La qualità che cambia

La trasformazione in atto non è solo tecnologica: chiama in causa modelli organizzativi, capitale umano e competenze manageriali per orientare il cambiamento

Mario Cardoni

Direttore Generale Federmanager

Tra le grandi transizioni che stanno ridefinendo l’attuale fase storica, quella del lavoro è certamente una delle più importanti.

Non solo perché incide sul presente e sul futuro dei processi produttivi e occupazionali, ma anche perché presenta impatti diretti su temi prioritari come la coesione sociale e la sostenibilità complessiva del modello di sviluppo nazionale.

Governare questa transizione significa, quindi, saper comprendere le priorità che si impongono. Perché ciò che sta cambiando, oggi, è innanzitutto la qualità del lavoro.

Qualità in termini di contenuti professionali, possibilità di carriera, configurazione delle dinamiche gestionali, stabilità e prospettive lavorative. A cambiare è, in breve, l’orizzonte di valore del lavoro.

In questo scenario, la tecnologia rappresenta certamente un potente fattore abilitante, ma non sufficiente.

Il lavoro, infatti, non può essere ridotto a un algoritmo, né può essere concepito esclusivamente attraverso logiche automatizzate.

Al contrario, la complessità dell’attuale transizione richiede persone dotate di conoscenze solide, capaci di interpretare il cambiamento e orientarlo positivamente. E le proiezioni di “inverno demografico” che riguardano il Paese, con il progressivo invecchiamento della popolazione e la contrazione delle giovani generazioni, rendono tale esigenza ancor più stringente.

Mario Cardoni - Direttore Generale Federmanager

Mario Cardoni - Direttore Generale Federmanager

Le università e i sistemi della formazione stanno iniziando a rispondere alla sfida, animando ecosistemi della conoscenza dinamici e interconnessi con il mondo produttivo. È un segnale importante certamente, che l’industria deve essere in grado di cogliere integrando le necessarie competenze innovative, di cui a tutti i livelli si avverte il bisogno, con nuovi modelli di leadership.

Modelli che sappiano guardare al benessere in azienda non più come elemento accessorio, ma come condizione essenziale per attrarre e trattenere talenti, favorire un corretto work-life balance e, per questa via, accrescere la competitività delle organizzazioni.

È proprio nel tempo della tecnologia che serve più che mai rimettere la persona al centro.

Con una visione capace di affrontare due snodi cruciali: la transizione generazionale, che rappresenta un’opportunità notevole se ben gestita, e la questione dimensionale del nostro sistema industriale, ancora troppo frammentato per affrontare al meglio la competizione globale.

È su tali terreni che si misura, oggi, la capacità del Paese di gestire l’evoluzione del lavoro con un approccio strategico.

Ecco perché tutti gli attori di sistema, di carattere pubblico e privato, sono chiamati a incentivare un rafforzamento e una diffusione capillare della managerialità: è questa la condizione per non subire il cambiamento, ma per guidarlo nel segno della sostenibilità e della qualità del lavoro.

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