Riflessioni sulla realtà e le proposte per la convergenza europea

Il rinnovo del Parlamento Europeo stimola le riflessioni sulle prospettive del welfare europeo, non solo per il ceto medio

A cura di CIDA 

L'Unione Europea è alla base della pace e della stabilità economica, ma il contesto internazionale impone di guardare oltre per realizzare iniziative tese alla creazione di politiche comuni anche sotto il profilo fiscale, del welfare sanitario e previdenziale, della politica estera e della politica di difesa. Il nuovo Parlamento Europeo dovrà battersi per politiche che pongano al centro gli interessi dei cittadini, in coerenza con il “Pilastro Sociale” (Social Pillar). L’UE dovrà revisionare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 per farlo diventare non solo un modello di politica macroeconomica e fiscale, ma anche per sviluppare politiche di welfare in grado di assicurare equità e convergenza delle politiche sociali europee, per assicurare certezza dei diritti per il ceto medio e per tutti i corpi sociali, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo sostenibile.

Welfare

Nel 2021 il “Gruppo di alto livello sul futuro della protezione sociale e dello stato sociale nell’UE”, voluto dalla Commissione Europea, ha redatto un rapporto che analizza tre aspetti fondamentali: gli impatti che le principali tendenze sociali ed economiche (invecchiamento della popolazione, nuove forme di lavoro, transizioni digitale e verde) avranno sulla protezione sociale; i percorsi da attuare per garantire sistemi di welfare adattivi; il finanziamento equo e sostenibile della protezione sociale. 

Fra i vari dati, il rapporto prevede entro il 2050, un aumento del numero delle persone con più di 75 anni da 43,8 milioni a 75,4 milioni, con una conseguente crescita della domanda di prestazioni pensionistiche, di assistenza sanitaria e di cure a lungo termine. 
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, il rapporto evidenzia un aumento della percentuale dei lavoratori impiegati in forme occupazionali non standard (temporaneo, part time, o lavoro autonomo) che possono limitare il loro accesso alla protezione sociale, e un 9% di lavoratori a rischio povertà. 

Date queste premesse si comprende come la priorità in Europa dovrà essere il rilancio dell’occupazione, con particolare attenzione a donne e giovani. La sicurezza sociale è un diritto primario, il cui finanziamento deve essere condiviso e ripartito equamente. In tale contesto, il ruolo dei sistemi pensionistici pubblici resta fondamentale e non deve subire revisioni al ribasso. Il nuovo Parlamento Europeo dovrà essere pronto a difendere gli interessi della popolazione e a costruire un progetto incentrato sul progresso sociale, per riscoprire un’Europa più vicina ai suoi cittadini. 

Il welfare state italiano è nato per assicurare protezione uniforme e supporto in caso di difficoltà, e si basa sulla solidarietà di coloro che possono contribuire finanziariamente attraverso tasse e contributi al fine di assistere quelli che non possono provvedere a sé stessi. Da questa premessa scaturiscono il Servizio Sanitario Nazionale, le pensioni, i congedi parentali, gli assegni familiari e assistenziali, i sussidi di disoccupazione e di povertà. 

Dagli anni ’90 però, questo sistema è entrato in crisi per ragioni economiche, politiche, sociali e demografiche. Risulta quindi necessario intervenire con profonde revisioni, fino a immaginare un nuovo patto sociale che ridisegni i bisogni e predisponga dei servizi più vicini agli interessi delle persone. 

Quindi, all’imprescindibile dimensione pubblica, che tuttavia richiede forti razionalizzazioni, si affianca necessariamente quella privata. In questo ambito, è importante la funzione dei contratti nazionali, che stanno incentivando il welfare complementare. Lo Stato, quindi, ha il dovere di riconoscerne la grande utilità sociale, adottando norme di sostegno e integrandolo con i propri servizi. 

Nel 2023 le posizioni in essere presso fondi pensioni negoziali, fondi pensione aperti, PIP (Piani Individuali Pensionistici) e fondi pensione preesistenti sono aumentate del 4%, raggiungendo i 10,7 milioni. I fondi negoziali hanno registrato 211mila nuove posizioni, con un incremento del 5,5% rispetto alla fine del 2022. Tuttavia, tutti questi iscritti rappresentano ancora una minoranza. 

Uno degli impedimenti maggiori a un effettivo decollo del secondo pilastro è costituito dal limite fiscale alla deducibilità dei contributi, rimasto invariato dal 2005, che impedisce un aumento significativo dei versamenti. Questa situazione potrebbe diventare particolarmente critica per le generazioni più giovani, soprattutto considerando l’introduzione, nel 1996, di un tetto per i contributivi puri, che potrebbe portare a un ulteriore calo del tasso di sostituzione, fino al 40%. Infine, va sottolineato il ruolo strategico che i fondi pensione possono svolgere nel sostenere l’economia reale come investitori a lungo termine, un ruolo non adeguatamente incentivato. 
Sarebbe difatti opportuno, oltre a un aumento del limite di deducibilità fiscale dei contributi, consentire ai datori di lavoro e ai lavoratori di versare contributi eccedenti il massimale INPS (119.650 euro annui) al secondo pilastro previdenziale per i “contributivi puri”, aumentando il limite di deducibilità fiscale dei contributi o stabilendo una specifica agevolazione fiscale separata. 

Discorso simile può essere affrontato anche per quanto concerne la sanità integrativa, nella quale sia i lavoratori che i datori di lavoro, versano una parte del trattamento salariale e del costo del lavoro. Essa è tesa a favorire il benessere aziendale, ma tale funzione si è estesa assumendo un ruolo sociale rispetto all’interesse generale dell’effettiva tutela del diritto alla salute secondo il principio di sussidiarietà con il servizio sanitario. È fondamentale, dunque, incoraggiare il welfare solidaristico con risorse private, espressione concreta di sussidiarietà, al fine, da un lato, di affrontare l’ormai avversa curva demografica e, dall’altro, di alleggerire di molto la spesa sanitaria totale, in quanto chi si rivolge ai Fondi sanitari non grava sul SSN. In virtù di una maggiore sinergia in termini di complementarità tra sanità pubblica e privata, riconoscendo il ruolo determinante svolto dai Fondi di assistenza sanitaria integrativa nell’ottica di completare l’offerta sanitaria, è fondamentale aumentare stabilmente il limite di deducibilità fiscale pari a 3.615,20 euro dei contributi versati ai Fondi integrativi del SSN. Tale principio è indispensabile al fine di valorizzare il più possibile il criterio di sussidiarietà, per le forme integrative di diritto privato basate sulla mutualità e sulla solidarietà tra gli associati. 

Per quanto riguarda poi la sanità pubblica, l’approccio One Health, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), rappresenta il nuovo modello per affrontare le sfide globali in materia di salute, ambiente e clima, e, in questo contesto, l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione svolgono un ruolo essenziale. Per questo motivo occorre rilanciare l’offerta sanitaria attraverso la prevenzione, per andare incontro ai bisogni di salute espressi e inespressi dei cittadini. Il ruolo dei professionisti della salute diventa quindi fondamentale sia nel campo della ricerca che in quello assistenziale; soprattutto all’interno di quella sanità pubblica i cui costi sociali garantiscono l’accesso alle cure per quelle famiglie in povertà sanitaria, circa 6 milioni, che si curano con grandi difficoltà o addirittura non si curano vanificando i principi fondamentali contenuti nell’art. 32 della Costituzione. 

Infine, sarà fondamentale raccordare i finanziamenti del PNRR con i fondi per il Servizio Sanitario Nazionale al fine di potenziare le risorse e riequilibrare i finanziamenti per la prevenzione primaria, secondaria e terziaria. È inoltre auspicabile elaborare Piani di prevenzione specifici relativi agli ambienti di lavoro e alle malattie diffuse. 

Nel rispetto dell’equità sarebbe legittimo e logico estendere la decontribuzione e la defiscalizzazione collegate a premi di produzione o ad altre forme di riconoscimento della produttività e del merito affinché vengano applicate alla generalità dei lavoratori, compresi quindi i dirigenti. È evidente, infatti, che con gli attuali paletti e con i limitati plafond, gli incentivi non potranno favorire un sistema di relazioni industriali moderno, basato da un lato sulla bilateralità e dall’altro sul riconoscimento del merito e del contributo fornito dai lavoratori per far aumentare il grado di competitività delle imprese. Il premio di risultato è il perno e il fulcro del nuovo sistema, come lo sarebbero future forme di partecipazione agli utili. Se si vuole riconoscere ai lavoratori una parte del merito nel conseguimento della performance, non si dovrebbe porre dunque alcun tetto retributivo all’applicazione degli incentivi fiscali e/o contributivi, che dovranno  risultare generalizzati elevando contestualmente l’attuale limite di 80mila euro di reddito da lavoro ad almeno 120mila. 

Previdenza

Il rapporto fornito dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) all’Eurostat nel 2022 riporta che la quota di spesa italiana destinata alle pensioni è del 16,8%, superiore alla media europea del 12,6%. All’interno di questa spesa, però, l’ISTAT include una serie di voci che vanno al di là delle pensioni. 
Tra queste vi sono: le rendite assicurative dell’INAIL; le pensioni dei fondi complementari del secondo pilastro; gli assegni per invalidità civile, cecità e sordità; le indennità di accompagnamento; le pensioni sociali e quelle di guerra a carattere indennitario; le maggiorazioni sociali; le integrazioni al minimo e altre forme di integrazione, inclusa la tredicesima mensilità destinata a supportare famiglie e anziani, erogate sulla base del reddito e simili alle pensioni di cittadinanza. Inoltre, sono inclusi tutti i prepensionamenti relativi ad Alitalia, Ferrovie dello Stato, le pensioni assistenziali per gli agricoltori, e così via. 

Queste voci, che poco hanno a che fare con la previdenza, andrebbero scorporate dalla categoria “pensioni”. Se così fosse, si vedrebbe che il reale costo delle pensioni italiane (Ivs) ammonta all’11,8% prima delle imposte e addirittura all’8,64% al netto dei 59 miliardi di euro derivanti dall’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF).
 
Anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), nel suo rapporto annuale sulle pensioni nei Paesi industrializzati intitolato Pensions at a Glance, critica l’abitudine italiana di includere nella spesa per le pensioni assistenze e invalidità, nonché la tendenza a concedere pensioni anticipate per lavori pericolosi o gravosi, per un vasto numero di occupazioni, ampliando tale elenco per includere lavori usuranti. 

Secondo l’OCSE, tali attività dovrebbero essere gestite al di fuori del sistema pensionistico, preferibilmente attraverso il sistema sanitario o assicurativo come l’INAIL. L’OCSE osserva che dal 2016 la categoria dei lavori gravosi è stata notevolmente ampliata, con ulteriori espansioni nel 2018. Tale processo mette in cattiva luce il Bel Paese agli occhi della comunità europea, sempre più scettica sulle capacità italiane di ridurre la spesa pubblica, visto che in apparenza l’Italia – a differenza degli altri Paesi – investe troppo sulle pensioni a scapito di famiglia, sanità e assistenza. 

Da questa cattiva gestione dei dati deriva tutta una serie di politiche volte a indebolire la spesa pensionistica, che però non tiene conto del conseguente abbattimento del potere d’acquisto delle pensioni. Dal 1996 in Italia è in vigore un meccanismo che, in linea generale, prevede l’indicizzazione piena solo per le pensioni più basse e una parziale per quelle superiori. In alcuni periodi le pensioni non hanno ricevuto alcuna perequazione. La Corte costituzionale con la sentenza n. 316/2010 aveva “indirizzato un monito al legislatore poiché la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, o la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, entrerebbero in collisione con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità” affermando che “le pensioni sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta”. 

Le Leggi di Bilancio 2023 e 2024, nonostante questi avvertimenti, hanno previsto una parziale revisione delle percentuali di indicizzazione delle pensioni. La rivalutazione dovuta all’inflazione avverrà per intero solo per gli assegni fino a 2.101,52 euro (4 volte il minimo). Per gli importi superiori a tale cifra, viceversa, intervengono altre 5 fasce con un tasso di rivalutazione più basso, che va dall’85% al 32% (e addirittura al 22% per il 2024) via via che l’assegno aumenta. 

L’applicazione della rivalutazione all’intera pensione, così come proposta, presenta evidenti profili di incostituzionalità per un duplice motivo: 
a) la rivalutazione è applicata all’intera pensione e non ai vari scaglioni, il che penalizza ulteriormente i pensionati con rendite oltre 4 volte il minimo, applicando un’incomprensibile doppia regressività: la prima prevede che più la pensione è alta e minore è la percentuale di rivalutazione; la seconda prevede che la rivalutazione relativa al valore della rendita venga applicata all’intero importo della pensione;
b) il secondo profilo di incostituzionalità riguarda la quota di pensione calcolata con il metodo contributivo che le Leggi di Bilancio rivalutano esattamente come la quota retributiva, senza tener conto della formula di calcolo contributiva che prevede la rivalutazione piena al PIL nominale che, oltretutto, la legge 335/1995 utilizza come coefficiente di capitalizzazione attraverso la media geometrica quinquennale del PIL. 

Per dare un’idea numerica dell’enorme svalutazione delle pensioni nel decennio dal 2024 al 2033, ipotizzando un’inflazione molto prudenziale del 2% annuo, le rendite di 2.500 euro lordi perdono circa 13mila euro, quelle da 5.253 euro lordi circa 69mila euro, che diventano quasi 92mila per pensioni intorno ai 7.500 euro lordi e, come minimo, oltre 115mila per quelle da 10mila euro lordi in su, cifre che per l’effetto trascinamento si sommano alle già pesanti perdite di potere di acquisto degli anni precedenti. 

Altro problema inerente la spesa previdenziale italiana è la poca valorizzazione dei contributi versati. I sistemi previdenziali in Europa sono caratterizzati da regole flessibili con riferimento all’età di accesso alla prestazione previdenziale, in quanto si tiene conto della necessità di permettere, entro limiti definiti e con prestazioni ridotte, la possibilità di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro per venire incontro alle crescenti complessità nella vita delle persone. Ciò, peraltro, corrisponde a un’esigenza fisiologica di ricambio generazionale che si pone nel sistema produttivo per fronteggiare l’obsolescenza professionale e, parallelamente, sviluppare l’occupazione giovanile. Il mercato del lavoro è quindi sempre più instabile e il rischio della perdita di lavoro è un’ipotesi possibile con il progredire dell’età lavorativa. 

L’obiettivo principale di una revisione del sistema pensionistico dovrà essere quello di ridurre la rigidità delle regole – per accedere al pensionamento – che vengono a essere confliggenti con un mercato del lavoro che invece chiede, appunto, maggiore flessibilità senza gravare eccessivamente sulle generazioni future. Per coerenza, l’intervento cardine dovrebbe consistere nell’introduzione di forme flessibili, capaci di aderire alle diverse condizioni di vita e di lavoro, nonché alle differenti capacità reddituali e contributive. A tal fine è necessario che qualsiasi modifica dei criteri per l’accesso al pensionamento anticipato rispetti il principio della libertà di scelta del lavoratore, abolendo la vincolante correlazione tra anni di contribuzione ed età per l’accesso al pensionamento anticipato. Contestualmente, le attuali disposizioni riguardanti il pensionamento di vecchiaia e anticipato, basate esclusivamente sul requisito contributivo e non sull’età anagrafica, dovrebbero essere mantenute senza considerare l’allungamento della vita media. 

L’adattamento dell’età pensionistica alla speranza di vita, pur comportando risparmi, presenta implicazioni negative e incerte sia per i lavoratori che per le imprese riguardo all’età di pensionamento futura. Inoltre, tale pratica risulta essere unica nel panorama europeo, divergendo dalle politiche adottate negli altri Paesi dell’UE. È da notare, poi, che nel sistema contributivo italiano l’adeguamento alla speranza di vita è già incorporato nei coefficienti di trasformazione.

Un nuovo sistema di flessibilità dovrebbe applicarsi universalmente a tutti i lavoratori, eliminando le distinzioni tra dipendenti e autonomi, migliorando la trasparenza e adattando il sistema previdenziale all’evoluzione del mondo del lavoro, sempre più caratterizzato da una crescente integrazione tra lavoratori subordinati e autonomi. Ciò implica la possibilità di cumulare redditi da lavoro e pensione, in modo da evitare penalizzazioni ingiuste per chi svolge mansioni intellettuali di alto livello, promuovendo la continuità dell’attività lavorativa e scoraggiando il lavoro non dichiarato.
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