Intervento del Direttore Generale Federmanager al Forum 2026
Le riflessioni e le proposte Federmanager per un'Italia migliore presentate dal Direttore Generale, Mario Cardoni
A cura della redazione
Il Welfare è un tema molto interessante e molto importante, direi assolutamente prioritario. Il nostro è un sistema storico, che appartiene alla cultura dell'Occidente, di cui facciamo parte, ed è qualcosa di cui dobbiamo essere fieri. Non è solo una voce di bilancio, è molto di più.
È un patrimonio che è stato costruito in decenni, fatto di sacrifici, contributi, scelte politiche coraggiose, e questo ci obbliga a custodirlo e a difenderne la sostenibilità a lungo termine. Parliamo di una componente maggioritaria della spesa pubblica, sono oltre 600 i miliardi allocati a questo titolo e suddivisi prevalentemente in tre dimensioni, sanità, pensioni e assistenza sociale. Tre pilastri, tre storie e tre narrazioni diverse, su cui oggi è urgente intervenire con coraggio e senza pregiudizi.
Non è solo una questione di sostenibilità finanziaria, è sostenibilità economica, sostenibilità demografica, e sostenibilità di sistema: quindi è un tema molto complesso. Allora la prima cosa da fare, se vogliamo intervenire in modo efficiente, efficace, è conoscere bene il sistema.
Trasparenza
La prima esigenza che sentiamo è quella di dare trasparenza ai numeri. E questo vale per tutti i ragionamenti. Molto spesso vediamo numeri, indicazioni, che poi variano da fonte a fonte, e che nascono da un approccio in cui il dato, la narrazione del dato, è una narrazione complessa, spesso riservata agli specialisti.
Ad esempio, si dice che nel nostro Paese spendiamo troppo in pensioni, e non abbiamo ancora capito se spendiamo il 15% del PIL, il 16%, oppure il 18%, varia a seconda dell'interpretazione. Mentre parliamo tanto di pensioni e sanità, parliamo poco di spesa assistenziale. Ed è uno dei rimproveri che addirittura ci fa l'Europa, indicando che non spendiamo a sufficienza per l'assistenza. Se però si va a vedere in profondità, si nota che noi spendiamo molto, siamo arrivati a una allocazione annuale superiore a 180 miliardi di euro, e negli ultimi 15 anni questa spesa è più che raddoppiata. Diciamo, però, allora, che gli effetti non sono incoraggianti: gli indici di povertà, sia assoluta che relativa, non mostrano miglioramenti significativi, e quindi andrebbe monitorata l'efficacia di questi strumenti di assistenza.
La chiarezza dovrebbe anche caratterizzare le voci che compongono il bilancio pubblico previdenziale che viene dallo stesso istituto, perché spesso componenti che vengono qualificate come previdenziali in realtà sono spese assistenziali alle quali dovrebbe concorrere la fiscalità generale. Ecco, quindi. il primo punto che noi chiediamo: dare trasparenza ai numeri, ad esempio separando - anche solo contabilmente - la spesa previdenziale (che è quella sostenuta dai contributi versati) da quella assistenziale, una richiesta presentata da anni, e mai accolta adducendo ogni volta tante difficoltà. È importante distinguere anche solo contabilmente la vera spesa previdenziale da quella assistenziale, per capirne gli effettivi impatti e l’efficacia, anche perché spesso le misure assistenziali derivano da fonti normative diverse, che possono essere nazionali, regionali, comunali, e sono fonti che, almeno per quanto ne sappiamo, non colloquiano tra loro. E quindi è una spesa confusa, che però ha un impatto anche sulla valutazione della spesa pensionistica.
Sanità
Il secondo punto è la sanità, un modello che deve evolvere. Il nostro sistema sanitario è il più importante del mondo dal punto di vista umano, e questo è un dato di fatto, non discutibile. Si fonda su un principio universalistico in cui l'accesso ai luoghi di cura è garantito a tutta la popolazione, indipendentemente dal reddito e dalla condizione lavorativa. E questo lo prevede la nostra Costituzione. I manager sono i primi a difendere il ruolo primario ed essenziale del Servizio Sanitario Nazionale, non lo mettiamo in discussione.
Dobbiamo però riconoscere con altrettanta franchezza e onestà, che il sistema oggi fa fatica a rispondere ai bisogni crescenti che nascono dal fatto che siamo una popolazione che sta invecchiando, ed è in difficoltà a rispondere nei necessari tempi di erogazione delle prestazioni.
Il Covid ha reso visibili fragilità che esistevano da tempo: sovraffollamento nelle strutture ospedaliere, una sanità territoriale con evidenti limiti e carenze organizzative, a cui si comincia a dare una risposta attraverso le case di comunità… quindi grandi professionisti che meritano tutto il nostro rispetto, chiamati ogni giorno a supplire con la loro dedizione alle inefficienze del sistema.
La spesa sanitaria pubblica nel 2025 si è attestata intorno ai 142 miliardi di euro, 7,1% del PIL, quindi, siamo effettivamente sotto la media eurozona che è del 7,9%. Però è semplicistico ricondurre la soluzione dei problemi al solo aumento della dotazione finanziaria, un'operazione che incontrerebbe peraltro limiti oggettivi di manovra vista la precarietà del nostro bilancio pubblico. Va poi considerata la spesa privata, la cosiddetta “out of pocket”, che è di circa 50 miliardi di euro: significa, quindi, che c'è già una spesa privata pagata dai cittadini che non viene intercettata dal Servizio Sanitario pubblico, ma solo in minima parte dai fondi integrativi, per 5 o 6 miliardi di euro. Le famiglie già contribuiscono e pagano la spesa sanitaria, ma lo fanno in modo invisibile.
Affrontare questo tema in termini di risorse e sostenibilità non vuol dire soltanto affrontarlo in termini finanziari, nemmeno e soltanto in termini di carenze organizzative, ma bisogna guardarlo un po' in prospettiva e in termini innovativi. Significa dare spazio alle nuove frontiere della medicina a distanza per garantire continuità assistenziale a costi sostenibili.
Sul piano strategico serve un cambio di modello, dalla cura alla prevenzione, dalla prevenzione allo stile di vita, al benessere. Il Servizio Sanitario deve mantenere. per esempio, il suo ruolo di presidio primario della salute, ma non può affrontare da solo questa sfida, che è quella della speranza di vita che aumenta, della diffusione delle malattie croniche e della non autosufficienza. Ognuno di noi è consapevole che in queste situazioni il carico ricade prevalentemente su sé stessi e i propri familiari.
Quindi il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di una seconda gamba, una sanità privata che operi in termini complementari e intervenga quando il pubblico non riesce a soddisfare effettivamente i bisogni dei cittadini. Il punto qualificante deve essere la persona al centro della strategia sanitaria.
Questo non deve essere uno scontro ideologico, né una scelta a favore di chi sta meglio (economicamente) e di chi sta peggio. È pura demagogia pensare che chi sta meglio ha le possibilità di curarsi dove vuole. La vera sfida è offrire una sanità di elevata qualità per tutti, anche per chi queste possibilità non le ha.
La soluzione è costruire un modello che sappia valorizzare la presenza di strutture pubbliche e private, dove nelle strutture pubbliche si ricevano prestazioni eccellenti come già avviene, ma anche nei tempi giusti e con servizi di accoglienza che devono essere del tutto simili a quelli delle private.
Il ruolo della contrattazione collettiva è fondamentale da questo punto di vista: sostegno dei fondi sanitari che consentono di garantire la qualità e l'appropriatezza delle prestazioni, e il controllo della spesa.
I fondi però non sono tutti uguali, spesso sentiamo fare affermazioni - anche in modo abbastanza forte -: i fondi, sebbene non siano enti o realtà di business, ce ne saranno pure, non per questo sono tutti uguali.
I nostri fondi, quelli che sosteniamo e difenderemo sempre, sono quelli che hanno quali valori fondanti: l'anti-selezione del rischio, la mutualità, la solidarietà intergenerazionale tra chi lavora e chi è in quiescenza, la copertura dell'intero nucleo familiare; un fondo che assiste tutta la vita, anche quando si esce dall'azienda e soprattutto quando, invecchiando, ce ne è più bisogno. Fondi che andrebbero sostenuti e maggiormente incentivati rispetto a quello che si fa oggi.
Abbiamo però un limite fiscale ai contributi versati che è fermo all'anno 2000, sono passati 26 anni, con un’inflazione cumulata che di fatto ha ridotto questo valore a qualcosa di poco significativo, che bisognerebbe aggiornare in quanto restituirebbe un contributo tangibile all'equilibrio dell'intero sistema.
Quindi, una sanità pubblica e privata, intermediata dai fondi che sono elementi di garanzia che controllano la spesa, l'appropriatezza, il costo, diventa una risposta tangibile ai bisogni del cittadino.
Previdenza
Il capitolo delle pensioni è il più grande, quello su cui politicamente c'è maggiore sensibilità.
C'è un picco storico di occupati di 24 milioni e 200mila e questo è un elemento certamente positivo anche se il tasso di occupazione rimane inferiore alla media europea perché in questo Paese, lo sappiamo, è sempre stato più basso.
C'è un tasso di occupazione femminile al 58% e siamo consapevoli che giovani e donne sono le fasce su cui bisogna maggiormente intervenire.
Abbiamo un po' più di 16 milioni di pensionati e un tasso di sostituzione che si aggira intorno al 59%, un tasso molto elevato rispetto ad altri Paesi, come Francia e Germania che sono addirittura sotto il 40%.
Però se guardiamo in prospettiva, se parliamo di sostenibilità, dobbiamo avere presente che con l'applicazione del sistema interamente contributivo ci avvicineremo molto agli indici degli altri Paesi.
E quindi che cosa bisogna fare? Bisogna spingere molto di più, più pesantemente sul secondo pilastro previdenziale. L'ultima Legge di Bilancio ha dato un segnale in questa direzione, non soddisfacente, ma è chiaro che l'iniziativa ha in qualche modo reso automatica l'iscrizione ai fondi pensione, fatto salvo il ripensamento del lavoratore entro 60 giorni: è un'indicazione che va nella giusta direzione per la sostenibilità previdenziale futura.
La spesa pensionistica ammonta a 325 miliardi, secondo l'ultimo bilancio dell'INPS, il 14,4% del PIL. In questa spesa però sono ricompresi i percettori di assegno sociale, i pensionati che beneficiano dell'integrazione al minimo (circa 3 milioni), i percettori della 14esima mensilità, oltre a titolari di assegno civile o di guerra così come sussidi continuativi, che hanno poco a che fare con la previdenza IVS, ma che incidono per lo Stato.
Se poi considerassimo l'incidenza fiscale, di cui si parla pochissimo, sulle pensioni si pagano infatti imposte come se si fosse in attività, queste imposte - che non sono irrilevanti - rappresentano una partita di giro, perché significa che la spesa esce per pensioni e poi rientra sotto forma di imposta; allora se calcolassimo anche questo, l'impatto percentuale sul PIL scenderebbe significativamente e si attesterebbe, sui livelli degli altri Paesi, e forse anche meno.
Allora è importante fare chiarezza su questi dati perché condizionano le scelte della politica, perché molto spesso nel dire che paghiamo troppo per le pensioni, poi è facile dire “tagliamo”, anzi diventa quasi automatico.
Però se i numeri non sono questi, bisogna che in qualche modo emerga in trasparenza la realtà e si allinei la narrazione finalizzata all’interesse della collettività. Allora, se vogliamo incentivare la previdenza complementare è necessario adeguare i limiti di incidenza fiscale fermi al 2000, perché la previdenza complementare è importante per tutti, e soprattutto per le fasce di reddito più elevato, perché sono quelle soggette al tetto contributivo INPS e quindi - se ha qualche senso mantenere in futuro un tenore di vita in linea con quello avuto negli anni lavorativi - è necessario agire di conseguenza. È chiaro che c'è stato un ritocco con l'ultima Legge di Bilancio, simbolico, che abbiamo apprezzato, perché significa comunque un segnale di attenzione, ma naturalmente ci aspettiamo che venga ripreso in termini più significativi, già a partire dalla prossima Legge di Bilancio.
Poi è vero anche che per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e l'adeguatezza delle prestazioni occorre creare maggiore occupazione di qualità, ma bisogna anche combattere il sommerso che è ancora una parte purtroppo importante, che non ci gratifica come Paese (e questo spiega anche il basso numero di occupati che abbiamo storicamente), e avviare un riequilibrio per finanziare il secondo pilastro, perché mentre la previdenza pubblica si fonda su logiche di ripartizione e quindi è soggetta agli andamenti demografici ed economici, la previdenza del secondo pilastro - che opera con logiche di capitalizzazione - è immune alle dinamiche demografiche e costituisce anche un importante investimento in economia reale del Paese: è questa la strada che indichiamo. Una previdenza pubblica in coerenza con l'evoluzione del mondo che stiamo vivendo, ma con un secondo pilastro che diventa assolutamente fondamentale.
Chiudo con una considerazione particolarmente rilevante. Un sistema previdenziale per essere sostenibile deve essere innanzitutto credibile, deve ingenerare fiducia, e per fare questo serve un quadro normativo, stabile e duraturo con regole chiare, che non possa essere oggetto di interventi continui per accontentare qualcuno o per aggiustamenti di bilancio, no quindi agli interventi spot che abbiamo visto in questi anni, con principi costituzionali progressivamente sacrificati sull'altare dei fabbisogni del bilancio pubblico.
I principi che studiavo all'università della retribuzione differita, della proporzionalità, della non discriminazione fiscale, sono stati convertiti in diritti finanziariamente disponibili.
Abbiamo visto sentenze che parlano di importi maggiormente resistenti all'impatto inflazionistico con il solo intento di tagliarne il potere d’acquisto che poi è diventato una perdita strutturale secca dell'importo della pensione per tutta la vita e soprattutto nei momenti duri: i privilegi sono altrove non sono correlati all'importo della pensione, perché se la pensione è elevata vuol dire che i contributi che si sono versati sono molti, mentre i privilegi si annidano in quel 40% delle pensioni totalmente o parzialmente assistite dallo Stato. Forse l'importo è più basso, ma per mancanza di contributi, di cui una buona parte erano totalmente sconosciuti, e ciò non è accettabile soprattutto per i più giovani che si domandano quale sarà il loro futuro, si domandano se ce ne sarà uno, e questo è molto grave, questa sfiducia favorisce anche l'ingaggio nel mondo del lavoro sommerso.
Chiudo con chi paga: un sistema fiscale da riformare, perché poi alla fine bisogna sempre vedere “chi paga il conto”. Il sistema di welfare che abbiamo, si sostiene con contribuzioni, con imposte dedicate e con il supporto della fiscalità generale. Il nostro sistema è correttamente ispirato al principio di progressività, in realtà, però, se andiamo ad analizzare i numeri questa progressività è sostenuta dai lavoratori dipendenti e dai pensionati per (l'85% dell’intero gettito Irpef è generato da queste categorie). C'è stato un proliferare di aliquote fiscali - ad esempio il 15% fino a 85mila euro di reddito – e questo produce effetti distorsivi e crea forte disparità di trattamento tra i contribuenti. I dati sono impietosi, ogni anno il Ministero delle Finanze e ultimamente anche la Corte di Cassazione indica che il 20% della popolazione sostiene l'80% delle imposte Irpef e che circa la metà degli italiani non dichiara redditi al fisco; sono più di 10 milioni le persone con una media di 2,9 congiunti, quindi siamo parlando di circa 32 milioni di persone, il 55% della popolazione, che ha chiesto forme di assistenza.
Se si continua a cercare gettito fiscale dai contribuenti più fedeli concentrandosi sempre e solo sulle stesse persone, che hanno sempre assolto ai loro obblighi e che con capacità, dedizione e grande responsabilità hanno continuato a fare grande questo Paese generando benessere per tutti, verrà meno la motivazione.
Per ridurre la pressione fiscale e favorire lo sviluppo si dovrebbe:
- contrastare con maggior efficacia l'evasione e l’elusione prodotta da un sommerso ancora molto elevato, pagare tutti per pagare meno;
- elevare la soglia di applicazione della maggiore aliquota fiscale a 120mila euro, come proposto nel Manifesto Federmanager, per allinearla ad altri Paesi;
- separare la previdenza dall’assistenza, per dare trasparenza e sapere come vengono spesi i contributi di chi lavora;
- incremento vero degli incentivi alla previdenza complementare: non simbolismi ma misure all'altezza della sfida demografica;
- riduzione della pressione fiscale su lavoro e pensioni, equità non è una parola astratta, significa che chi contribuisce di più, deve poter vedere riconosciuto il proprio sforzo, non essere considerato solo un finanziatore perpetuo del sistema;
- la sostenibilità del Welfare non è un problema contabile, è una questione di fiducia nelle istituzioni e nel patto fra generazioni.
Queste sono le cose che si potrebbero fare adesso, in vista della campagna elettorale
02 luglio 2026
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