Comitato pensionati ALDAI – Federmanager Sintesi della riunione del 22 ottobre 2026

In vista della Manovra 2027, il Comitato Pensionati ALDAI-Federmanager richiama l'attenzione sui rischi di nuove penalizzazioni delle pensioni del ceto medio e chiede una tutela più incisiva del loro potere d'acquisto. Al centro del confronto, l'esigenza di un'azione sindacale concreta e continuativa, di maggiore equità fiscale e di un dialogo costruttivo con le forze politiche, fondato sull'ascolto delle aspettative dei pensionati e sul rispetto degli impegni previdenziali.

 

Il Presidente del Comitato Pensionati - Mino Schianchi - introduce i lavori del Comitato con un'articolata relazione che ha per oggetto il quadro economico della Manovra di Bilancio 2027 e la strategia sindacale di Federmanager a tutela delle pensioni del ceto medio.

Schianchi evidenzia come il Documento Programmatico di Finanza Pubblica approvato dal Governo il 2 ottobre 2026 delinei un contesto economico fortemente complesso, caratterizzato da una crescita stimata del PIL limitata allo 0,6%, da un elevato debito pubblico e da margini di manovra fiscale ristretti. A fronte di questo scenario, le diverse richieste delle forze politiche (modifiche IRPEF, incentivi alle imprese, rifinanziamento della sanità in vista delle scadenze elettorali) rischiano di eccedere le coperture finanziarie disponibili. In questo quadro, il pericolo concreto, enunciato anche nei media, è che l'Esecutivo torni ad attingere alle risorse dei pensionati del ceto medio per far quadrare i conti di bilancio, trattando le pensioni da lavoro dirigenziale come una sorta di bancomat o riserva di bilancio.

L'impatto dei tagli alla perequazione

Schianchi richiama l'attenzione sul meccanismo di rivalutazione automatico delle pensioni (perequazione). Al riguardo, ricorda che il blocco o il depotenziamento parziale della rivalutazione non comporta soltanto una perdita immediata nell'anno di blocco, ma genera un danno permanente e cumulativo nel tempo, in quanto i futuri aumenti percentuali vengono applicati su un importo base irrimediabilmente ridotto. Schianchi cita ad esempio la relazione tecnica ufficiale della Manovra di Bilancio 2023 (ripresa anche dalle argomentazioni della Corte Costituzionale), la quale ha quantificato in ben 54 miliardi di euro i risparmi netti che lo Stato realizzerà entro il 2032, a seguito di quel provvedimento. Il conto sarà pagato esclusivamente dai pensionati. Questo dato dimostra in modo inconfutabile che la nostra categoria ha già offerto un contributo straordinario al risanamento delle finanze pubbliche e, pertanto, non dovrebbe essere assoggettata a ulteriori penalizzazioni.

Valutazione del Comunicato Stampa Federmanager dell'11 ottobre 2026 

Schianchi esprime forte apprezzamento per la tempestiva presa di posizione contro possibili ulteriori penalizzazioni delle pensioni del Presidente Nazionale di Federmanager, Valter Quercioli, diffusa tramite comunicato stampa l'11 ottobre 2026. Nel comunicato — intitolato «Le pensioni sono un impegno dello Stato, non una riserva di bilancio» — la Federazione ha ribadito con fermezza che le pensioni non sono una concessione che lo Stato può modificare a proprio piacimento, né un privilegio. Sono il risultato di una vita di lavoro, di responsabilità professionali e di contributi versati. La rivalutazione delle pensioni rappresenta un impegno, una sorta di patto sociale che risale agli anni in cui fu soppressa la scala mobile. Un impegno politico che venne poi tradotto in una legge. Partendo da questa netta presa di posizione di Federmanager, Schianchi avverte che il comunicato deve costituire non un approdo finale, ma l'avvio di un'azione politico-sindacale continuativa e pressante nei confronti di Governo e Parlamento.

Il ruolo di Federmanager nel contesto attuale 

Federmanager sta portando avanti un'attività importante per sostenere la crescita economica del Paese, rafforzare la cultura manageriale e favorire l'impiego delle competenze dirigenziali nelle imprese. È un impegno che condividiamo e che consideriamo essenziale, sottolinea Schianchi.

Le nostre imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, hanno bisogno di maggiori competenze manageriali per affrontare problemi come la produttività, l'innovazione, la trasformazione digitale e la competitività. E a questo lavoro possono contribuire anche molti dirigenti pensionati.

Ci sono colleghi che, pur avendo concluso la propria attività lavorativa, conservano capacità professionali, esperienza ed energie sufficienti per continuare a svolgere un ruolo utile, magari in forme diverse rispetto al passato. Perché andare in pensione non significa certo cancellare, da un giorno all'altro, tutto quello che abbiamo imparato durante una vita professionale. Valorizzare questo patrimonio significa offrire nuove opportunità ai colleghi che desiderano continuare a impegnarsi e, nello stesso tempo, mettere una risorsa preziosa al servizio delle imprese e del Paese.

Ma c'è anche un secondo aspetto per noi altrettanto importante. Alla Federazione è affidato anche il compito di difendere i diritti previdenziali e gli interessi economici dei pensionati. Un compito che merita la stessa attenzione, la stessa capacità organizzativa e la stessa determinazione dedicate alla valorizzazione delle competenze manageriali. Non si tratta di scegliere tra due attività o di stabilire quale debba prevalere. E non si tratta neppure di distinguere tra pensionati che possono ancora contribuire professionalmente allo sviluppo delle imprese e pensionati che, per ragioni di età o per condizioni personali, non sono più in grado di farlo. Tutti devono poter contare sulla rappresentanza e sulla tutela della nostra Organizzazione.

I 6 pilastri delle rivendicazioni dei Pensionati.

Delle richieste, sulle quali continuiamo a insistere, ha continuato Schianchi, ne abbiamo parlato tante volte nel Comitato Nazionale di Coordinamento dei Gruppi Seniores di Federmanager.  Non si tratta di rivendicare privilegi, ma di chiedere che i trattamenti pensionistici siano valutati con equilibrio, senza dimenticare la storia lavorativa e gli impegni previdenziali che ne costituiscono il fondamento. Non chiediamo trattamenti di favore, ma equità, rispetto degli impegni assunti e certezza delle regole. Le nostre richieste le abbiamo discusse, approfondite e riportate nei relativi verbali. Permettetemi comunque di richiamarle, perché rappresentano il punto di riferimento della nostra attività.

  1. Difesa del potere d'acquisto delle pensioni. Dobbiamo continuare a contrastare le ripetute limitazioni della perequazione, che hanno progressivamente ridotto il valore reale dei trattamenti pensionistici, provocando perdite permanenti.

  2. Una maggiore equità fiscale. Chiediamo una riduzione della pressione tributaria sui redditi regolarmente dichiarati, soprattutto su quelli del ceto medio, che sostiene una parte rilevante del carico fiscale complessivo.

  3. Contrasto all'evasione fiscale e contributiva. Non è accettabile che il finanziamento della spesa pubblica continui a gravare prevalentemente su chi dichiara integralmente i propri redditi e rispetta gli obblighi contributivi.
  4. Separazione tra previdenza e assistenza. È necessario distinguere con maggiore chiarezza, anche nella contabilità dell'INPS, la spesa previdenziale da quella assistenziale. Soltanto così potremo valutare in modo corretto e trasparente la sostenibilità del sistema pensionistico, senza confondere prestazioni che hanno natura e finalità diverse.
  5. Anagrafe degli interventi assistenziali. Occorrono strumenti che permettano di conoscere, coordinare e controllare meglio le prestazioni assistenziali. L'obiettivo non è certo quello di negare aiuti a chi ne ha bisogno. Al contrario: è quello di contrastare gli abusi e destinare le risorse in modo più efficace proprio alle persone che ne hanno realmente bisogno.
  6. Una rappresentazione più giusta dei pensionati del ceto medio. Troppo spesso i pensionati del ceto medio vengono rappresentati come una categoria privilegiata, giudicata quasi esclusivamente sulla base dell'importo della pensione, senza considerare il percorso professionale e umano che ne ha accompagnato la maturazione. Dietro quei trattamenti pensionistici vi sono decenni di lavoro, responsabilità assunte, contributi previdenziali e imposte versate, ma anche sacrifici personali e familiari, impegno e capacità di adattamento ai profondi cambiamenti dell'economia e della società.  

Dibattito: sintesi degli interventi dei partecipanti

I partecipanti alla riunione hanno condiviso la relazione introduttiva, sottolineando come gli argomenti trattati colgono nel vivo le attese dei pensionati. Hanno quindi ribadito la necessità di un’azione sindacale e politica incisiva per difendere la perequazione delle pensioni e, di conseguenza, il potere d’acquisto dei pensionati. I partecipanti hanno sottolineato il carattere ricorrente e ormai estenuante della questione della perequazione delle pensioni, che si ripresenta puntualmente ogni autunno, in occasione della preparazione della legge di bilancio, alimentando nuove preoccupazioni per il rischio di ulteriori penalizzazioni. Da qui l'esigenza di un'azione sindacale costante, incisiva e chiaramente riconoscibile, capace di dare visibilità alle iniziative intraprese e di rappresentare con continuità le ragioni e le aspettative dei pensionati.
Non è mancato anche un diffuso scetticismo circa la disponibilità delle forze politiche ad accogliere tali istanze. I partecipanti hanno infatti ricordato come, nel corso degli anni, provvedimenti restrittivi in materia previdenziale siano stati adottati da governi di diverso orientamento politico, compresi gli esecutivi tecnici. Una continuità di scelte che, al di là delle diverse maggioranze, ha contribuito ad alimentare nei pensionati la sensazione di non trovare un'adeguata attenzione alle loro aspettative. 

A giudizio dei partecipanti, i dirigenti in pensione rappresentano una componente numericamente minoritaria rispetto alla popolazione complessiva dei pensionati. Una condizione che rende più difficile richiamare l'attenzione delle forze politiche sulle loro problematiche e richiede, proprio per questo, una strategia di comunicazione particolarmente attenta ed efficace.

Nell'attuale contesto sociale, iniziative di protesta plateali o campagne dai toni esasperati rischierebbero di alimentare ulteriormente i pregiudizi nei confronti dei cosiddetti «pensionati d'oro». Sarebbe invece più utile promuovere un'azione di informazione chiara, documentata e continuativa, capace di rappresentare la realtà dei fatti e di favorire una valutazione più equilibrata della condizione dei dirigenti pensionati.

Una valutazione che non può prescindere dal loro percorso professionale, dalle responsabilità assunte, dai contributi previdenziali e dalle imposte versate, nonché dal ruolo svolto nello sviluppo economico e sociale del Paese.  E’ soprattutto sbagliato immaginare la vita professionale dei dirigenti come un percorso sempre lineare, caratterizzato da sicurezza economica e privilegi acquisiti. Le diverse generazioni hanno dovuto affrontare crisi industriali e finanziarie, ristrutturazioni e delocalizzazioni aziendali, fusioni e cambiamenti degli assetti proprietari, ridimensionamenti degli organici e trasformazioni delle condizioni contrattuali. Vicende che, in molti casi, hanno comportato la perdita anticipata del posto di lavoro, l'interruzione di carriere consolidate, difficili percorsi di ricollocazione professionale e, talvolta, la necessità di accettare incarichi e condizioni economiche meno favorevoli, proprio in una fase della vita in cui ricostruire la propria posizione lavorativa diventa più difficile. È una realtà che merita di essere ricordata: le responsabilità e i risultati professionali non hanno messo i dirigenti al riparo dalle crisi, né hanno risparmiato loro le incertezze e i sacrifici che hanno attraversato la società italiana. Ridurre oggi queste storie personali e professionali alla sola cifra della pensione significa ignorare non soltanto il contributo offerto allo sviluppo delle imprese e del Paese, ma anche le difficoltà affrontate per costruire e mantenere nel tempo la propria sicurezza previdenziale. Per questo, una rappresentazione più giusta dei pensionati del ceto medio dovrebbe fondarsi sulla conoscenza dei fatti, sul riconoscimento delle responsabilità sostenute e sul rispetto dei percorsi contributivi, evitando facili contrapposizioni tra categorie sociali.

Occorre superare i giudizi sommari fondati esclusivamente sull'importo della pensione, sempre richiamato al lordo e non al netto delle imposte. Si finisce così, infatti, per privilegiare una cifra che colpisce l'opinione pubblica, anziché quella che esprime il reddito effettivamente disponibile. Una rappresentazione parziale che contribuisce ad alimentare l'immagine di una categoria privilegiata, senza offrire gli elementi necessari per comprenderne la reale condizione economica.

In questo quadro, i partecipanti hanno anche denunciato la distanza tra le ricorrenti dichiarazioni di attenzione al ceto medio e le concrete decisioni politiche che, troppo spesso, finiscono per penalizzarlo. Hanno quindi sottolineato come, pur rappresentando una minoranza nell'ambito della popolazione pensionata, i dirigenti in pensione appartengano a una componente significativa della società italiana, per il contributo offerto alla crescita del Paese e per la loro attiva partecipazione alla vita democratica. È quindi ragionevole attendersi che le forze politiche, indipendentemente dagli schieramenti, riservino alle loro esigenze e aspettative un'attenzione adeguata al ruolo che essi svolgono nella vita economica, sociale e democratica del Paese. Una considerazione che dovrebbe tradursi in scelte concrete e coerenti, contribuendo a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. 

Nel corso del dibattito è stata anche richiamata l'attenzione su una contraddizione sempre più evidente. I progressi della medicina, della scienza e delle tecnologie consentono oggi di vivere più a lungo e offrono nuove opportunità per affrontare meglio l'età avanzata. A questa importante conquista si contrappongono, tuttavia, provvedimenti che, riducendo progressivamente il potere d'acquisto delle pensioni, rischiano di compromettere proprio quella serenità economica di cui si ha maggiormente bisogno con il passare degli anni. È paradossale che, mentre la scienza ci offre nuove possibilità per vivere più a lungo e meglio, le scelte previdenziali possano rendere economicamente più difficile affrontare gli anni di vita che abbiamo conquistato. Una contraddizione tanto più significativa considerando che, con l'avanzare dell'età, possono aumentare le necessità di cura, assistenza e sostegno alla non autosufficienza.
In questa prospettiva, è stata anche avanzata la proposta di concentrare l'azione sindacale su un obiettivo concreto e di forte rilevanza sociale: la piena deducibilità delle spese sanitarie e di quelle sostenute per la non autosufficienza dai cittadini di età superiore ai 75 anni.

Conclusioni

In sintesi, il Comitato Pensionati ALDAI-Federmanager ha ribadito la propria preoccupazione per il rischio di nuove limitazioni della perequazione delle pensioni e ha auspicato un confronto costante e costruttivo con tutte le forze politiche, di Governo e di opposizione. Dopo anni di interventi che hanno progressivamente ridotto il potere d'acquisto dei trattamenti pensionistici, è importante che le esigenze del ceto medio, e in particolare dei dirigenti in pensione, trovino maggiore ascolto e attenzione nelle scelte di politica economica e previdenziale. Una tutela tanto più necessaria in una società che vive più a lungo, nella quale la maggiore longevità dovrebbe accompagnarsi a una crescente sicurezza economica, non a una sua progressiva riduzione.

In questo quadro, i pensionati del ceto medio continueranno, come da sempre, a partecipare attivamente alla vita democratica del Paese, seguendo con particolare attenzione i programmi delle forze politiche e valutando, anche attraverso l'esercizio consapevole dei propri diritti di cittadini, la coerenza tra gli impegni dichiarati e le decisioni concretamente assunte in materia previdenziale. È una scelta di cittadinanza attiva e responsabile, fondata sulla convinzione che il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni si costruisca soprattutto attraverso scelte concrete, capaci di riconoscere e rispettare i diritti e le legittime aspettative di chi ha lavorato e contribuito per una vita intera allo sviluppo economico e sociale del Paese.

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