I pensionati hanno perso il conto

Delusi. Perché non sono state riconosciute le perdite economiche importanti e pesanti che abbiamo subito. Ma delusi, in primo luogo, perché appare sconfessato un principio che ci è stato insegnato come immutabile. Quello che dice: le sentenze vanno rispettate, chiunque sia il soggetto giuridico nei cui confronti sono emesse. Anche lo Stato.

Antonio Dentato

Componente Sezione Pensionati Assidifer - Federmanager
La sentenza costituzionale n° 70/2015 aveva dichiarato illegittima la sospensione della perequazione biennale 2012/13 e il Governo avrebbe dovuto darvi esecuzione. È ben vero che i Governi nel tutelare i diritti sociali non possono prescindere dalle particolari condizioni economiche in cui vive il Paese in un determinato momento storico, ma non può accettarsi che alle sottrazioni di reddito siano assoggettati sempre gli stessi cittadini. A volte minoranze. Nella circostanza parliamo di una sentenza che, a nostro avviso, doveva essere rispettata, e la perequazione doveva esse effettuata secondo i criteri della legge 388/2000. Sarebbe stato possibile trovare modulazioni ragionevoli, concordandole con le Rappresentanze degli interessati; soluzioni volte ad evitare eccessivi aggravi, in un solo anno, sulle finanze pubbliche. E, invece, no ! Intervenne il decreto n°65/2015 che introdusse il ben noto “bonus” Poletti, e stabilì una restituzione modesta e parziale della rivalutazione. Non per tutti. Salvò le pensioni inferiori a 3 volte il minimo INPS per le quali stabilì l’adeguamento al costo della vita al 100 % per le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps, al 40% per quelle da 3 a 4 volte, scendendo al 20 per gli assegni superiori di 4-5 volte il minimo, al 10% per quelli tra 5-6 volte. Niente per le pensioni superiore a 6 volte il minimo Inps

La Sentenza

La Corte Costituzionale, con la Sentenza del 25/10/2017, ha respinto migliaia di ricorsi affermando che la nuova e temporanea disciplina dà attuazione ai principi enunciati nella Sentenza della Corte costituzionale n° 70 del 2015. Una disciplina, a giudizio della Corte, che realizza un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica
Eppure proprio quella Sentenza n° 70 era arrivata dopo trent’anni di moniti ai Governi, tutti i Governi, di ogni colore politico, succedutisi nel tempo. Moniti che dicevano di smetterla con i provvedimenti di sospensioni della perequazione e di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza alle variazioni del costo della vita. (V. Sentenza n° 30/2004). E più recentemente la stessa Corte aveva aggiunto che non poteva essere ulteriormente consentita la sequela dei provvedimenti interruttivi dell’indicizzazione, perché la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità. (Vedi Sentenza n° 316/2010 pubblicata in G. U. 17/11/2010 n° 46). Tanti erano i moniti inascoltati e tanto era il disappunto per l’assoluta indifferenza dei Governi perfino verso l’appena citato richiamo, pronunciato, questo, appena un anno prima della nuova sospensione (Dl. 6 dicembre 2011, n° 201, entrato in vigore il 6/12/2011), da indurre il giudice costituzionale, nella Sentenza n° 70, ad una esclamazione la cui perentorietà era già una condanna di ordine etico prim’ancora che giuridica: Non è stato dunque ascoltato il monito indirizzato al legislatore con la Sentenza n° 316 del 2010 ! 

Il nuovo bancomat di Stato

Come inascoltati erano stati tutti gli altri precedenti, anche quest’ultimo richiamo non produsse nessun effetto. Perché, come ha detto Giorgio Ambrogioni, presidente di CIDA, a esito della sentenza appena enunciata, i pensionati sono diventati ormai il “bancomat” cui si ricorrere quando si aprono falle nei conti pubblici. È la recidiva di una politica sottrattiva, pericolosa, frutto di accondiscendenza a una narrazione demagogica in espansione (Vedi la parte finale di questo articolo). L’attuazione di una nuova politica previdenziale, prosegue Ambrogioni, dovrà essere oggetto di un confronto molto serio e fermo con i Partiti, nell'ambito della prossima campagna elettorale, chiedendo risposte ed impegni precisi. E questo continuando a difendere i diritti dei pensionati e ad opporci ad ogni tentativo di cambiare le carte in tavola, cioè la legislazione in vigore, ai loro danni. (ivi). 

Sottrazioni a catena

Sapremo le motivazioni della Sentenza appena sarà pubblicata. Allo stato conosciamo il comunicato stampa della Corte. Ma anche con riferimento allo scarno annuncio, possiamo formulare qualche osservazione preliminare. L’oggetto del contendere era la Sentenza Cost. n° 70/2015. La Corte Costituzionale doveva pronunciarsi sul fatto che il Governo l’aveva disattesa e l’aveva interpretata in maniera restrittiva. Legittimando la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n° 65 del 20 15 ha, purtroppo, fornito alla politica un lasciapassare in più per ulteriori incursioni sulle pensioni. In questo modo le frequenti e reiterate sospensioni della perequazione diventano acqua passata. Ogni volta è come se fosse la prima volta. Le precedenti precipitano nel dimenticatoio. Quelli che la stessa Corte ha sempre definito gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità appaiono ormai ampiamente superati. E da tempo. Perché i circa 25/30 miliardi (come riportati dai media) sottratti dalle tasche dei pensionati colpiti dal Decreto n° 65 non sono una sottrazione di reddito a una tantum. Gli effetti negativi si aggiungono a quelli che derivano dalle altre misure sospensive o da provvedimenti modificativi in peggio già adottati negli anni passati. (Noi ne abbiamo contati 9 comprensivi degli uni e degli atri, di cui uno peggiorativo, ancora in atto, fino a tutto il 2018, e quattro sospensivi negli ultimi 15 anni). I relativi “effetti trascinamento”, cumulati, anno dopo anno, sono gli aspetti più devastanti delle sospensioni, perché hanno ridotto la base perequativa sulla quale si applica l'indicizzazione.

Disposizioni ripetitive

Difficile, perciò, convenire col sintetico dispositivo diffuso dalla Corte. Perché la disciplina prevista dal decreto-legge n° 65 del 2015 non è nuova, in quanto ripete i criteri peggiorativi della legge n°147/2013; non è temporanea, visto che prosegue e si somma agli effetti sottrattivi provenienti dalle precedenti sospensioni sulle pensioni in godimento; effetti che continueranno per tutta la vita residua dei pensionati titolari di assegni oltre tre volte il minimo INPS e con esiti anche sui trattamenti di reversibilità; è irragionevole in quanto non tiene in nessun conto che, negli anni, è stato ridotto il potere d’acquisto delle pensioni. In particolare, il potere delle pensioni medio alte si è ridotto, tra gli anni 2000-2016, di almeno il 18%, sia per l’effetto dei provvedimenti sospensivi della perequazione, sia per le “anomalie” della tassazione a livello locale e nazionale.

Ormai i pensionati hanno perso il conto

Come si può continuare a dire che deve esistere proporzionalità tra retribuzione goduta e pensione maturata (in quanto retribuzione differita), che pure è principio più volte affermato dalla stessa Corte, se poi le continue sospensioni e i relativi effetti successivi hanno irreparabilmente sconvolto la base di riferimento? Anche a utilizzare i generosi soccorsi, non ufficiali, di programmi in rete, in grado di eseguire i calcoli simulati, approssimativi, i pensionati non sanno più a quanto ammonterebbe la loro pensione in condizioni normali. Percepiscono benissimo però che hanno subito sottrazioni per molte migliaia di euro (naturalmente a seconda dell’importo della pensione). Precisiamo: non tutti i pensionati. Solo quelli che, oltre a vedersi applicate le numerose sospensioni, sono stati chiamati anche a versare i c.d. “contributi di solidarietà”, vere e proprie gabelle aggiuntive, discriminatorie. Noi ne abbiamo contati 6 negli ultimi 18 anni. Poteva andare anche peggio. Potevano anche essere 8. Ma, fortunatamente, la delega al Governo contenuta nella legge n° 243/2004 restò inattuata, e il “contributo” istituito con la legge n° 201/2011 fu dichiarato incostituzionale (Sentenza n°116/2013). Eccezionalmente. Perché quest’ultima, poi, è stata immediatamente sconfessata dalla successiva sentenza n° 173/2016 che ha legittimato i già menzionati “contributi di solidarietà”, sia pure in particolari situazioni di bilancio INPS e con criteri ben definiti.

Un silenzio quasi normale

Che non si parli di queste cose nei social, su giornali, nei talk-show, è diventato quasi normale. Sono argomenti che non procurano introiti, non fanno mercato, non fanno audience. Ed è da considerare quasi normale che anche dell’esito della sentenza in discorso i media ne abbiano fatto appena cenno. Con la particolarità, salvo eccezioni, che se ne hanno parlato è stato per esaltare il salvataggio del bonus del Dl. n° 65. Ma si guardano bene dal dire (quando non hanno applaudito) che la stessa sentenza ha respinto i ricorsi di migliaia di pensionati che si sono visti sottrarre, per l’ennesima volta, parecchi soldi dalle loro tasche. 
Più di ogni aspetto negativo che abbiamo sottolineato, è questa insensibilità o, peggio, questo clima rancoroso contro i pensionati, che non siano quelli con assegni al minimo, che desta inquietudine. Perché è questa atmosfera politica e sociale “contro” quella che crea le condizioni per misure sempre più penalizzanti a danno di un numero sia pur ristretto di cittadini. Misure alle quali ormai ogni argine diventa improbabile. Ne abbiamo fornito la prova.

Una storia senza fine

Chi ha avuto la pazienza di seguire fin qui il filo delle nostre riflessioni avrà letto una storia (almeno questo era il nostro intento); la storia di alcuni cittadini (pensionati) che sperano di vedere riconosciuti i loro diritti. Inutilmente. Di volta in volta il bilanciamento degli interessi prevalenti gioca a loro sfavore. Appena mitigato da moniti costituzionali. Purtroppo anch’essi inascoltati.
Per stringere, allora, sulla questione più immediata che stiamo esponendo, dobbiamo partire da un altro approccio. Dobbiamo partire dal convincimento che la vera battaglia non può essere condotta a valle, nelle aule giudiziarie, dove si è visto, siamo sempre perdenti. Oramai i Governi fanno leva, inesorabilmente, sul nuovo restrittivo Art.81 Cost, che ha introdotto il principio dell'equilibrio tra le entrate e le spese nel pubblico bilancio. Quando le prime non bastano, il prelievo è al “bancomat” più vicino: le pensioni, come detto all’inizio. 

L’effetto marginale

Scontate le proteste dei soliti noti, quelli costantemente colpiti. Ma scontato anche che queste hanno effetto marginale. Peraltro il ritorno sul piano elettoralistico, sia pure mise-rabile, è bottino ripartito fra i partecipanti all’aggressione.
Cosa fare, allora? Ci ritroviamo nelle parole del Presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla, che ci incita a non giocare più in difesa, ma di intraprendere nuovi percorsi. Per attuare correttivi nella materia previdenziale e per ottenere la separazione tra assistenza e previdenza (anche complementare), per una nuova Riforma del fisco. E vogliamo aggiungere anche quella di un nuovo “paniere” Istat che tenga conto delle particolari esigenze di spesa delle persone anziane. Obiettivi importanti, per raggiungere i quali occorrerà ripristinare una nuova convivenza civile, liberata dall’astio fomentato contro i pensionati. Un clima fatto di mistificazioni, dove le bugie hanno assunto la stessa dignità del vero, dove le notizie difettose sono replicate senza puntuali obiezioni e le “bufale” percorrono indisturbate il dibattito politico. È la strategia per creare consensi sociali a sostegno dei continui prelievi sulle pensioni.

Qualche esempio utile

Suona spesso l’allarme dell’eccessiva spesa pensionistica. Notizia difettosa, questa, perché esposta al lordo e non al netto del prelievo fiscale e delle spese di assistenza, che sono diverse dalle pensioni. (L’Inps oltre le pensioni eroga più di 400 altre prestazioni); così è quando si insiste nell’artificiosa proposta di ricalcolare tutte le pensioni con il metodo contributivo, e si ignorano le schede di “trasparenza” pubblicate nel sito INPS, dove si legge che il calcolo contributivo comporta la disponibilità delle informazioni relative a tutta la storia contributiva del lavoratore, ma che nel caso di pensioni con decorrenza lontana nel tempo questa disponibilità risulta assai difficoltosa, e pertanto operazione impraticabile. Peraltro potrebbe determinare svantaggi proprio per le pensioni più modeste; così è quando viene suonata la tromba elettorale che annuncia il recupero di 12 miliardi dalle pensioni. L’operazione è impraticabile. Come ha dimostrato uno studio di qualche anno fa. (Vedi lavoce.info del 27.09.13, Quanto può restituire il pensionato d’oro?, Tito Boeri e Tommaso Nannicini). Gli autori respingono una tale ipotesi, perché per creare un gettito superiore ai 10 miliardi occorrerebbe adottare aliquote da esproprio proletario. E questo, aggiungiamo noi, è attuabile solo in un regime di Governo autoritario che, ci auguriamo, non attecchisca più nel nostro Paese. 

Reagire alla delusione

La delusione che abbiamo provato all’annuncio della sentenza del 25/10/2017 non deve indurci all’accettazione di un’ineluttabile destino nel quale, a fare da capro espiatorio delle tante insufficienze e difficoltà della gestione della cosa pubblica, siano sempre e soltanto i pensionati. Le nostre Rappresentanze hanno provato a difenderci nelle sedi delle decisioni politiche e dinanzi alle magistrature, fino a quella di più alto livello. Valuteranno l’opportunità di dare seguito ad ulteriori azioni, se utili e possibili. Da parte nostra, come pensionati, commetteremmo un grave errore se, a fronte delle frequenti sconfitte, ci abbandonassimo allo sconforto. 
Solo lo stare insieme, crescere numericamente, avviare campagne di comunicazione, attivare dibattiti, confronti, possono rafforzarci per fronteggiare nuovi attacchi restrittivi ai nostri redditi. Solo partecipando ad iniziative, intraprendendo alleanze, contrastando le derive politiche e sociali, possiamo fare argine allo stravolgimento dei principi costituzionali in materia di previdenza. Guai se, sfiduciati, abbandonassimo l’impegno associativo. Potrebbe andare molto peggio!
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