Invecchiamento della popolazione e assistenza agli anziani sempre più ultra centenari

L'Italia detiene insieme alla Francia il record europeo per anziani over 100: la conferma di un Paese che sta invecchiando e destinato dunque a fare i conti con la pressione esercitata dalla demografia sul welfare familiare e statale

Mara Guarino 

Content Manager Itinerari Previdenziali
Lo scorso luglio l’Istituto Nazionale di Statistica ha reso noto uno studio dedicato ai centenari in Italia, un rapporto che conferma alcuni dei più importanti trend demografici e socio-economici con cui il welfare pubblico e integrato sono già chiamati a fare i conti nel nostro Paese, e ancora più dovrà fare nei prossimi anni. 

A riprova di una longevità tra le più alte nel mondo, l’Italia detiene insieme alla Francia il record europeo per numero di ultracentenari: al primo gennaio erano 14.456, tutti nati tra il 1896 al 1903. In dieci anni, dal 2009 al 2019, i centenari sono passati da 11mila a oltre 14mila, mentre i residenti di 105 anni o più sono addirittura raddoppiati, passando da 472 a 1.112, facendo quindi segnare un ragguardevole incremento del 136% che, verosimilmente, non troverà però continuità nell’immediato futuro, quando nelle coorti degli over 100 faranno il loro ingresso i nati nel periodo della prima guerra mondiale, comprensibilmente meno numerosi delle coorti precedenti. Un fenomeno dovuto a precise circostanze storiche e con probabilità transitorio se è vero che, secondo le stesse previsioni dell’Istituto, il quale ipotizza almeno il 34% di ultrasessantacinquenni (oggi sono poco più del 22) entro i prossimi 15-30 anni, la popolazione anziana in Italia è destinata a crescere, e invecchiare, ulteriormente.
Altrettanto interessante è la distribuzione geografica e per genere di centenari e ultracentenari. La “geografia” della ricerca Istat evidenzia come la maggior concentrazione di over 100 riguardi l’Italia settentrionale e, in particolare, il Nord-Ovest.  
La regione con il rapporto più? alto tra semi-supercentenari e il totale della popolazione residente alla stessa data è la Liguria (3,3 per 100mila), seguita da Friuli-Venezia Giulia (3,0 per 100mila) e Molise (2,6 per 100mila).  Se si guarda ai numeri assoluti è però la Lombardia la regione nella quale risiede il maggior numero di persone con più di 105 anni di età, ma il rapporto con quella residente totale è in questo caso (1,9 per 100mila) assolutamente in linea con la media nazionale. La distribuzione regionale cambia invece se si guarda al rapporto con la popolazione residente di 80 anni e più: con circa 36 persone di 105 anni, il Friuli-Venezia Giulia si colloca al primo posto di questa speciale classifica.

Per quanto riguarda il sesso, come già ampiamente evidenziato da tutte le statistiche sul tema, la maggiore longevità riguarda le donne: più 1 over 100 su 8 è di sesso femminile e il gender gap aumenta ulteriormente con riferimento ai cosiddetti semi-supercentenari (individui di età superiore ai 105 anni), quando si passa dall’84% all’87% della platea analizzata. Non solo, delle 125 persone che nel decennio 2009 - 2019 hanno raggiunto e superato la soglia anagrafica dei 110 anni il 93% è rappresentato da donne, a ulteriore riprova di una netta predominanza femminile nelle età più estreme della popolazione. Senza del resto voler per forza scomodare i casi particolarmente virtuosi e fortunati dei centenari, va in effetti ricordato che la speranza di vita alla nascita in Italia è già ben più elevata per le donne, 85,2 contro 80,8 per gli uomini; e lo stesso vale per la speranza di vita residua a 65 anni, di 19,2 anni per gli uomini e ben 22,4 per le donne, in entrambi i casi comunque di un anno superiore alla media dell’Unione Europea.

La maggiore longevità femminile (unita all’età media tendenzialmente inferiore delle mogli) si riflette poi anche sulla situazione familiare degli over 100 monitorati da Istat: gli uomini mostrano infatti una probabilità molto maggiore di vivere in coppia rispetto all’altro sesso. Emblematico in tal senso il caso dei semi-supercentenari, tra le cui fila l’80,1% degli individui di sesso maschile è vedovo, mentre l’86% delle donne è vedova; altrettanto interessante notare che tra gli uomini il 13,6% è ancora coniugato mentre per le donne la percentuale scende all’1,4%. Eppure, l’85% vive in famiglia e “solo” il 15% in istituti, una statistica da relativizzare in virtù dell’esiguità della platea considerata, ma che merita comunque attenzione se si considera  che in Italia si vive sì più a lungo rispetto agli altri Paesi dell’UE, ma non meglio. La speranza media di vita a 65 anni senza limitazioni funzionali scende infatti a 10,4 anni nel caso degli uomini (è di 15,1 nel caso della virtuosa Svezia)  e a 10,1 nel caso delle donne (valore in linea con la media europea).

Numeri che impongono una duplice riflessione. La prima sulla pressione che il progressivo invecchiamento esercita sul welfare italiano, non solo in termini di adeguatezza delle risposte ai trend demografici ma persino di sostenibilità del sistema di protezione sociale. La seconda sul ruolo delle famiglie e sull’importanza di garantire un’offerta di servizi e prestazioni socio-sanitarie utili ed efficaci tanto all’esterno quanto all’interno dei confini familiari. La stessa Istat stima del resto che dei circa 8,5 milioni di caregiver che, in Italia, si occupano di persone non autosufficienti oltre 7 siano in realtà persone appartenenti o comunque vicine alla rete familiare: un’assistenza dunque informale, tipicamente fornita all’interno delle mura domestiche e spesso a titolo gratuito (o operata mediante lavoro sommerso). E se è dunque vero che l’assistenza a domicilio resta comunque una delle modalità assistenziali privilegiata sia per contrastare il rischio di istituzionalizzazione sia per garantire agli anziani una maggiore qualità della vita, lo è altrettanto che l’Italia continua ancora a soffrire un’eccessiva vocazione familistica, un quadro all’interno del quale gli interventi socio-assistenziali previsti dallo Stato si rivelano ancora troppo spesso subalterni a quelli domestici o al più comunitari.

Statistiche alla mano e considerato anche l’importante aiuto che può arrivare da telemedicina e dispositivi tecnologici, è però forse il momento di iniziare a fare qualcosa di più.

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