Pensioni: dobbiamo prepararci a nuovi sacrifici?

Mentre si ripropongono interrogativi sulla spesa pensionistica, restano aperti i grandi problemi strutturali del Paese: lavoro, produttività, demografia, evasione fiscale… E cresce tra i pensionati del ceto medio il timore di essere chiamati ancora una volta a sostenere il peso degli squilibri di bilancio

Mino Schianchi

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento Gruppi Seniores Federmanager e Presidente Comitato Pensionati ALDAI-Federmanager

Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare molte volte di pensioni: sostenibilità del sistema, equilibrio dei conti pubblici, solidarietà tra generazioni, tutela delle persone più fragili. Sono tutti temi importanti e meritevoli di attenzione. Eppure c’è una domanda che molti pensionati continuano a porsi: perché, ogni volta che emergono problemi di finanza pubblica, si torna così spesso a parlare di interventi sulle pensioni? Perché non si affrontano con maggiore decisione quei problemi strutturali che stanno alla radice delle difficoltà economiche del Paese e che, se lasciati irrisolti, finiscono inevitabilmente per ripercuotersi anche sul sistema previdenziale?
È una domanda che trova ulteriore fondamento nella lettura del Rapporto Istat 2026, dal quale emerge un quadro tutt’altro che rassicurante: crescita economica debole, salari reali che alla fine del 2025 risultano ancora inferiori dell’8,6% rispetto ai livelli del 2019, produttività stagnante e prospettive previdenziali sempre più condizionate dall’evoluzione demografica.
Il Rapporto evidenzia con chiarezza che la sostenibilità del sistema pensionistico dipende in misura crescente dall’andamento della popolazione attiva e dalla partecipazione al lavoro. E proprio qui si concentra una delle principali fragilità del nostro Paese. L’Italia continua infatti a registrare il più basso tasso di attività dell’Unione Europea nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni: appena il 66,7%.
Le proiezioni sono ancora più preoccupanti se gli attuali livelli di partecipazione al lavoro dovessero rimanere invariati, entro il 2050 la popolazione attiva potrebbe ridursi a circa 19,7 milioni di persone, contro i 24,8 milioni del 2025. In altri termini, oltre cinque milioni di lavoratori in meno. Un dato che incide direttamente sugli equilibri del sistema previdenziale: diminuisce la platea di coloro che versano contributi, mentre cresce il numero delle persone in pensione.
Lo stesso Rapporto Istat indica chiaramente le direttrici lungo le quali occorrerebbe intervenire: aumentare l’occupazione femminile, favorire l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro, attrarre immigrazione qualificata, accrescere la produttività e investire nelle competenze professionali e digitali.
Si tratta di questioni sulle quali il dibattito pubblico è aperto da anni e che chiamano in causa ritardi storici del nostro modello di sviluppo. Sono problemi strutturali, che richiederebbero riforme coraggiose e di lungo periodo. Eppure, troppo spesso, tali riforme vengono rinviate, mentre si preferisce intervenire sugli effetti piuttosto che sulle cause.

È anche per questo che, puntualmente, la questione torna a riproporsi. Anche quest’anno. Leggendo i documenti che preparano le future manovre finanziarie dello Stato emerge infatti una preoccupazione che non può essere ignorata. Nel Documento di Finanza Pubblica recentemente presentato dal Governo si richiama espressamente l’attenzione sugli effetti che una maggiore inflazione potrebbe produrre su importanti capitoli di spesa, tra cui le pensioni.
La spesa pensionistica torna così a essere osservata speciale. Quasi come se si stesse nuovamente preparando il terreno per possibili interventi di contenimento. Naturalmente ciò non significa che siano già state assunte decisioni in tal senso. Tuttavia, alcuni segnali meritano attenzione, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi decenni. 

Una storia che abbiamo già visto

Negli anni passati è successo molte volte. Ogni volta che il Paese si è trovato davanti a difficoltà economiche – crisi finanziarie, aumento dell’inflazione, crisi energetiche, guerre o tensioni internazionali – si è tornati a intervenire sulle pensioni. Prima si parla di misura eccezionale. Poi di intervento temporaneo. Poi di sacrificio necessario.
Il problema è che, con il passare degli anni, molti di questi interventi si sono ripetuti. E quando interventi temporanei vengono riproposti continuamente, il rischio è che diventino una regola stabile.

Ma chi ha pagato davvero?

Su questo punto spesso si fa un po’ di confusione.
Quando si parla di pensionati sembra che tutti si trovino nella stessa situazione. In realtà non è così.
Negli ultimi venticinque anni molti interventi hanno colpito soprattutto i pensionati del ceto medio, cioè coloro che percepiscono pensioni superiori a quattro volte il minimo INPS. Non stiamo parlando necessariamente di pensioni elevate o di privilegi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno lavorato quarant’anni o più, che hanno versato contributi importanti e che hanno pagato regolarmente imposte e tasse. Eppure, proprio questa categoria è stata spesso chiamata a fare sacrifici.
Blocchi o riduzioni della rivalutazione, contributi straordinari, sistemi di calcolo meno favorevoli: misure diverse, ma con destinatari spesso molto simili. Molti pensionati hanno ormai la sensazione di essere diventati una sorta di “bancomat” al quale si ricorre quando occorre far quadrare i conti pubblici.

Un problema poco conosciuto: l’effetto trascinamento

C’è poi un aspetto che non viene spiegato a sufficienza. Quando una pensione non viene rivalutata pienamente in un anno, il danno non riguarda soltanto quell’anno.
La pensione cresce meno e da quel momento in avanti parte da una base più bassa. Significa che anche negli anni successivi gli aumenti saranno calcolati su un importo ridotto. In pratica, un sacrificio che viene presentato come temporaneo si trasforma automaticamente in una perdita permanente e crescente.

Tutti parlano di evasione fiscale, ma il problema resta

C’è un’altra questione che molti pensionati fanno fatica a comprendere. Ogni Governo dice di voler combattere l’evasione fiscale. È una promessa che sentiamo da anni. Eppure l’evasione continua a essere stimata attorno ai 100 miliardi di euro l’anno. 
È inevitabile che sorga una domanda: se si recuperassero anche solo una parte di queste risorse, sarebbe davvero necessario intervenire ancora sulle pensioni?
Molti pensionati si chiedono perché sia spesso più semplice chiedere sacrifici a chi paga tutto regolarmente piuttosto che recuperare somme così ingenti.

Pensionati: non solo redditi, ma anche una risorsa per la società

C’è poi un aspetto di cui si parla troppo poco.
I pensionati non rappresentano soltanto una voce di spesa nei bilanci pubblici. Sono anche una risorsa fondamentale per il Paese.
Moltissimi pensionati aiutano economicamente figli e nipoti. Altri dedicano tempo all’assistenza di familiari anziani o disabili. Molti svolgono attività di volontariato nelle associazioni, nelle parrocchie, nel terzo settore e nei servizi di assistenza.

In tanti casi i pensionati svolgono una funzione che integra o addirittura sostituisce servizi che la mano pubblica fatica a garantire.
Pensiamo ai nonni che accompagnano i nipoti a scuola, assistono le famiglie durante l’orario di lavoro, aiutano figli che vivono situazioni economiche difficili oppure dedicano tempo e cure a persone fragili. 
È un lavoro silenzioso, spesso invisibile, ma dal valore sociale enorme. E proprio per questo il tema della valorizzazione del ruolo dei Senior sta assumendo un’importanza crescente.
 
Non a caso tra le priorità indicate dagli iscritti ALDAI-Federmanager emerge la proposta di promuovere una forma di servizio civile per gli over 65, con l’obiettivo di riconoscere e valorizzare il patrimonio di competenze, esperienza e impegno sociale che i Senior possono mettere a disposizione della collettività. Eppure, nonostante questo contributo, non esistono ancora forme significative di riconoscimento diretto o fiscale per queste attività.

Bonus, aiuti e ricerca del consenso

Nessuno mette in discussione l’importanza di aiutare chi si trova in difficoltà.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua successione di bonus, incentivi e aiuti straordinari. Molti sono stati certamente necessari. Tuttavia, molti cittadini hanno l’impressione che si proceda spesso attraverso interventi temporanei e misure emergenziali, senza affrontare i problemi alla radice.
Si distribuiscono risorse da una parte e poi si cercano coperture da un’altra, spesso tornando sulle stesse categorie.

La preoccupazione più grande

Forse la questione che preoccupa maggiormente è anche un’altra.
Di fronte a questa situazione, molti pensionati del ceto medio hanno la sensazione di non avere una vera forza politica o sociale che li rappresenti.

Le tematiche relative alla tutela delle pensioni sono certamente affrontate da CIDA, che rappresenta presso il Governo e le istituzioni il mondo delle alte professionalità. Tuttavia, appare altrettanto importante che questi temi siano oggetto di un confronto ampio e continuo anche all’interno di tutte le strutture di Federmanager, dove i pensionati rappresentano circa il 50% degli iscritti.
Non si tratta soltanto di discutere di importi pensionistici. Occorre affrontare una visione più ampia della condizione dei Senior.
Tra le priorità indicate dagli iscritti ALDAI-Federmanager da sottoporre all’attenzione delle forze politiche emergono tre richieste molto concrete:
  • stabilizzare il meccanismo di perequazione delle pensioni, evitando continue modifiche e interventi penalizzanti;
  • valorizzare il ruolo sociale dei Senior, anche attraverso la proposta di un servizio civile per gli over 65; 
  • introdurre interventi fiscali nel settore sanitario, trasformando le spese mediche degli ultrasettantacinquenni da detraibili a deducibili e abolendo il limite di 40.000 euro per la detrazione delle spese di assistenza ai non autosufficienti. 
Si tratta di richieste che nascono dall’esperienza concreta delle persone e dai bisogni che molti pensionati vivono ogni giorno.

In sintesi

Il futuro delle pensioni non dipende soltanto dal contenimento della spesa previdenziale, ma dalla capacità del Paese di affrontare problemi ormai noti: bassa occupazione, soprattutto tra giovani e donne, scarsa produttività, crisi demografica, evasione fiscale e insufficienza degli investimenti in competenze e innovazione. Sono questioni troppo spesso rinviate, dalle quali dipende la sostenibilità del sistema e la crescita della base contributiva. I pensionati chiedono certamente la tutela del loro potere d’acquisto, ma anche che il tema della previdenza sia inserito in una più ampia strategia di sviluppo economico e sociale. Solo così si potrà evitare che, ancora una volta, i sacrifici vengano chiesti ai “soliti noti”.

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