Occupazione giovanile e salari

Dal debito pubblico al lavoro, dalle abitazioni al sistema sanitario, dall’istruzione pubblica alla previdenza e altro ancora, tutto sembra più complicato per i giovani

Pasquale Ceruzzi

Presidente Commissione Studi e Progetti ALDAI-Federmanager

L’occupazione giovanile e i salari sono 2 asset fondamentali per sostenere oggi e in futuro - come nazione e come società - il nostro welfare.

Persone competenti ci indicano da tempo che siamo condannati al declino per via del nostro “inverno demografico”, intendendo con questo una perdita complessiva di popolazione dovuta alle scarse nascite (tasso di fertilità pari a 1,14 figli per donna contro i 2 che servirebbero per mantenere costante la popolazione).

Nell’ultimo decennio, la popolazione ha infatti registrato un calo di oltre un milione di residenti, passando dai 60,2 milioni del 1° gennaio 2016 a 58,9 milioni al 1° gennaio 2026. Dal 2025 tuttavia, la dinamica migratoria è tornata positiva, ovvero un numero di immigrazioni dall’estero che supera quello delle emigrazioni, compensando così il deficit dovuto alla dinamica naturale. Nelle nostre emigrazioni ci sono però prevalentemente i nostri giovani e questi risultano competenti e dotati di skill professionali molto ricercate che servirebbero innanzitutto al nostro Paese.

Tra il 2015 e il 2024 il saldo migratorio degli italiani è sempre rimasto negativo e ha raggiunto una cifra ragguardevole cumulata di circa 440.000 persone (vedere figura 1). Di questi, «una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000» sostiene il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta (ndr a noi questa fuga appare strutturale).
<b>Figura 1</b>
Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

Figura 1 Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

La domanda che dovremmo porci è perché molti nostri giovani professionalmente validi emigrano all’estero? Personalmente ne ho incontrati diversi ai quali ho posto questa domanda e dalla quale ho ricevuto due risposte:
  1. Offrono/ottengo retribuzioni migliori di quelli italiane
  2. Le offerte di lavoro sono più ampie e disponibili nel tempo
<b>Figura 2 - Retribuzioni reali lorde per dipendente in Italia, Francia, Germania e Spagna. Anni 2019-2026 (indici 2019=100 e differenze percentuali) </b>
<br>Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

Figura 2 - Retribuzioni reali lorde per dipendente in Italia, Francia, Germania e Spagna. Anni 2019-2026 (indici 2019=100 e differenze percentuali)
Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

Per il punto 1. oltre alla credibilità indiscutibile degli interlocutori, possiamo prendere atto del grafico a fianco. Si nota che rispetto alla Spagna abbiamo perso circa 10 punti percentuali di retribuzione negli ultimi 6 anni e circa 5 punti nei confronti della Germania. Al di là di questa perdita di competitività recente, la Germania già aveva livelli più elevati delle retribuzioni del 25% in epoca pre-Covid. Se la realtà fosse questa dovremmo anche domandarci che cosa abbia determinato questa differenza per noi penalizzante. La causa va essenzialmente ricercata nel tentativo dei nostri imprenditori di contrastare la bassa produttività (e competitività) del sistema Paese contenendo o riducendo in termini reali il costo del lavoro (quindi le retribuzioni e a catena il benessere economico e il welfare).

Per il punto 2. Le risposte possono venire dall’analisi del mercato del lavoro italiano nelle fasce di età 15/24 anni e 25/34 anni dove appare evidente (e preoccupante) che il tasso di inattività* (sono inattivi coloro che non lavorano, non cercano lavoro, non studiano…) è uno dei più elevati di Europa in entrambi i casi (vedere figura 3).
<b>Figura 3 </b>
<br>Fonte ISTAT Occupati e disoccupati aprile 2026

Figura 3
Fonte ISTAT Occupati e disoccupati aprile 2026

Il nostro welfare entra in crisi circa 15/20 anni fa con l’aumento dei nuovi pensionamenti provenienti dal “fine lavoro” di molte persone nate negli anni del boom demografico (ed economico) risalente agli anni 1950-1964 e il mancato ingresso nel mondo del lavoro delle nuove generazioni in quantità e qualità sufficienti a garantire un equilibrio di bilancio all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale INPS (vedere articolo Dall’ultimo bilancio previdenziale (anno 2024) lo stato di salute delle nostre pensioni e del nostro welfare - Dirigenti Industria).
<b>Figura 4 </b>
<br>Fonte Itinerari Previdenziali

Figura 4
Fonte Itinerari Previdenziali

La demografia potrebbe quindi soccorrerci tra 25-28 anni (il tempo necessario affinché una nuova generazione sia pronta al lavoro) se partissimo oggi a fare più figli e il nostro tasso di fertilità superasse i 2 figli per donna.

Per il momento, sono l’attuale mercato del lavoro e le nuove persone occupabili (soprattutto i giovani ma anche le donne che hanno un tasso di occupazione sotto il 50%, soprattutto al Sud) che potrebbero fare la differenza migliorandola. “Salari Competitivi” (uso lo stesso termine dei giovani confindustriali) potrebbero poi riportare in Italia alcuni nostri giovani migrati all’estero e dissuaderebbero quelli in procinto di farlo.

I salari contribuiscono alle entrate di bilancio dell’Ente di Previdenza attraverso gli oneri contributivi (9,19% della retribuzione lorda). Lavori a bassa remunerazione, discontinui, frammentati non danno invece un contributo utile alla causa (per maturare un anno pieno di contributi occorre infatti raggiungere almeno 244,74 euro lordi a settimana, corrispondenti a circa 980-1.000 euro lordi al mese). Servirebbero poi servizi di sostegno alla famiglia (ad esempio nidi e asili prescolastici) e crediti di imposta credibili a fronte della nascita di bambini.

Senza dimenticare come l’ascensore sociale che aveva permesso in passato di scalare le gerarchie del benessere economico e sociale sia inceppato da tempo: quella rete benefica di imprese e istituzioni che permetteva a chi era meritevole negli studi e nella professione di far carriera non c’è più. Sono venute meno alcune grandi aziende private nazionali e gli investimenti diretti esteri (FDI), ma anche una visione illuminata del ruolo dell’impresa nella società e nel lavoro. L’exploit delle PMI ha solo in parte compensato la fuoriuscita dei grandi gruppi privati. I risultati sono quelli evidenziati nella figura sottostante: 
<b>Figura 5 - Occupati a 30 anni per posizione sociale rispetto alla famiglia di origine, sesso e generazione. Media anni 2016 e 2024 (valori percentuali) </b>
<br>Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

Figura 5 - Occupati a 30 anni per posizione sociale rispetto alla famiglia di origine, sesso e generazione. Media anni 2016 e 2024 (valori percentuali)
Fonte Rapporto Annuale Istat 2026

Un trentenne dei nostri giorni ha, in genere, una posizione socioeconomica inferiore a quella della sua famiglia di origine (al netto di passaggi generazionali/patrimoniali).
Il mio giudizio personale, per quello che conta, coincide senza sbavature con le conclusioni numeriche dei maggiori istituti di statistica e di sociologia. Dal debito pubblico al lavoro, dalle abitazioni al sistema sanitario, dall’istruzione pubblica alla previdenza e altro ancora, tutto sembra più complicato per i giovani. Riconoscerlo su entrambi i lati del rapporto intergenerazionale è il primo passo per invertire questa situazione e avviarla verso una sacrosanta soluzione.



*Tasso di inattività: rapporto percentuale tra le persone non appartenenti alle forze di lavoro in una determinata classe di età e la popolazione residente totale di quella determinata classe di età

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