La spesa pensionistica, questa sconosciuta

La spesa pensionistica nel 2016 è ammontata a poco più di 200 Miliardi di €, che scendono a 150 al netto delle imposte, a fronte di entrate contributive di oltre 180 Miliardi. Numeri che smentiscono quindi ogni ipotesi di “allarme pensioni'.

Antonio Dentato

Componente Sezione Pensionati Assidifer - Federmanager
Fare esercizio di verità sulla spesa pensionistica. Così dovrebbe essere. Troppo spesso, invece, le informazioni sono deformate, incomplete; a volte polemiche e quindi tendenziose. Perché sono utilizzate come motivazioni per altri obiettivi. In particolare, per trasformare in giustificazioni gli interventi riduttivi sui trattamenti pensionistici, con il pretesto di dare attuazione ai principi costituzionali di solidarietà e uguaglianza. Si invocano, a questo fine, ulteriori riduzioni nel meccanismo perequativo a carico sempre degli stessi pensionati: quelli più anziani, collocati in quiescenza con il sistema retributivo o misto, senza nessuna considerazione che: sono gli stessi (salvo abusi) che hanno versato, fino all’ultimo centesimo, alti contributi previdenziali (a volte neppure contabilizzati ai fini pensionistici, perché trasferiti direttamente alla solidarietà); che hanno pagato puntualmente le imposte durante l’attività lavorativa e che sono la gran parte di quei pensionati, appartenenti allo scaglione da 3 a 4 volte il minimo Inps, su cui si scarica il 31% delle imposte (dei 49,773 miliardi pagati, nel 2016, da tutti i pensionati sui loro trattamenti). (Cfr. Quinto Rapporto Itinerari Previdenziali, infra). 
Questa Rivista ha scelto, da sempre, di non seguire la deriva informativa; non utilizza, quindi, il metodo di opporre polemiche a polemiche. Ha scelto, invece, di esporre dati, numeri, che, nella loro essenzialità, dicono da che parte stanno le informazioni utili e veritiere. Quelle, appunto, relative alla spesa pensionistica sulla quale girano dati a sproposito (bufale, fake news, come si usa dire), coi quali si cerca di spiegare artificiosamente la complicata situazione finanziaria in cui versa il sistema previdenziale del nostro Paese. 
Indagare sulla composizione della spesa pensionistica non è, dunque, un semplice esercizio contabile; è molto di più: è un dovere civico da porre al servizio di scelte politiche, che vorremmo sempre trasparenti. Nella giungla delle informazioni sulla spesa pensionistica non è cosa facile districarsi perché esistono diverse definizioni della spesa medesima e, più volte, i dati esposti, anche nelle pubblicazioni dei diversi Enti pubblici, non sono omogenei. Con la conseguenza che quando elaborano il rapporto spesa/PIL e fanno confronti fra i diversi Paesi, anche le organizzazioni internazionali finiscono per presentare dati fra loro discordanti. (Per approfondimenti sulle voci di spesa pensionistica V. MEF, Rag. Gen. dello Stato, le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, 2017). Per ricavare le informazioni più importanti pertanto occorrono esperti che evitino percorsi fuorvianti. Nel corso di questo articolo abbiamo fatto riferimento, perciò, a fonti ufficiali e a diverse analisi svolte da Istituzioni e Enti dotati di esperienza nel settore, con il preciso obiettivo di offrire ai lettori elementi di conoscenza avvalorati, il più possibile, da approfondimenti professionalmente attendibili. Se ci siamo riusciti lo diranno quelli che avranno la pazienza di leggerci. Per parte nostra, ci abbiamo provato.

Le fonti informative

Inps. Il nostro Istituto previdenziale fornisce i dati di prima mano sulla spesa pensionistica. (V. Casellario Centrale delle Posizioni Previdenziali). Dai dati che si leggono nel “Bilancio Sociale Inps, 2016” risulta che la spesa lorda complessiva, nel 2016, è stata di 272,620 Miliardi di euro. Ma, tolti 25,677 Mld per spesa di natura assistenziale (principalmente pensioni, assegni sociali e trasferimenti agli invalidi civili) la spesa per le pensioni previdenziali vere e proprie, vale a dire le pensioni d’invalidità, vecchiaia, superstiti (in seguito IVS) è stata di 246,943 Mld di euro. Nell’ambito della spesa previdenziale obbligatoria però è inclusa una quota di spesa del 16,7% a carico della Gestione degli Interventi Assistenziali e di Sostegno alle gestioni previdenziali (GIAS), che viene finanziata con trasferimenti statali (41,321Miliardi di €). L’inserimento di questa voce nella spesa IVS non è pacifica. Alcuni economisti ritengono che trattasi di spesa previdenziale vera e propria, considerandola come una forma di assicurazione contro i rischi di una carriera saltuaria (pensioni minime o di invalidità). (Cfr. Castellino e Fornero: La sottile distinzione tra previdenza e assistenza «lavoce.info» 17.07.2003). Altri ritengono che è difficile individuare la quota precisa di assistenza nell’ammontare del bilancio Inps, perché la GIAS comprende molti interventi assistenziali, ma non mancano anche quelli comunemente intesi come previdenziali. Di qui la difficile operazione di divisione tra spesa assistenziale (finanziata dalla fiscalità generale) e quella previdenziale (di tipo assicurativo, coperta da contributi versati). (V. L. Borga e G. Guzzi, Spesa previdenziale: una discussione su cifre ballerine,” lavoce.info”, 26.01.18). La dottrina prevalente sembra propendere, sia pure con articolazioni diverse, all’inserimento nella spesa assistenziale. Di conseguenza, la spesa per le pensioni IVS finanziate da contributi di lavoratori e imprese scende a 205,622 Miliardi di €.
Si dice spesso che la quota totale della spesa previdenziale sul PIL sarebbe intorno al 15,5% del PIL. Tuttavia, se escludiamo la quota GIAS – 2,48% – e le pensioni pagate per conto dello Stato – 0,72 % – la percentuale della spesa per le prestazioni previdenziali si ferma al 12,28% del PIL. (V. L. Borga e G. Guzzi, cit.).
Istat.  I dati analizzati dall’Istituto di statistica provengono dall’archivio amministrativo dell’Inps. L’Istat li espone nelle sue diverse pubblicazioni. Così in “Italia in cifre, Istat, 2016” dove nel capitolo relativo alla previdenza è detto che la spesa pensionistica, calcolata in percentuale del PIL, nel 2015, ha raggiunto il 17,06% (0,11 punti in meno rispetto al 2014). Evidenzia, però anche la composizione di tale percentuale. Tolte le pensioni assistenziali (invalidità civile, pensioni sociali, guerra) e le pensioni indennitarie (malattie professionali, infortuni), la spesa pensionistica previdenziale vera e propria, quella riferita alle pensioni IVS, e per le quali i beneficiari hanno versato i contributi, risulta del 15,44% del PIL (Fig.n.1). Trattasi, come è evidente, di percentuale che include anche l’imposta sulle pensioni (Irpef) e la discussa quota GIAS.

Le analisi degli enti internazionali

Il 15,44% del PIL non è un onere da poco sul bilancio pubblico. Proprio per questo è importante capirne la composizione. Perché è sui dati che ricevono dalle nostre pubbliche istituzioni che gli Enti internazionali preposti alle analisi economiche esprimono, a loro volta, osservazioni sui nostri conti previdenziali. Ovviamente combinandoli, con altre informazioni, secondo le loro specifiche metodologie. Ed è con riferimento ai dati esposti dagli uffici Ue e Organizzazioni internazionali che l’Italia viene spesso chiamata presso la Commissione europea a rendere conto della sostenibilità di talune sue spese esposte nel pubblico bilancio e al rispetto delle regole comunitarie. Chiarezza, dunque, per l’esatta dimensione della spesa previdenziale, per i risvolti politici che si determinano anche a livello UE.
L’Ocse dice che in Italia la spesa per le pensioni pubbliche, rispetto al PIL, è circa il doppio della media dei Paesi membri aderenti all’Ente medesimo (V.OECD (2017), Pensions at a Glance 2017: OECD and G20 Indicators, OECD Publishing, Paris). (Fig. n.2). Forti dell’indubbia autorità di cui gode in materia di cooperazione e in studi economici questa Organizzazione internazionale, chi vuole dire che l’Italia è un Paese troppo generoso con i propri pensionati, non si fa scrupolo di denunciare le criticità della spesa pensionistica italiana facendo leva sulle valutazioni dell’OCSE che, guarda caso, si rifà, come detto, ai dati comunicati dai nostri enti pubblici. Perfino nella relazione che accompagna la proposta di modifica dell’art.38 Cost., il cui obiettivo è quello di stravolgere tutto il sistema previdenziale del nostro Paese, vengono riportate, a motivazione, le valutazioni dell’OCSE (Pensions at a Glance 2015, Italia, OECD). Nel quinquennio 2010-2015 - si legge - la spesa per le pensioni pubbliche avrebbe assorbito in media il 15,7 per cento del prodotto interno lordo (Pil). In effetti poi la percentuale enunciata dall’OCSE deriva dai dati diffusi dall’Istat che, come detto, fornisce il dato comprensivo dell’imposta e anche della quota GIAS (in tutto o in parte) di natura assistenziale.
Dei dati OCSE, piuttosto che farne uso strumentale, sarebbe più utile, a nostro avviso, servirsene come oggetto di studio, analizzando soprattutto la parte in cui l’Ente internazionale presenta (e confronta fra loro) i dati dei Paesi membri relativi alle proiezioni di tassi di sostituzione o di importi pensionistici per le persone che entrano nel mercato del lavoro (Pensions at a Glance, 2017, cit. pgg.100 segg.). Questo, soprattutto ai fini dei progetti di legge relativi a lavoro e occupazione.

Eurostat è l'Ufficio Statistico della Comunità Europea. Anche questo ufficio ripete che tra i Paesi membri la spesa pensionistica dell’Italia è la più elevata. Nell’analisi però si riscontrano anomalie che vanno chiarite mediante un attento confronto fra le singole voci che compongono la spesa, come si è detto e come si ripeterà ancora successivamente. In particolare, va considerato che vi sono Stati che espongono la pensione al lordo, senza deduzione d’imposte e oneri sociali, altri in cui la spesa pensionistica è calcolata al netto di queste misure. La sovrastima dei dati di spesa in questo campo non è solo un difetto di esercizio statistico, è molto di più: è un rischio politico. Riprendendo l’argomento accennato appena sopra, può accadere che l’UE chiami il nostro Governo all’osservanza delle regole comunitarie di bilancio e chieda nuovi tagli alle pensioni. Quali pensioni? Lo racconta una lunga storia. Basti, per convincersene, il riferimento all’esigenza di equilibrio di bilancio e al rispetto degli “impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea” contenuti nella ormai ben nota sentenza Cost. n.250/2017. Vista la disomogeneità delle voci di spesa pensionistica, i dati Eurostat risultano particolarmente interessanti, invece, per un confronto della spesa, ma in una dimensione più ampia. Per esempio, quella relativa a tutta la protezione sociale. Un concetto che copre una vasta area di prestazioni: sostegno alla vecchiaia, assistenza per disabilità, assistenza sanitaria, aiuti ai sopravviventi, famiglia/figli, disoccupazione, alloggio ed esclusione sociale, altre esigenze non diversamente classificate. Presi in considerazione questi dati dell’Eurostat, la spesa per protezione sociale dell’Italia, in percentuale del PIL, si presenta al livello della media europea; addirittura con qualche decimale in più di miglioramento. (V. Fig. n. 3).
Ecofin è il Consiglio di Economia e Finanza che riunisce i Ministri dell'Economia e delle Finanze dei 27 Stati membri UE. Produce anch’esso, attraverso i suoi organismi di studio, pubblicazioni utili ai fini della valutazione della spesa pensionistica e relative proiezioni. Particolarmente importante è lo studio sulla proiezione a lungo termine della spesa per il mantenimento della popolazione anziana. Attendiamo a breve l’aggiornamento delle proiezioni formulate nell’ultimo Rapporto disponibile (The 2015 Ageing Report, Economic and budgetary projections for the 28 EU Member States -2013-2060- EUROPEAN ECONOMY 3|2015; Rapporto triennale). È da questo studio che possiamo trarre alcune informazioni più dettagliate sulla spesa pensionistica rapportata al PIL dei Paesi UE. Possiamo elaborare confronti mirati, sia pure con molti limiti. Perché, come già detto, non tutti i Paesi inseriscono nella spesa pensionistica le medesime prestazioni. A leggere la pubblicazione sopra nominata, il confronto può essere effettuato solo fra un numero ristretto di Paesi, cioè fra quelli che rendono disponili dati abbastanza omogenei su alcune componenti della spesa medesima. 
I dati, purtroppo, non sono i più recenti, ma sono gli unici più attendibili e, ad oggi, disponibili. Questo, comunque, non toglie nulla alle osservazioni che intendiamo sviluppare. Lo studio europeo dice che tra i 15 Paesi per i quali sono disponibili i dati utili ai fini della comparazione (Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Romania, Croazia, Norvegia, Polonia, Germania, Spagna, Belgio, Francia, Italia, Portogallo, Slovenia, Finlandia), il peso medio della tassazione sulle pensioni rispetto al Pil, nel 2013, è dell’ordine dell’1,4%. Ma se si prendono in considerazione i singoli Paesi, si nota che il peso della tassazione relativo all’Italia è il doppio della media. E’ pari al 2,8%. Tolta la tassazione, allora, la spesa pensionistica dell’Italia è del 12,9% del Pil (2013): al terzo posto fra i Paesi europei (Fig.n.4). Non è molto. Consente, però, di togliere l’Italia dal novero dei Paesi europei più spendaccioni quanto a spesa pensionistica e, quindi, sottrarla alla propaganda di quanti attaccano la spesa previdenziale italiana come la più elevata. Non solo. Ma avvalora maggiormente, se mai ve ne fosse bisogno, anche l’esercizio che si può eseguire utilizzando dati reperibili in studiate analisi elaborate da nostri Enti nazionali e Istituti specializzati. Dati che, come vedremo, confermano la notizia UE: l’Italia non è il Paese con la spesa pensionistica la più alta.

Le analisi degli enti italiani

Sulla spesa pensionistica dell’Italia sono reperibili molti studi elaborati da nostri Enti e Istituti specializzati in materia. Facciamo riferimento ai dati esposti da alcuni di essi, le cui analisi riteniamo siano ampiamente chiarificatrici della materia che stiamo trattando. Di analisi in materia la bibliografia è ampia. Qui ci limitiamo a riportarne due.
Università. Chi legge il “Rapporto sullo stato sociale 2017, a cura di F. R. Pizzuti, Sapienza, Università Editrice” trova spiegazioni molto puntuali sulla spesa pensionistica del nostro Paese. Segnala, in particolare, le disomogeneità dei dati statistici al confronto con quelli degli altri Paesi. Questo comporta, per se stesso, un significativo ridimensionamento dei giudizi sulla spesa pensionistica italiana denunciata come la più elevata fra i Paesi europei. Il Rapporto, infatti, osserva che Eurostat “include nella spesa pensionistica italiana i trattamenti di fine rapporto, pari complessivamente all’1,4% del PIL, che non esistono in nessun altro Paese e che comunque non sono prestazioni pensionistiche, ma salario differito”. Osserva altresì che l’Ufficio di Statistica UE, sopravvaluta la nostra spesa perché, “include nella voce pensioni i prepensionamenti, mentre in altri sistemi di welfare vengono più correttamente inseriti tra gli ammortizzatori sociali o tra le uscite di politica industriale”. Il Rapporto dell’Università romana precisa ancora meglio le osservazioni fatte di sopra a proposito delle ritenute d’imposta. Sono somme che vengono esposte al lordo nella spesa pensionistica, mentre quelle effettive che escono dal bilancio pubblico sono al netto. Diminuita dell’importo relativa all’imposta, si comprende bene che la spesa pensionistica vera e propria (IVS) viene notevolmente ridimensionata. 
Ovviamente, a nostro avviso, viene ulteriormente ridotta se si toglie la spesa GIAS. Questa ha funzione assistenziale ma, purtroppo, anche questa spesa viene caricata nella spesa delle pensioni previdenziali (IVS). 
Nostre osservazioni di sintesi. Utilizzando i dati pubblicati nelle tabelle che corredano il Rapporto sullo stato sociale 2017 citato, ci siamo cimentati a fare un po’ di calcoli. Risultato: diminuita del peso dell’imposta (2015), la percentuale di spesa per pensioni previdenziali (IVS) rispetto al PIL a noi risulta del 12,5%. 
Procedendo con la diminuzione oltre che del peso dell’imposta anche della quota GIAS (almeno della percentuale di natura assistenziale) la percentuale di spesa per pensioni previdenziali (IVS) rispetto al PIL scende ulteriormente e si presenta in linea con la media dei Paesi europei. 
Centro studi e ricerche itinerari previdenziali. Nel “Quinto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale, Rapporto n.5/2018” presentato il 21 febbraio 2018 nella Sala della Regina, Camera dei Deputati, Roma, l’analisi della spesa pensionistica è fatta distintamente, come è corretto fare, per le pensioni previdenziali, coperte da contributi previdenziali e quelle per l’assistenza non coperte da contribuzioni. 
La spesa per pensioni previdenziali. Nel “Rapporto”, l’analisi sulla spesa relativa alle pensioni previdenziali passa in dettagliata rassegna le voci che la compongono e segnala distintamente l’incidenza che vi hanno la GIAS per i dipendenti pubblici e per il settore privato.
A commento della presentazione del “Rapporto”, Giorgio Ambrogioni, presidente Cida, ha detto: "La spesa pensionistica nel 2016 è ammontata a poco più di 200 Mld, che scendono a 150 Mld al netto delle imposte (Fig.n.5), a fronte di entrate contributive di oltre 180 Mld, alla luce di questi numeri forniti da “Itinerari previdenziali” viene smentita ogni ipotesi di “allarme pensioni'". È appena il caso di riferire che essa cresce a tassi molti contenuti: +0,22% nel 2016; + 0,81% nel 2015; +0,69% nel 2014. Diversamente dalla propagandata insostenibilità, la spesa previdenziale (IVS) è, dunque, una spesa sotto controllo.
La spesa per pensioni assistenziali. Non è sotto controllo, invece, la spesa per le prestazioni assistenziali. Riportiamo dal “Rapporto”: “Non mettere sotto controllo la spesa assistenziale e le entrate fiscali con una coraggiosa riforma di sistema basata sul monitoraggio della prima con l’anagrafe generale dell’assistenza e introducendo il “contrasto di interessi” renderà sempre più fragile il sistema di protezione sociale”. 
Il riordino della spesa pensionistica. In presenza di evidenti difficoltà nel pervenire ad una chiara conoscenza della spesa pensionistica il “Quinto Rapporto” (cit), propone la riclassificazione della spesa per l’intera protezione sociale. Ritiene infatti che “Il tema dell’incidenza della spesa per pensioni sul PIL e sulla spesa complessiva per welfare è di cruciale importanza sia per la programmazione nazionale delle politiche sociali sia nei confronti dell’UE”. Il Rapporto puntualizza voce per voce quelle che vanno computate nella spesa per pensioni IVS e quelle che vanno assegnate ad altre prestazioni, quali componenti della protezione sociale. Depurata della quota assistenziale e dei prepensionamenti, la spesa per le pensioni IVS ammonta al 13,54% del PIL, al di sotto delle medie UE (Fig.n. 6). 
Per il dettaglio della procedura eseguita si rinvia al testo del “Quinto Rapporto”. 

È augurabile che le forze politiche ne traggano elementi di studio e di riflessioni, per decisioni coerenti.
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