Il contributo di solidarietà come tassa permanente

Federmanager e Cida da sempre sostengono la necessità di separare l’assistenza dalla previdenza. Il nuovo contributo di solidarietà viene proposto per realizzare un progetto politico di natura assistenziale che chiama in causa la collettività nazionale. Circostanza che offre al legislatore l’occasione per far valere il principio di solidarietà sancito dalla Costituzionale. La solidarietà la devono sostenere tutti in relazione alla capacità contributiva.

Antonio Dentato 

Componente Sezione Pensionati Assidifer-Federmanager
Si ritorna al provvedimento chiamato “contributo di solidarietà”: lo strumento buono per tutti gli usi. Si applica pressoché come una tassa sullo stesso gruppo di pensionati. “Contribuenti palesi, in elenchi disponibili nell’anagrafe tributaria o nelle banche dati dell'Inps”, avverte il Presidente Cida, Giorgio Ambrogioni. (Vedi articolo in questa rivista: “Non per equità ma per cassa”). 
Il nuovo provvedimento che il Governo si accinge ad emanare sostituisce l’impraticabile proposta di ricalcolo attuariale delle pensioni sulla base dell’età con effetti retroattivi: proposta di legge n. AC. n.1071, presentata il 6 agosto 2018. 

Situazione

Riferiamo dalle notizie diffuse dagli organi di stampa (al 6 novembre 2018), mettendole in sequenza, ben sapendo che nuove proposte potranno venire dal dibattito politico in corso e che gli accordi tra i partner di governo non sono ancora definiti, perché c’è bisogno di un ulteriore «approfondimento tecnico». Il provvedimento sarà introdotto in commissione, come emendamento alla proposta di ricalcolo, ora abbandonata.
Di seguito le ipotesi relative al prelievo sulle pensioni nette superiori a 4.500 euro mensili (90mila lordi l’anno):
  1. La prima: un “contributo di solidarietà” su tre aliquote di prelievo: tra 90 e 120mila euro (6%), 120-160mila euro (12%), oltre i 160mila euro (18%). Cinque anni la durata del contributo. 
  2. La seconda: esclusi i trattamenti sotto i 90mila euro, si parla di un taglio secco sull’intero importo: l’8% fino a 130 mila euro, e 20% oltre tale importo. Se così fosse, ci troveremmo, di fronte ad “un vero e proprio esproprio o meglio ancora ad uno scippo” (Vedi articolo “Non per equità ma per cassa”). 
Le ipotesi relative alle modifiche della perequazione sono: 
  1. un abbattimento dal 25 al 50% dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni nove volte superiori al minimo.
  2. una nuova sospensione. Non si sa per quanti anni. 
Vale la pena ripetere: sono tutte ipotesi, per sentito dire. Niente è stato deciso.Potremmo finire qui, e attendere i provvedimenti definitivi, ma è doveroso esprimerci sulle proposte.

Una minoranza sotto attacco

Forse però è utile acquisire qualche altra nozione sulla questione, perché ci è stato insegnato che occorre conoscere per decidere (Einaudi). E anche per partecipare, se vogliamo dare una collaborazione consapevole alle iniziative che vengono intraprese a proposito dei provvedimenti che ci riguardano. 
Partiamo dalle cose che stanno avvenendo intorno a noi, con qualche sguardo retrospettivo. È stato stimato che, dall’inizio degli anni 2000, gli otto interventi, tra norme peggiorative e blocchi del sistema perequativo, sempre sulle stesse pensioni medio-alte, hanno già determinato una perdita del potere d’acquisto del 15%. Ma, di tutte le sottrazioni subite, un calcolo ancora manca. Negli ultimi decenni, l’insieme dei successivi provvedimenti sottrattivi hanno colpito pressoché sempre le stesse persone. Una minoranza. Mancano però valutazioni puntuali dell’incidenza dei singoli provvedimenti, adottati in continuità, sui redditi dei pensionati.
Nel frattempo, ogni provvedimento riduttivo è stato considerato un “sacrificio eccezionale” cui sottostare, pertanto, ogni volta, come se fosse stato l’unico e l’ultimo, non sono mancati moniti ai pensionati, di accettare le misure adottate, rendendosi consapevoli e partecipi delle particolari condizioni economiche del Paese, ovvero dell’obiettivo di particolare rilevanza sociale da raggiungere. All’annuncio di ricorsi contro la ripetitività dei tagli, non sono mancate repliche sferzanti. È stato detto: questi pensionati non hanno sufficiente sensibilità sociale.
Per un confronto che non sia sterile polemica, occorre conoscere i fatti. A questi ci limitiamo. Come emergono dall’elenco dei contributi fin ora pagati, non mancano alcune sorprese.

La pensione sociale

Da almeno cinquant’anni sono applicati dei “contributi di solidarietà” sulle pensioni. All’inizio, a fasi intermittenti, poi in maniera sempre più continuativa. 
Cominciò con il riordino delle provvidenze in favore delle persone anziane e sprovviste di risorse economiche. Da quando, per avviare e rafforzare il modello della “pensione sociale”, fu disposto un “contributo di solidarietà”, prima a carico del personale addetto ai pubblici servizi di telefonia, e poi esteso ad altre forme di pensione, per quasi otto anni (1968-1975). E pochi anni dopo (1° aprile 1979) prese avvio il contributo ex Onpi (Opera nazionale pensionati). Un Ente non più esistente, perché soppresso, ma resta il contributo. Così, da 40 anni, su ogni rateo di pensione si trova la voce «contributo ex-Onpi». Poca cosa, un centesimo di euro, l’equivalente di circa venti delle vecchie lire. Un contributo modesto, ma nel 2017 ha raggranellato la cifretta (si fa per dire) di 358,127Mln di euro. (Fonte: Conto Riassuntivo del Tesoro al 31 dicembre 2017). Il gettito è ripartito tra le Regioni che effettuano attività assistenziali sul territorio. 
(Nota: L’esistenza di misure di sostegno operanti ai diversi livelli, nazionali e territoriali, imporrebbe una centralizzazione dell’intero sistema assistenziale. Anche per tenere sotto controllo la spesa ed evitare duplicazioni o, peggio, abusi). 

I “contributi di solidarietà” dal 2000

Dopo aver sistemato la pensione sociale, sembrava che lo strumento “solidaristico” fosse sparito, ma i governi si passano il “testimone” per via “genetica”. Eccolo ricomparire allora all’inizio del nuovo secolo per essere applicato pressoché ininterrottamente. 
A scorrere i provvedimenti dei “contributi di solidarietà” disposti dal 2000 al 2017, ne abbiamo contati 8, di cui:
  • 6 per gli scopi più diversi: iniziative formative dei lavoratori, creazione del Fondo per le politiche sociali, istruzione e tutela delle donne immigrate, per fronteggiare le esigenze di bilancio e rispettare gli accordi europei, per il riequilibrio del bilancio ex Fondi speciali confluiti in INPS, per la salvaguardia dei lavoratori “esodati”. A sommarli, dal 2000, gli anni di applicazione sono 15. Ma i pensionati assoggettati al contributo per l’equilibrio ex Fondi speciali ne hanno pagati due sovrapposti, per 6 anni.
  • 2 non hanno avuto esito, perché dopo essere stati disposti: per uno la delega al Governo è rimasta inattuata, per un altro è intervenuta la Corte Costituzionale, dichiarandolo incostituzionale.

La solidarietà cambia verso

Gli interventi, di cui abbiamo sintetizzato le finalità, avevano come motivazioni esigenze di sostegno alle persone più svantaggiate, a progetti umanitari o ad esigenze finanziarie di carattere collettivo. La misura usata, il “contributo di solidarietà”, è stata, pertanto, sempre legittimata dalla Corte Costituzionale, perché «volta a realizzare un circuito di solidarietà interno al sistema previdenziale» o, comunque, per “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Principio, questo, che si colloca «tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, insieme ai diritti inviolabili dell’uomo” (V. Cost. Art.2). 
E, ora, ecco la prima sorpresa: la solidarietà cambia verso. (V. Figura 1). Infatti la matrice del nuovo contributo è la proposta di legge sul ricalcolo di cui abbiamo detto all’inizio. Al di là del richiamo ai principi di solidarietà, come si legge nella relazione introduttiva, l’obiettivo è quello di apportare tagli alle pensioni attribuite con il sistema retributivo o misto, in quanto prestazioni attribuite da un sistema dove (è la valutazione dei proponenti) continuano a sussistere ambiti privilegiati, quale quello dei fruitori delle cosiddette “Pensioni d’oro”. Piuttosto che la solidarietà all’interno del circuito pensionistico, l’obiettivo era e resta quello di ridimensionare i redditi di questi “pensionati privilegiati”. 

La solidarietà contro

Siamo in un tempo in cui “la solidarietà viene invocata per chiudersi in cerchie ristrette, alimentando rifiuti, esclusione di ogni estraneo, con una vicenda che l’avvicina, e sovente la sovrappone, a quella di una identità che si fa «ossessione identitaria» custode d’una logica che separa l’individuo o il gruppo, opponendoli al resto del mondo”. (Cfr. S. Rodotà, Un'utopia necessaria, Ed. Laterza, 2016). È un tempo in cui viene riesumata l’antica concezione secondo la quale la solidarietà è tale solo se attivata contro qualcuno. (Cfr. R. Michels, La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia, Manuzio ed. 1910). Si eccita così l’astio contro alcune categorie sociali e tra queste anche quella dei pensionati. Privilegiati, dunque, questi percettori di trattamenti al di sopra della soglia infamante di 90mila euro lordi all’anno. Percettori di pensioni retributive o miste, sono sospettati d’incassare prestazioni abusive, in quanto non avrebbero pagato, in tutto o in parte, i contributi previdenziali. Hanno perfino profittato – è la narrazione nei talk show - di miglioramenti di un sistema perequativo che li ha troppo favoriti. “Fruitori delle pensioni d’oro”. Espressioni di significato ostile inserite perfino in atti parlamentari (V. Relazione introduttiva della proposta di legge n. AC.n1071). Detta così come meravigliarsi se i sondaggi dicono che il taglio delle prestazioni definite “pensioni d’oro” è gradito dal 68% degli italiani? (V. IPSOS, Corriere della sera, 21 ottobre 2018). Dopo di che, attuare l’equità previdenziale, nel senso di tagliare le pensioni, significa fare la volontà del popolo. È un’obbligazione cui il potere politico non può sottrarsi. Un circuito comunicativo perfetto, dall’esito atteso. 
Strano Paese, che si rassegna ai disastri ambientali, agli abusi edilizi, alle evasioni fiscali e si alimenta di invidia sociale alla retorica delle “pensioni d’oro”!

Un provvedimento che rispetti le regole

Quale che sia il Governo al potere, le regole sono regole e vanno rispettate. Per i “contributi di solidarietà” la giurisprudenza costituzionale ha elaborato alcuni vincoli. Vale la pena riepilogarli. Nostra la sintesi dalla Sentenza Costituzionale n.173/2016: 
  1. Il contributo deve riguardare le pensioni più elevate, in rapporto alle pensioni minime;
  2. Pur incidendo sulle pensioni “più elevate”, il contributo deve essere contenuto in limiti di sostenibilità e non superare livelli apprezzabili; 
  3. Il prelievo, quindi, deve essere sostenibile, nel senso che le aliquote della trattenuta non possono essere eccessive e devono rispettare il principio di proporzionalità. In altri termini, significa che il prelievo deve essere eseguito in maniera ragionevole e non tradursi in un taglio spropositato; 
  4. Il “contributo” costituisce un sacrificio per i titolari delle pensioni assoggettate al prelievo, deve essere quindi una misura temporanea utilizzata una tantum;
  5. In quanto misura del tutto eccezionale, il contributo non può essere ripetitivo. (Nota: gli ultimi due, di cui uno pagato contemporaneamente da alcune categorie di pensionati, come detto prima, sono finiti uno nel 2016, l’altro nel 2017).
  6. Il prelievo eseguito direttamente dall’INPS o dagli altri enti previdenziali coinvolti, non deve essere versato allo Stato; deve invece essere trattenuto all’interno delle relative gestioni previdenziali, e deve essere utilizzato esclusivamente per finalità solidaristiche;
  7. Non può, pertanto, essere una misura strutturale e servire come meccanismo di alimentazione continuativa del sistema di previdenza.

Conclusione: la solidarietà collettiva

Le regole sopra esposte, in quanto sintesi di indirizzi dedotti dalla giurisprudenza costituzionale, se rispettate, escludono che il nuovo “contributo di solidarietà” diventi una misura organica per alimentare le risorse necessarie a pagare pensioni di 780mila euro per 13 mensilità. Potenziali beneficiari di prestazioni assistenziali: 3,2milioni di pensionati al di sotto di tale importo. 
D’altra parte il nuovo prelievo (altra sorpresa) non riguarda il deficit dell’Ente previdenziale, né viene adottato in presenza “di una situazione di grave crisi del sistema stesso, indotta da fattori – endogeni ed esogeni -” (Ibidem). Giuridicamente, pertanto, il provvedimento appare incompatibile con i limiti esposti. 
Ma c’è una ragione di fondo che ci oppone a questa nuova ipotizzata trattenuta sulle pensioni. Federmanager e Cida da sempre sostengono la necessità di separare l’assistenza dalla previdenza. Questa separazione è ancora una volta negata dal provvedimento finora proposto e definito, eufemisticamente, “contributo di solidarietà”, mentre è la continuità di frequenti “imposte” a carico del medesimo gruppo minoritario di cittadini, pensionati. È la continuità di una linea politica che confonde le due modalità di prestazioni sociali. Confonde la previdenza, che è sostenuta dai contributi dei lavoratori, con l’assistenza che deve essere sostenuta dall’intera collettività nazionale. 
Il nuovo contributo viene domandato per la realizzazione di un progetto politico di natura assistenziale. Una finalità del tutto estranea alla posizione contributiva dei pensionati assoggettati al “contributo di solidarietà”. È un progetto politico che chiama in causa la collettività nazionale, la quale, peraltro, lo condivide a larga maggioranza, stando ai risultati della più recente consultazione elettorale. Circostanza, questa, estremamente favorevole che, oggi più di ieri, offre al legislatore l’occasione per far valere i doveri di solidarietà secondo i principi fondamentali del nostro ordinamento. Doveri che fanno carico ai pensionati, come a tutti i cittadini. Sotto questo aspetto, forse, anche ulteriori fonti di sostegno potrebbero essere studiate.
Per migliorare le condizioni di vita dei cittadini che, per le traversie della vita, si trovano in condizioni di grave difficoltà economica, occorrerebbe domandare un “contributo di solidarietà” a tutti i percettori di redditi equivalenti, al di sopra di una certa soglia. Una semplice applicazione dello strumento fiscale, secondo i criteri dettati dall’art.53 della Costituzione. È la linea che questa Rivista e l’Organizzazione cui si ispira sostengono da sempre.
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