Dopo il Covid-19: la ricostruzione e il debito

Se, per l’urgenza che impongono gli eventi, la politica coltiva soprattutto il presente, è necessario tenga in perfetta evidenza che il boom del debito che si sta generando andrà tutto a carico delle prossime generazioni. Saranno loro a pagare “la fattura”. E se dovranno pagare il debito, hanno anche il diritto ad un ruolo fondamentale nel prefigurare il Paese che vogliono per il futuro.

Antonio Dentato 

Componente Sezione Pensionati Assidifer-Federmanager
Il peggiore anno di sempre, “2020 The worst year ever”, si legge sulla copertina di Time (14 dicembre 2020). I giovani confermano questa percezione. Ma essi non hanno provato esperienze precedenti. Quelle vissute dai più anziani, durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni successivi.  I più anziani possono raccontare gli orrori, le tragedie, altrettanto terribili. Allora bambini, avevano sentito raccontare anche della pandemia detta la "Spagnola” (1918-20). In soli 18 mesi – dicono gli storici - fu contagiato almeno un terzo della popolazione mondiale; su 1,8 miliardi di abitanti, stimano che ne siano morti tra i 50 e 100 milioni. Non andiamo più indietro nel tempo. Ne abbiamo parlato in un precedente articolo (V. in questa Rivista: I grandi cambiamenti ai tempi del virus, 1 maggio 2020). Soprattutto abbiamo riferito sulle conseguenze che si determinarono sul filo della storia: sui mutamenti culturali, di costume. Spesso stravolgimenti politici, sociali, economici, istituzionali. Civiltà sbriciolate, scomparse. No, questo 2020 non è il peggiore di sempre. Non è l’anno terribile (annus horribilis). Ma è l’anno dei terribili eventi in diretta, ogni giorno, questo sì. I media ne dilatano il tormento, e gli scrittori avvertono: […ritorniamo qui, davanti alle cifre dell’ultima minaccia, a quei grafici con le curve dei morti, alle cartine del mondo ormai quasi tutto dello stesso colore del contagio, al caso italiano con i suoi misteri a cui non sappiamo ancora rispondere]. (Cfr. Ezio Mauro, Liberi dal male. Il virus e l’infezione della democrazia, Ed Feltrinelli, p.50). Forse i vaccini sono la risposta, sempre che il nemico non si mimetizzi. Perché diventa più furbo e anticipa le mosse degli scienziati: cambia forma e si fa più insidioso. Questo pone molti dubbi sulle ipotesi relative al prevedibile numero di dosi di vaccino occorrenti per sconfiggerlo. Basteranno, come risulta da qualche previsione, 14 miliardi di dosi di vaccino? Dopo le ripetute “varianti” forse bisognerà rifare i conti. Bruxelles ha previsto per l’Europa almeno 1,2 miliardi di dosi. I divulgatori scientifici dicono che, in genere, per sperimentare un vaccino efficace ci vogliono almeno 15 anni. A scorrere la storia, si legge che quello contro la "Spagnola” fu trovato nel 1938, vent’anni dopo l’inizio del contagio. Questa volta, a soli dieci mesi dall’assalto partito dalla Cina, la scienza, forte delle più moderne tecnologie, ha organizzato la controffensiva. Ma solo il tempo dirà se e quando lo avremo veramente sconfitto. Veloce questo subdolo nemico spande il suo dominio, viaggia: si fa trasportare dalle sue vittime, sui vestiti, mimetizzato sulle mani, infilato nei loro polmoni. E le paure viaggiano con lui. Paure per i familiari; paure per la fine del lavoro; per i fallimenti di imprese, delle attività commerciali. La povertà che può bussare alla porta, da un momento all’altro. Dalle stesse paure prendiamo il coraggio, diceva il filosofo. E lo scrittore francese Albert Camus faceva dire a un personaggio della sua maggiore opera che “il solo modo di mettere insieme le genti è di inviar loro la peste” (Cfr.Albert Camus, La Peste, (French Edition) Chap. IV, Ed. Gallimard, Kindle, 2011). Un’espressione pessimistica, a prima lettura, che però, nel contesto evolutivo dell’opera, la leggiamo come passaggio dall’individualismo alla condivisione degli sforzi per superare, insieme, le difficoltà; come resistenza alle avverse vicende della vita mediante la solidarietà e l’azione. Solidarietà e iniziative concrete: è il messaggio che riteniamo poterne ricavare. Assumendo come paradigma il New Deal statunitense (1934/38) o, anche, il Piano Marshall europeo (1948/51). Il primo per il rigore morale e la condivisione collettiva al raggiungimento degli obiettivi che ne accompagnarono l’attuazione; il secondo come motore del miracolo economico del dopoguerra che fu anche “il risultato della fatica, del dolore, dei sacrifici di tanti nostri genitori e nonni” (Cfr. F. Rampini, “I cantieri della Storia”, pp. 101,125, Ed. Mondadori, ott,2020). Ora i decisori politici vi si ispirano per dare impulso a nuove politiche comunitarie.. Troviamo in questo percorso le tracce di un nuovo umanesimo, che si fonde con il richiamo di un’Alta Autorità Morale: nel mondo globale, solo insieme si possono affrontare le minacce globali. (Cfr. gli appelli di Papa Francesco e la Lettera Enciclica “Fratelli tutti”. Assisi, 3 ottobre 2020). Dopo anni di dibattiti e contradizioni, i Responsabili della politica comunitaria hanno finalmente deciso: per la prima volta nella storia europea l’intervento del bilancio UE consente la correzione di deficit congiunturali, cercando i finanziamenti con emissione di debito comune. È un cambiamento storico. Possiamo leggerlo come un capitolo fondamentale del nuovo corso politico dell’Europa. 

Una potenza finanziaria

È stata attivata una potenza finanziaria, mai vista prima. Gli Stati membri dell’Unione hanno autorizzato la Commissione ad emettere titoli di debito tra il 2021 ed il 2026. Scadenze entro il 2058. Una durata media non inferiore ai 13 anni. È un budget totale di 1.800 miliardi di euro. Sono soldi che serviranno per fare un’Europa “più ecologica, digitale e resiliente”, si legge nella documentazione che accompagna il programma. All’interno di questo “Quadro” si trova il “Recovery Fund” meglio conosciuto come “Next Generation Eu” (NGEU) cui è assegnato l’obiettivo di sanare le economie dei Paesi Ue, gravemente danneggiate dalla pandemia di Covid-19. Sono 750 Mld. All’Italia, Paese cavia dell’Europa, è assegnata la quota di risorse più elevata: il 28 per cento. Circa 209Mld. (V. Figura n.1). E ora l’Italia non può e non deve sbagliare.
 

Le risposte della politica

La politica, se si fa grande, può mettere il nostro Paese sulla strada di un nuovo futuro. Ma deve rispondere a due importanti interrogativi. 

Il primo: l’Italia è sufficientemente attrezzata per realizzare i progetti che vengono proposti? Su questo fronte, dobbiamo onestamente convenirne, non sempre abbaiamo dato il meglio. Molti fondi europei sono rimasti accantonati. Progetti che sono rimasti sulla carta. Ora, più delle altre volte, i finanziamenti hanno condizionamenti precisi. Nessun piano: niente soldi. Nessuna realizzazione: niente soldi. (È appena il caso di ricordare che i fondi messi a disposizione dall’Ue vanno impegnati entro il 2023 e spesi entro il 2026, e che, se gli obiettivi previsti non vengono raggiunti secondo i tempi stabiliti, sono a rischio le erogazioni successive). È questa, dunque, la prima sfida con la quale il nostro Paese deve misurarsi, riscoprendo l’orgoglio di saper rispettare le regole. Rispettare le regole: come ci videro, ammirati, i Paesi esteri quando l’Italia affrontò per prima l’aggressione del virus. Mettere l’amministrazione pubblica in grado di supportare le azioni di ripresa e resilienza. Sarà questo uno degli aspetti decisivi per l’approvazione dei piani nazionali. E questo richiede il miglior funzionamento della macchina dello Stato, con la partecipazione anche dei privati. Solo così sarà possibile realizzare i progetti, rispettandone i criteri fondamentali: obiettivi, costi, tempi.

Il secondo. Chi paga il debito? Chi suggerisce di cancellarlo è come se dicesse di accollarlo tutto (o parte) alla Banca Centrale europea (Bce). Un’enorme perdita di bilancio. Immaginare che negli organismi di governo dell’Ue si possa trovare un accordo su questo piano significa farsi delle illusioni. D’altra parte lo impediscono le norme dei Trattati europei. E il Ministro dell'economia e delle finanze, Roberto Gualtieri, ha spiegato che “La strategia italiana per la cancellazione del debito è la sua riduzione attraverso un percorso di finanza pubblica incentrata sulla crescita e sugli investimenti”. 
  1. Gli investimenti riguardano le realizzazioni dei progetti di cui abbiamo detto. In particolare, è la Riforma della Pubblica Amministrazione il progetto più importante. Modernizzare il Paese significa, anzitutto, dargli una nuova macchina di gestione della pubblica Amministrazione. Il resto viene di conseguenza. Ci riferiamo, solo per una breve elencazione, allo sviluppo dell’alta velocità ferroviaria al Sud, alla digitalizzazione del Paese, alla Riforma del fisco. E quindi interventi nel sistema sanitario, ricerca, scuola e università, transizione verso l’economia green. Sono solo esempi. L’elenco dettagliato sarebbe troppo lungo per inserirlo in un articolo. Ma si trova on-line.
  2. Il percorso di finanza pubblica riteniamo vada adeguatamente spiegato. Perché, in soldoni, significa che il debito comunitario sarà pagato utilizzando la leva fiscale. E, allora, un’adeguata riflessione bisogna pur farla. Come diciamo nelle conclusioni che seguono.

Conclusioni

Se, per l’urgenza che impongono gli eventi, la politica coltiva soprattutto il presente, è necessario tenga in perfetta evidenza il percorso del boom di debito che si sta generando. Al netto dell’ansia che ai nostri giorni determina l’andamento pandemico, il 2020 forse non sarà stato l’anno peggiore di sempre. Ma sarà ricordato come il peggiore nei tempi futuri perché il debito andrà tutto a carico delle prossime generazioni. Saranno loro, i giovani, a pagare “la fattura”. E se dovranno pagare il debito, hanno anche il diritto ad un ruolo fondamentale nel prefigurare “la Visione” (quale Paese vogliono per il futuro?) e scegliere, definire, quindi, come pagare il debito. 
Di qui il dovere e l’urgenza di coinvolgere i giovani nella definizione dei progetti di ristrutturazione e di innovazione da realizzare; e, contemporaneamente, nel definire le leve fiscali che vorranno utilizzare. Intanto è dovere della politica spianare la strada, rimuovendo, al più presto, due macigni che rendono difficile ogni scelta. È anche per questo scopo che occorre, come più volte promesso: 1) attivare strumenti normativi che blocchino o, quantomeno, riducano l’evasione fiscale e contributiva. In media ogni anno mancano al gettito fiscale somme ingenti (V. Fig. n.2). Per il triennio 2015-2017, si osserva, in media, un gap complessivo pari a circa 107,2 miliardi di euro, di cui 95,9 miliardi di mancate entrate tributarie e 11,3 miliardi di mancate entrate contributive; 2) riformare il sistema tributario, perché la giustizia distributiva delle risorse non sia praticata mediante sistemi d’ingiustizia fiscale.
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