Uno skyline, una vita

Come annunciato nell’articolo "Premiazione del 4° Concorso Letterario ALDAI" pubblicato sul numero di gennaio della rivista Dirigenti Industria, proseguiamo con la presentazione dei primi tre racconti classificati. Di seguito il racconto vincitore del 2º premio del "Uno skyline diverso, un’impronta del nostro tempo".

Norberto Pelosi

Norberto Pelosi, nato nel 1957 nella provincia di Varese dove a oggi risiede dopo aver vissuto, in gioventù, nel Pavese e nel Basso-Milanese. Sposato da 40 anni, da alcuni anni è felicemente entrato nella grande categoria dei Nonni. Subito dopo aver acquisito la maturità tecnica, inizia la carriera professionale operando nell’industria aereonautica; negli anni ’90  matura un’interessante esperienza nell’industria dell’arredamento e dell’interior design; in seguito approda nell’industria della meccanica di precisione, dove ha operato con mansioni direttive sino alla fine 2019 quando, avendo raggiunto i termini pensionistici, ha terminato la sua carriera professionale. Il tempo che la pensione gli ha messo a disposizione lo ha impiegato in un’interessante esperienza nel mondo della scuola dove ha potuto trasmettere, agli studenti di un istituto professionale, le sue conoscenze nel mondo dei materiali. Appassionato di storia in genere, quella militare in particolare, ha trasformato la sua foga di lettore in un blando impegno come scrittore portando al pubblico solo due brevi racconti: “Storia di nebbie e di sole” e “Uno skyline, una vita”.
10 novembre, alba. Ho dormito male, mi sono svegliato anticipando la sveglia. Oggi devo abbandonare la mia casa! Mi rado e mi lavo rapidamente, l’acqua è gelida. Mi vesto con ciò che rimane di un guardaroba di sole griffe esclusive. Indosso il giaccone, prendo il borsone e, senza voltarmi, esco dall’appartamento. Nell’autorimessa, al posto di un potente coupé, ora c’è un vecchio furgone, completo di ruggine e ammaccature, comprato per due lire da un demolitore dove un venditore, nella giacchetta stretta sul fallimento di varie diete, assicurò che: “o’ furgone è nu veru gioiello”!
Uscendo dalla rimessa, la vista mi cade sull’attico dove, fino a questa mattina, vivevo. Penso ai momenti felici che vi avevo trascorsi, adesso cancellati da questi ultimi brutti eventi. 
Con rabbia e una grattata metto la prima, parto. 

10 novembre, mattino. Prima di uscire da Milano voglio fare una tappa. Parcheggio. Con ansia mi separo dal furgone; cassaforte dei pochi oggetti rimastimi. La foschia mattutina mi fa compagnia e in mezz’ora di buon passo arrivo in cima a quella collinetta che i Milanesi hanno battezzato Monte Stella. Ogni volta che si andava al lago, dalla nonna, mio padre faceva qui una tappa. Da quella piccola cima, mi mostrava la Milano che cresceva. Con orgoglio indicava quello che anche lui, con la sua piccola impresa edile, contribuiva a creare. Quando venimmo per l’ultima volta, poi la malattia si portò via mio padre, egli mi fece un lungo discorso: “Sotto i nostri piedi ci sono le macerie della guerra che, una volta finito quell’orrore, portammo qui per dare spazio alla ricostruzione di ciò che ci era caro e necessario per vivere. Lavorammo duramente; volevamo tornare subito alla normalità. Non facemmo grandi cambiamenti, potendola vedere da qua la città, in quei giorni avrebbe avuto lo stesso profilo di cento anni prima con la bella torre del Filarete e la guglia maggiore del Duomo con la Madonnina. Poi venne il boom economico e le sue frenesie! Con la scusa di dover dare un tetto ai nuovi milanesi si fecero speculazioni e si costruirono bestemmie estetiche. Però si fecero anche cose belle, uniche e particolari; guarda la Torre Velasca e il Pirellone. Fu da allora che il profilo della città cambiò; iniziò a divenire uno skyline. Quello che non cambiò, se non superficialmente, fu l’animo dei Milanesi! Vedi il riflesso dorato laggiù? È la Madonnina! Da trecento anni ci protegge dall’alto della chiesa più bella del mondo. Quando costruimmo il Pirellone e la sua altezza superò le guglie del Duomo, i milanesi, che tutto sommato sono ancora gli stessi che secoli fa vollero nel punto più alto della città il simbolo della loro fede, per rispetto e amore, fecero un’altra Madonnina e la misero in cima al grattacielo. Da allora Milano ha due Madonnine a proteggerla.” 
Guardo lo skyline di oggi e risento le sue parole. Le lunghe lame di cristallo e acciaio puntate verso il cielo mantengono quel sano uso e sulla cima di quelle più alte c’è l’effige di Colei che da trecento anni protegge Milano. Oggi i milanesi hanno quattro Madonnine sul loro cielo. 

10 novembre, tarda sera. Arrivo nel buio profondo dell’inizio della notte, con la luna che illumina le cime imbiancate dei monti abruzzesi.
Mi fermo dove mi sono accordato con il mio contatto. Il motore acceso fa funzionare il riscaldamento; di questa stagione, a 1.000 metri, il freddo, di notte, si fa sentire.
Un cono di luce annuncia il fuoristrada che poco dopo mi si ferma vicino. Un uomo, chiuso in un parka, sbarca e viene verso di me; anch’io esco, gli vado incontro. Con pochi convenevoli ci presentiamo e Antonio, con il suo forte accento abruzzese spiega che gli alberghi sono pieni per via di un raduno di Alpini ed è tardi per raggiungere il podere; gentilmente si offre di ospitarmi a casa sua. Lo ringrazio di cuore, l’alternativa era dormire nel furgone. Dopo dieci minuti di curve, arriviamo nel cortile di una villa antica che, lo capisco dalle insegne, ospita una piccola azienda vitivinicola. 
Antonio, poco più giovane di me, mi presenta la madre, che insieme alla sorella, ora assente, è tutta la sua famiglia. Una cena familiare, mi riporta ai tempi delle vacanze da nonna, e un bicchiere dell’ottimo rosso prodotto da Antonio mi accompagna verso un sonno ristoratore. 

11 novembre, l’alba. Il profumo di caffè accompagna lo scampanellìo della vecchia sveglia. Dopo notti passate nel sacco a pelo, ho dormito in un letto con lenzuola fresche di bucato; mi pare di rivivere! 
Durante la colazione, caffelatte e pane fresco di forno, conosco la sorella di Antonio, Gaia, una piacevole e graziosa infermiera quarantenne, appena rientrata dal turno in ospedale. È lei che mi consegna le chiavi accompagnandole con l’ironica promessa di una visita per vedere come se la cava un milanese in campagna. 

11 novembre, mattina. Dopo una buona mezz’ora, per lo più di strada sterrata, per la prima volta vedo il podere; spinto dalla necessità e stimolato dal basso prezzo lo avevo acquistato senza vederlo e senza trattative. Antonio, in previsione del mio arrivo, l’aveva fatto sistemare alla meglio. Egli mi fa da guida nell’esplorazione della tenuta. I fabbricati sono in buono stato e il fatto che la casa è abitabile da subito mi riempie di felicità. Con il suo aiuto, sistemo alla meglio le mie poche cose e a mezzogiorno divoriamo la frittata fredda che la sua previdente mamma, la signora Livia, ha preparato. Davanti al fuoco del camino, con un bicchiere dell’ottimo rosso prodotto da Antonio, onoriamo il primo pranzo nella mia nuova casa.
“Questa tenuta era l’eredità che il nonno lasciò a mio zio, un uomo schiavo del vizio del gioco e pieno di debiti.” Così ha inizio il racconto di Antonio. “Mio nonno, che disapprovava il tipo di vita dello zio e che da tempo non copriva più i suoi debiti, non voleva lasciargli nulla, convinto, giustamente, che qualsiasi oggetto di valore egli avesse ricevuto, sarebbe presto finito in mano ai suoi numerosi creditori! Fu per intercessione della nonna e grazie all’amore che aveva per lei, che il nonno lo lasciò erede di questa tenuta, la meno pregiata delle sue proprietà. Nessuno era interessato a quel podere; subito dopo l’apertura del testamento, lo zio pregò il fratello, mio padre, di comprarglielo; il babbo, per aiutarlo, lo acquistò pagandolo più del dovuto. Lo zio emigrò in Sud America e, da allora, di lui non si seppe più nulla.”
Fuori, in cortile, dopo aver fumato una sigaretta, Antonio riprese il racconto: “La superstizione è il motivo per cui nessuno, compreso mio padre, vuole coltivare questi campi. Dal terremoto del 1904 dalla terra continuano a emergere sassi di tutte le dimensioni. I proprietari che si susseguirono si prodigarono a eliminarli ma, tolto uno, ne riemergevano due. I paesani chiamarono quel podere: LI CANDUNE che in abruzzese sta a dire: massi, pietroni. In breve, si cominciò a dire che quei sassi arrivavano dall’inferno e, superstiziosi come sono i contadini, nessuno volle più quel podere. Alla morte di papà, l’unico che accettò di lavorare in quella tenuta fu un nostro vecchio operaio, scapolo e refrattario alle superstizioni. Egli, vi allevò un piccolo gregge di capre; con il loro latte produceva un buon formaggio con i cui proventi ci campava. Quando l’anno scorso morì, mettemmo in vendita la tenuta. Nessuno del posto la volle, Gaia mise un annuncio su internet. L’unico a rispondere fosti tu! Ora hai tre ettari di campi, una bella porzione di bosco, una casa, una stalla e una rimessa, il tutto solido e in buono stato e in più hai una sorgente ricca di acqua buona e fresca. Se ci metti passione e una buona dose di lavoro avrai le tue soddisfazioni. Mo’ che t’ho raccontato tutto, dimmi una cosa: che ce stai a fà qua tu?”
La risposta fu il racconto della mia vita. Narrai dei successi come imprenditore e il lavoro che, come una droga, mi aveva reso suo schiavo: “Con la morte dei miei genitori non ebbi più vincoli familiari. La mia ossessione per il lavoro aveva fatto sì che quel poco che mi restava di vita privata lo occupavo con i soli obblighi sociali connessi agli affari. Non mi sposai mai, ero un nuovo, in piccolo, Howard Hughes! Venne un momento in cui la massa degli impegni mi obbligò a farmi affiancare da un collaboratore, un assistente; per ciò assunsi quello che avevo valutato come il migliore. Mi è difficile spiegare ciò che successe nei pochi anni che seguirono; è una storia lunga e complicata e io stesso non ho ben capito i meccanismi con i quali il mio Giuda riuscì a impossessarsi di tutti i miei beni; sta di fatto che, in breve, mi trovai sul lastrico e, per evitare una trappola giudiziaria, dove oltre ai beni avrei perso libertà e dignità, dovetti sottostare ai suoi diktat. Firmai la cessione di quel poco che mi rimaneva e con i quattro soldi che ottenni riuscii a comprare questa tenuta con cui spero di ricostruirmi una vita.” 
Dopo un attimo di silenzio, ci alzammo; il vino bevuto non rese facile riprendere il lavoro.

1° gennaio, mezzogiorno. È tarda mattina e ho la testa pesante grazie al veglione di Capodanno. Mi serve una camminata. Bevo un caffè forte, prendo la roncola per fare un po’ di legna, esco. L’aria fredda è come un balsamo. Cammino di buon passo, ho la compagnia dello scricchiolìo della neve gelata che si rompe sotto i mei passi. Arrivo al mio obbiettivo, una parte del bosco mai esplorata; supero la fitta macchia di faggi che mi riceve e mi trovo di fronte una brulla collinetta. Ora so dove sono finiti i sassi raccolti dai campi. 

8 febbraio, mattina. La stagione fredda è al suo culmine. Una stufa aiuta il grande camino a scaldare la casa. Ho sistemato alla meglio anche gli altri edifici; adesso devo inventarmi come farli rendere. Nella mia nuova vita mi sono imposto di prendermi dei giorni di libertà dal lavoro; di solito li impiego per conoscere i luoghi e la gente del posto che, una volta rotto il ghiaccio, è veramente amichevole perciò mi è stato facile creare una cerchia di amici. Oggi, invece, ho deciso di esplorare la collinetta, della quale mi ero dimenticato. 
Ci metto poco ad arrivare al mio obbiettivo. Il cielo è turchese, macchiato dal bianco delle piccole e poche nuvole. Quando sono in cima, l’aria tersa amplia la visibilità e lo spettacolo delle montagne imbiancate è emozionante. Il pensiero corre alla similitudine di quel luogo con la montagnetta di Milano. Nate entrambe dai detriti, da entrambe è possibile ammirare uno skyline unico, particolare e affascinante. Uno creato dall’opera dell’uomo l’altro frutto della natura.
Ora sapevo che nome dare a quel posto: Monte Stella. 
L’incantesimo di quel momento è rotto dal ritorno del pensiero che da giorni mi preoccupa: i soldi si stanno esaurendo; quest’anno e quasi sicuramente anche il prossimo, la tenuta non avrebbe prodotto un raccolto e quel poco che guadagno aiutando Antonio e alcuni dei suoi amici non è sufficiente ai miei bisogni.
Occorre che la tenuta produca al più presto un reddito: ma come? 

15 febbraio, mattina. Sto sistemando il piccolo edificio che contiene la sorgente. Il poco spazio a disposizione è pieno di vecchie bottiglie di tutti i tipi. Sto raccogliendole per portarle in discarica, quando ne trovo una che mi colpisce. La ripulisco alla meglio. È di ceramica bianca con sopra disegnato, in smalto blu, il profilo di una catena montuosa che termina con la scritta, in un bel corsivo, BIER.
Non so quale strano processo mentale generò l’idea; ma ora sapevo cosa fare: Birra! Ottima birra prodotta con l’ottima acqua della sorgente.

28 aprile, quattro mesi dall’arrivo. Pregai molti e supplicai tutti. Non so come ma ottenni fiducia ed ebbi un finanziamento a tassi di interessi accettabili. Con quei soldi e con tante ore di lavoro, la stalla divenne un birrificio artigianale. Tanti mi aiutarono ma un amico di Antonio fu la mia salvezza: Giuà. Un pensionato che sa fare di tutto. Come me era solo e aveva preso a cuore la mia idea: si era offerto di aiutarmi in cambio del vitto, di pochi soldi e di una amicizia sincera.
Con lui, Antonio e Gaia ogni tanto andavamo a bere un bicchiere di vino sulla collinetta. Parlavamo del lavoro fatto o da fare; raccontavamo fatti e storie del paese o nostre, facevamo progetti e ogni tanto, in silenzio, ognuno guardava il suo skyline.

4 ottobre, tarda mattinata. Oggi si decide il futuro. Abbiamo invitato dei giornalisti e un noto mastro birraio. Egli spillerà la nostra prima birra! Siamo tutti lì: Antonio, Gaia, Livia, Don Angelo il parroco, Giuà, il più emozionato, c’era anche Giuseppe il proprietario del pub del paese, a tempo perso mio consulente e aiutante birraio; e poi Carlo, organizzatore dell’evento nonché agente della cantina di Antonio, ora anche agente del mio birrificio.
Il silenzio e il rito interminabile del celebre birraio mi stanno facendo impazzire. Quando, con uno schiocco della lingua e con un segno della mano dà la sua approvazione, sento sciogliermi dal rilassamento che pervade il mio corpo, sento che ho fatto centro! 
Dopo il commento e le lodi del critico, Don Angelo benedice prima il birrificio e poi il vecchio furgone sulle cui fiancate ora, in un bel blu, c’era il profilo del Gran Sasso e il marchio: BIRRA CANDUNE. 

20 ottobre, secondo anno a LI CANDUNE. La birra ebbe successo. Ora avevo un’entrata sufficiente a coprire spese, debiti e a lasciarmi quanto basta per le mie poche esigenze. Seguendo i consigli di Giuà, coltivammo i campi con un antico grano abruzzese, il Solina. Il raccolto non fu abbondante ma di qualità e sufficiente a produrre la CANDUNE WEISS. Un altro successo. 

18 novembre, terzo anno a LI CANDUNE. Gaia, ora mia moglie, trovò un’antica ricetta danese e il risultato fu una birra prodotta usando le more selvatiche del bosco. Altro successo. Assunsi Carlo, un ragazzo del paese che si è laureato in scienze dell’alimentazione facendo la tesi praticamente nel mio birrificio. Insieme a Giuà formavano tutto il mio esercito, ma lui era quello che garantiva la qualità dei nostri prodotti. 

24 novembre, quarto anno a LI CANDUNE. Con Antonio, decidemmo di usare le vinacce delle sue vendemmie. Dopo aver passato le forche caudine della burocrazia e grazie a un nuovo finanziamento, trasformammo la rimessa in una distilleria.
La prima produzione fu una buona grappa; poi venne il brandy distillato dal vino Cerasuolo di Antonio; poi fu la volta del gin, fatto con il ginepro raccolto nel bosco e il grano solina dei miei campi. Seguì il whisky distillato dell’orzo majiorino, un antico cereale coltivato nella zona. Ottimi prodotti ma con un difetto: devono invecchiare e noi non avevamo tempo; dovevamo rientrare al più presto da questi, per noi grandi, investimenti.
Fu Carlo a proporre il moonshine, un whiskey ricavato dal mais, prodotto dai contrabbandieri americani, che non aveva bisogno di invecchiamento. Usammo il granoturco coltivato in paese e in più gli facemmo fare un breve passaggio nelle carratèlle, botticelle da 50 litri in rovere tipiche abruzzesi, fatte da un artigiano del paese. Fu il primo distillato che vendemmo e fu l’inizio dei nostri successi in quel campo. 

S. Natale, quarto anno a LI CANDUNE. Abbandono la calda confusione dei festeggiamenti per recarmi, solo, alla montagnetta.
Il paesaggio, con il cielo terso e la luna piena riflessa sulla neve mi ammalia per poi, in cima al colle, emozionarmi profondamente per la vista dei monti imbiancati, incuneati nel blu degli ultimi sprazzi di luce. In quello stato di letizia, si incunea il pensiero su quale emozione avrei potuto avere tre anni fa, sul Monte Stella di Milano. La letizia si spegne.
Ora ho visto gli skyline delle mie due, completamente differenti, vite.
Mi raggiunge Gaia assieme agli amici più cari. Dopo un chiassoso momento conviviale, dove c’è anche un brindisi con la nostra birra, gradualmente, presi dall’incanto che si può ammirare dal nostro Monte Stella, ci azzittiamo lasciando spazio al rumore della natura. 
In quel momento vivo la mia felicità, il mio orizzonte, il mio skyline, la mia nuova vita.

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