La manovra brutale sulle pensioni

La previdenza può divenire strumento di discriminazione

Michele Carugi

Socio ALDAI-Federmanager e componente del Comitato di redazione Dirigenti Industria
La coalizione che costituisce l’attuale Governo ha impostato buona parte della sua campagna elettorale e ricerca del consenso sulla promessa di riduzione delle tasse.

Il difetto delle promesse fatte in campagna elettorale è che non costituiscono un impegno effettivo, perché nessun politico, da tempo ormai, sente il dovere morale di mantenere ciò che promette.

Le promesse stesse, inoltre, sono sempre estremamente vaghe e gli organi di informazione non contribuiscono a incalzare nel modo dovuto i candidati i quali, stante il nostro sistema elettorale, hanno poco collegamento diretto con gli elettori.

Accade così che l’altisonante promessa di ridurre il carico fiscale si risolva nello spostamento di esso da una parte all’altra della popolazione, mentre il governo può presentarsi in pubblico affermando di avere tenuto fede alle proprie promesse.

Nella realtà, i numeri dicono ben altro; infatti la legge finanziaria che verrà sottoposta all’approvazione del Parlamento riduce significativamente il carico fiscale sui lavoratori autonomi estendendo da 65.000 € a 85.000 € la fascia dei ricavi con aliquota impositiva 15% sui redditi da essi generati. In tale regime forfettario lo Stato assume che il lavoratore autonomo abbia avuto costi deducibili pari al 22% dei ricavi e quindi un reddito annuo di circa 66.000 €. Su di esso dovrà versare contributi INPS (26 %) per circa 13.500 € e pertanto le imposte da versare per chi starà entro il nuovo limite saranno circa 8.000 €. 

Per raffronto, un lavoratore dipendente a fronte di un costo annuo per l’azienda di 85.000 € avrà una Retribuzione Annua Lorda di circa 58.000 € al netto dei contributi previdenziali (31%) e detrazioni che si possono ipotizzare al 19% di 13.500 € (mutuo, pensione integrativa e spese scolastiche per due figli, 2.500 € di spese mediche); le sue imposte da versare saranno pertanto circa 16.000 €.

A parità di costo del lavoro quindi, i redditi netti annuali saranno di 44.000 € per l’autonomo e 42.000 € per il dipendente, sostanzialmente allineati, con il vantaggio per il dipendente di avere ferie e malattie retribuite e una pensione leggermente migliore; per l’autonomo, di avere un certo margine sui costi che potrebbero non arrivare al 22 % del fatturato.

Fin qui, quindi, tutto bene, la riduzione dell’imposizione fiscale sugli autonomi era dovuta , era stata promessa ed è pianificata nella legge finanziaria; peraltro la sola inflazione reale del 2022 (12% circa) suggerirebbe che il fatturato equivalente a quello di 65.000 € negli anni precedenti sia ora di 73.000 €, quindi l’estensione dell’aliquota 15% a 85.000 € va in parte a compensare il fiscal drag.

Quello che però non è stato detto in campagna elettorale è che la riduzione delle imposte ai lavoratori autonomi sarebbe stata finanziata aumentando le imposte dei pensionati, in alcuni casi di moltissimo.

Si obietterà che le aliquote fiscali sui redditi da pensione non sono variati, ma si deve tenere conto dei redditi reali, cioè del potere di acquisto dei redditi stessi.

Tale potere d’acquisto è decurtato dall’inflazione; se per i lavoratori dipendenti ci sono possibilità di recuperarlo tramite la contrattazione collettiva e quella individuale, per i pensionati l’unico strumento è la rivalutazione annuale. La legge finanziaria 2022 in questo senso è semplicemente micidiale; innanzitutto presume che l’inflazione sia stata del 7,3% e non del 12% e quindi in partenza pianifica una decurtazione reale del 4,7% per tutte le pensioni, andando nella direzione opposta a quella adottata per i lavoratori autonomi e trattenendo lauta parte del fiscal drag nelle casse dello Stato; secondariamente riduce progressivamente quell’incremento fino quasi ad annullarlo. Il risultato è che le pensioni perdono reddito in valori percentuali che vanno dal 3% circa per le minime (che avranno un incremento superiore al 7,3 %) a oltre il 9% per le pensioni più alte.

In termini reali questo significa, di fatto, aumentare tutte le aliquote fiscali gravanti sulle pensioni, a partire, si badi bene, da pensioni appena superiori a 2.100 € lordi e senza alcun riferimento alle storie contributive.

I dettagli per fasce di reddito di questa manovra spietata sono nella tabella seguente.

La prima osservazione è che l’articolazione delle rivalutazioni per fasce di reddito è congegnata talmente male che pensioni di determinate fasce hanno aumenti inferiori a quelle delle fasce precedenti non solo in termini percentuali, ma persino in valore assoluto; ciò è causato dalla maldestra (e inaudita) applicazione delle decurtazioni sull’intero importo delle pensioni e non per scaglioni di valore. Per fare esempi pratici di questo, calcoli alla mano, vi saranno casi nei quali una pensione ne “sorpasserà” un’altra per merito dell’algoritmo. Non si era mai visto, né è ragionevole, che una pensione più alta di un'altra per merito dei contributi versati nella vita lavorativa di venga inferiore. 
Si tratta probabilmente di superficialità o insipienza nel progettare il meccanismo.

Non si può, invece, invocare l’errore nel principio generale. Qui, coscientemente, il Governo ha deciso di utilizzare le pensioni come strumento per finanziare le misure promesse alla sua principale base elettorale, ben consapevole che questo avrebbe significato tagliare per sempre le pensioni in percentuali estremamente significative.
Altri Governi, precedentemente, hanno bloccato le rivalutazioni delle pensioni più alte senza un motivo razionale, ma, almeno si era in presenza di inflazione molto bassa; l’operazione attuale, che ingessa la rivalutazione per due anni in presenza di un’inflazione che potrebbe continuare a fare molto male anche nel 2023, è quantomeno cinica.

In conclusione, il Governo bastona i pensionati come mai in precedenza e, nel farlo, lancia anche un segnale ben preciso ai lavoratori attivi che stanno ora versando i contributi per una futura pensione: quella che dovrebbe chiamarsi previdenza può divenire in questa nazione uno strumento di discriminazione; fate le vostre valutazioni.
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in formato pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013

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