristi di Amministrazione’ 11 Novembre 2020). La dottrina ha portato l’attenzione anche sulla maggiore discrezionalità che potrebbe essere riconosciuta al legislatore e consentire, quindi, interventi restrittivi dei diritti sociali. Come chi dice che “non può escludersi che tra gli ‘elementi rilevanti’, nel senso ‘esteso’ ritenuto dalla sentenza possano finire per essere coinvolti ‘elementi’ il cui elastico apprezzamento ponga a rischio la stessa garanzia che la Costituzione riconosce ai diritti sociali” (Cfr. M. CINELLI, I prelievi sulle pensioni d’oro: alla Corte costituzionale la narrazione, alla Corte dei conti l’epilogo?  in “Rivista del diritto della Sicurezza sociale” , n. 1/2021, p. 161-162). E, ancora, nella evidente connessione della crisi economica e quella sanitaria, come chi osserva: " … Non è da escludere […] che, al netto delle ingentissime risorse finanziarie che potranno arrivare nel nostro Paese attraverso il c.d. Recovery Fund, la crisi economico-sociale prodotta dalla pandemia diventerà l’elemento determinante su cui calibrare il godimento dell’intero ventaglio dei diritti sociali”. (Cfr. F. Angelini e G. Grasso: “Raffreddamento della dinamica perequativa” e tempo (in)finito della solidarietà nei trattamenti pensionistici… Osservatorio Costituzionale, Fasc. 3/2021 4 maggio 2021)

…e c’è un adesso

Conosciamo quello che si è fatto, e si è fatto male (divario tra sistema d’imposta inizialmente delineato e quello attuato) e quello che non si è fatto e si doveva fare: un sufficiente adeguamento dell’Amministrazione finanziaria al sistema economico che si andava formando. Conosciamo le argomentazioni tecniche dei soggetti istituzionali sulla inidoneità dell’attuale Irpef a raggiungere gli obiettivi per i quali era stata concepita; e conosciamo quelle degli esperti del diritto che richiamano all’esigenza di risolvere la “debolezza sistemica” della situazione pensionistica e di vigilare sul rischio di interventi riduttivi dei diritti sociali. Sappiamo anche che rinvii di Riforme, con l’alibi di riduzioni fiscali per tutti, continuerebbero ad aggravare la situazione, anche rispetto a precisi impeghi assunti con l’Ue. 

In conclusione: che cosa ci aspettiamo dalla Riforma dell’Irpef?

Siamo nella fase della concreta manifestazione politica del fare. Si avvertono i segni d’interessi contrapposti che si riannodano. E questo domanda alle forze sociali, a cominciare dalle Rappresentanze di lavoratori e pensionati, di rendere sempre più diffuso e approfondito il dibattito che faccia chiarezza sulla funzione dell’Irpef. Per dire che, mentre stenta a prendere piede una lotta risolutiva all’evasione, che rimane a tutt’oggi il più rilevante vulnus all’equità orizzontale e verticale (Cfr. C.C. 2021, cit),  non è più sopportabile l’attuale sistema distorsivo d’imposta che penalizza soprattutto i redditi di lavoratori e pensionati (i redditi meno mobili); che non si può fare giustizia distributiva utilizzando sistemi d’ingiustizia fiscale, e che, pertanto, sulle pensioni non sono più accettabili, in aggiunta all’imposta ordinaria, “forme di prelievo surrettizie e poco trasparenti…” (V. C.C. 2014, cit.)

La solidarietà, anche nella evidenza di esempi generosi che si manifestano in questo tempo di crisi sanitaria, è diventata il centro dei valori intorno al quale ci stiamo raccogliendo come comunità sociale. È una crisi che incrocia quella già preesistente della crisi economica. L’una e l’altra, per fronteggiarle, domandano un impegno ampio e comune. E, pertanto, è giusto che si attuino forme di contribuzione solidale a carico dei redditi più elevati, purché la contribuzione non costituisca un altro modo di fare prelievo fiscale con riferimento alle fonti del reddito (ed. es. alla pensione), piuttosto che a tutti i redditi equivalenti.

È argomento che va affrontato ora, ai tavoli della politica; ora, mentre si stanno preparando le basi per la legge delega di Riforma fiscale, a partire dall’Irpef.
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