I grandi cambiamenti ai tempi del virus

Si discute su due limiti e sul loro bilanciamento: da un lato il “confinamento” sociale per ridurre progressivamente e bloccare, in fine, la diffusione della pandemia, dall’altro la ripresa (e relative misure) delle attività produttive, per evitare che, nel frattempo, tante forze dell’economia restino definitivamente soffocate dal “virus” della paura. Il confronto è appena all’inizio.

Antonio Dentato 

Componente Sezione Pensionati Assidifer-Federmanager
Forse solo nell’età della pietra non vi furono epidemie. Ma poi, via via che le relazioni umane si sono fatte più frequenti e intense, anche le malattie contagiose si sono propagate con maggiore violenza e celerità. In numerosi libri sono raccontate le origini di quelle più funeste, come si sono propagate. Rievocarle prenderebbe troppo spazio per un testo che vuole gettare uno sguardo soprattutto su quello che è accaduto dopo. Prenderemo ad esempio qualcuna delle storie più conosciute, perché studiate sui banchi di scuola, ovvero frutto di letture, o conosciute per sentito dire.  Passeremo, necessariamente, da un evento all’altro con “salti storici” di secoli, e, tuttavia, ci sforzeremo di individuare alcuni cambiamenti più rilevanti intervenuti successivamente, nell’ambito della vita sociale, delle strutture organizzative pubbliche, ecc. Brevi cenni, ovviamente, al solo scopo di farcene un’idea.

La peste di Atene

La pandemia da virus, la peste più nota dell’epoca antica è, certamente, quella che colpì Atene; raccontata da Tucidide in quella meravigliosa opera storica che è “La guerra del Peloponneso” (431-404 a.C.). E’ la storia della combinazione di eventi provocati dall’uomo e dalla natura: guerre, stragi di uomini, lotte civili, terremoti, siccità, carestie e, insieme a tutto questo, l’epidemia di peste che Tucidide, però, attribuisce alla colpa dell’uomo, diversamente dalle credenze religiose dell’epoca che la faceva discendere da un oracolo. Tucidide non indica il numero dei morti, ma la descrizione è quella di un’ecatombe. I morti, tanti, restavano insepolti lungo le strade della città.  Vittima illustre fu Pericle e con lui il regime politico, vanto della Grecia antica. Mentre si combatteva la guerra e si penava per il flagello della peste, non mancava chi operava per fomentare dissidi, discordie nel popolo. Sta di fatto che la polis, in quanto punto di forza della democrazia diretta, proprio in quegli anni subiva un progressivo declino. Come modello politico aveva dimostrato di non poter reggere nei momenti gravi di crisi; non era riuscito ad evitare congiure, ad impedire  il  clima di sospetto reciproco tra i cittadini; a fermare  la progressiva disgregazione dello Stato.  E, pertanto, scomparve.

La peste nera

Conosciamo questa epidemia soprattutto per aver letto la descrizione che ne fa Giovanni Boccaccio nel “Decamerone”. La “mortifera pestilenza” che colpì Firenze (1347-1352). Ma il morbo ebbe un’estensione più vasta: invase tutta l’Europa già attraversata, a sua volta, e da lungo tempo, da crisi economiche, da guerre e altre epidemie. Alcuni dicono che in Europa la peste causò la morte di circa 25 milioni di persone: un terzo della popolazione europea stimata in 75 milioni. Ma stime più recenti parlano di un tasso di mortalità superiore al 40 o addirittura il 50 per cento. Eventi che, ovviamente, non risparmiarono l’Italia la quale vide, nel frattempo, anche il rallentamento dell’economia. La crisi demografica colpì soprattutto l’agricoltura. Fortunatamente, riferiscono le analisi storiche che, nonostante la peste, l’Italia, in quella contingenza, se la cavò meglio degli altri Paesi per avere accumulato notevoli ricchezze e conoscenze tecniche nei secoli precedenti. 

La peste manzoniana

 E’ l’epidemia chiamata così perché descritta, in maniera intensa e puntuale, da Alessandro Manzoni in quel capolavoro letterario intitolato “I Promessi Sposi”.  Si diffuse tra il 1629 e il 1633 nel Ducato di Milano: uno degli Stati più gravemente colpiti. Il Manzoni definì questa peste “un tratto di storia patria più famoso che conosciuto”.  Perché colpì l’Italia intera già resa fragile da un ciclo completo di carestia-epidemia-carestia, con i relativi effetti cumulati.  In effetti, i secoli XIV e XV furono costellati di numerose epidemie. Ed ebbero carattere prevalentemente regionale.
Fatte le debite differenze tra regione e regione e fra tipologie di malattie infettive, da quegli anni cominciò anche una certa politica sanitaria di prevenzione e di contenimento delle epidemie. Cominciarono a costruirsi, un po’ dappertutto in Italia, strutture destinate all’isolamento di ammalati incurabili o affetti da malattie contagiose (lazzaretti). E anche locali per lo stoccaggio di merce nociva.  

La peste spagnola

Si chiama così non perché sia scoppiata in Spagna, ma perché si stava combattendo la Prima guerra Mondiale (1914-1918, con ripercussioni fino al 1920) e i Paesi coinvolti imponevano la censura ai giornali che ne scrivevano solo per dire che in Spagna (unico Stato non coinvolto nelle operazioni belliche) c’era la peste (V. in questa Rivista, Aprile 2020: Giovanni Sansò, Immagini della “Spagnola”, l’ultima terribile pandemia). Quanti morti? Si parla di circa 8 milioni di morti e di 20 milioni di feriti, limitatamente all’Europa, e dai 50 ai 100 milioni di morti in tutto il mondo. Numeri incerti. 
In molti Paesi colpiti dal morbo, dopo la guerra e la pandemia, prese avvio la riorganizzazione dei ministeri della Sanità. Anche in Italia avvenne un passaggio decisivo nel campo ospedaliero: da secolari istituzioni che operavano con criteri di assistenza caritatevole, gli ospedali cominciarono ad assumere funzione di assistenza pubblica utilizzando migliori tecniche sanitarie.  Non ci risulta però che siano state assunte iniziative per prevenire ulteriori eventi morbosi come quelli che si erano abbattuti sul Paese. A leggere la documentazione dell’epoca sembra che gli investimenti sanitari siano stati concentrati soprattutto nella lotta alla tubercolosi. 
Quanto agli effetti relativi all’evoluzione economica e politica successiva alla guerra e all’epidemia, diciamo subito che appare difficile separare quelli derivanti dall’una o dall’altra. 
Dopo gli eventi appena esposti, a spiegarci i cambiamenti economici sociali intervenuti ci aiutano le analisi storiche riferite a quell’epoca.  Ci segnalano una progressiva ripresa economica, per effetto degli investimenti pubblici nell’economia. Ma non se ne avvantaggiò l’intera collettività, perché questo fatto determinò, soprattutto “un massiccio spostamento di redditi in favore degli interessi industriali e bancari legati allo sviluppo delle commesse governative”. Peraltro, mancarono opportune mediazioni in grado di dare adeguate risposte anche alle esigenze dei ceti medi inferiori che passarono “dalla silenziosa opposizione dell’anteguerra contro ogni mutamento dello status quo sociale al nazionalismo e, quindi, al fascismo”. Lo storico, a giusto titolo, suggerisce di valutare “quale peso ebbero sugli orientamenti correnti dell’opinione pubblica l’opera di discredito delle istituzioni parlamentari” e la “strategia della tensione” … "portata avanti dalla grande stampa di informazione da parecchi anni infeudata, non a caso, ai più grossi gruppi di pressione e di interesse economico”. (Per tutta questa parte è nostra l’elaborazione da letture in: “Storia d’Italia. Annali, 7, Malattia e medicina”, pp.335 e sgg, Einaudi,1984; e “Dall’unità ad oggi”, p. 209 e segg.- p. 248 e segg., Einaudi, 1975).  

La peste del XXI secolo: 2020 - Coronavirus/COVID-19

Mentre scriviamo, la pandemia continua.  In attesa di un ritorno alla vita normale, intanto, possiamo fare due cose: 

  1. osservare quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi (o, almeno, attraverso gli strumenti d’informazione) ed esprimere i nostri apprezzamenti sull’atteggiamento assunto dalla gente nei confronti di questo evento; 
  2. leggere gli avvenimenti successivi alle epidemie del passato e trarne qualche insegnamento utile. 

Primo. Di questa pandemia diciamo che non è stata occupata da esplosioni di isterismi collettivi. Il buon senso è stato una costante. E, salvo sbavature marginali, tutti hanno aderito alle disposizioni di contenimento e distanziamento sociale.  Soprattutto, diciamo che il mondo ha riscoperto un concetto che è divenuto “virale”, e nuova forza: la solidarietà.  Per la vicenda che ci occupa, la solidarietà ha assunto un valore concreto e tangibile: la difesa, la cura anche di una sola persona colpita dal virus è stata attivata come difesa di un’intera collettività. L’hanno intesa così, dal primo momento, senza esitazione, quelli impegnati nella protezione sociale, artefici, appunto, della solidarietà come “costruzione sociale” (Rodotà). A costo della loro vita, questi “eroi” del nostro tempo, li vediamo ingaggiati in una battaglia ad alto rischio di contagio: medici, infermieri, farmacisti, aiutanti, operatori ecologici; e forze di polizia, militari, vigili del fuoco, sacerdoti, volontari; e scienziati di ogni Paese che, insieme, avviano ricerche su medicine, vaccini che possano salvare, speriamo a breve, la vita di milioni di persone.  

Secondo. La lettura dei cambiamenti successivi alle pandemie del passato ci è utile come prezioso promemoria per il futuro. 

Conclusa questa vicenda, i sistemi politici saranno assoggettati a profonda verifica. Governi e Organizzazioni internazionali saranno chiamati a gestire, in condizioni reali, le esperienze sociali maturate al tempo del virus; saranno chiamati a definire quali delle esperienze eccezionali vissute potranno diventare ordinarie nell’organizzazione delle attività economiche e sociali: recupero di produzioni delocalizzate, organizzazione del lavoro, movimentazione delle persone, trasporto merci, scambi commerciali, istruzione, cultura, informazione, ecc. E, soprattutto, il tracciamento delle persone (contact tracing), sia pure su base volontaria. 

Tutte, o molte delle esperienze maturate in questi campi, probabilmente, potrebbero anche migliorare la vita quotidiana, personale e collettiva, ma, e qui sta il paradosso, potrebbero anche compromettere diritti faticosamente conquistati. E’ su questi aspetti che occorrerà allertare la massima vigilanza. 

Capitoli di storia ce lo ricordano: avvenimenti come quelli vissuti nel passato, lasciano segni importanti nella vita della gente, negli stili di vita, nell’organizzazione degli Stati.  

Conclusione.

Più che un articolo, abbiamo voluto offrire elementi di riflessione. 

Si discute, ora, su due limiti e sul loro bilanciamento: da un lato il “confinamento” sociale, per ridurre progressivamente e bloccare, in fine, la diffusione della pandemia, dall’altro la ripresa (e relative misure protettive per gli operatori) delle attività produttive, allo scopo di evitare che, nel frattempo, tante forze dell’economia restino definitivamente soffocate dal “virus” della paura. Il confronto è appena all’inizio. 
Le riflessioni che potremo sviluppare saranno utili, forse, per mettere a punto una scaletta di argomenti già oggetto di dibattito politico, cui le nostre Organizzazioni rappresentative, certamente, non mancheranno di partecipare. Anche con il nostro contributo, per quanto possibile. 

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