Le fortune sulle pensioni

Dalle statistiche allegate all’Osservatorio sulle pensioni con i dati del 2017 pubblicato dall’Inps lo scorso marzo risulta che le pensioni vigenti all’1 gennaio 2017 sono 18.029.590, delle quali 14.114.464 sono di natura previdenziale.

Le rimanenti sono di natura assistenziale: invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali (Nota: nel documento non sono presi in conto i trattamenti pubblici e quelli dello spettacolo)
Il 72,7% del totale è sotto i mille euro. Una notizia che merita qualche approfondimento. Perché, ben orchestrata, finirebbe per accreditare l’idea che la più gran parte dei pensionati vive con assegni sotto i mille euro. È superfluo dirlo, eppure sembra sia necessario precisare che una cosa è il numero delle pensioni, altra è quella dei pensionati. Confondere le due entità, sovrapponendole, come accade di sentire, può fruttare un buon impatto mediatico; può anche alimentare fortune nella polemica politica. Ma questo significa distorcere le informazioni, con conseguente incitamento alla conflittualità e all'odio sociale.
In effetti l’analisi Inps è molto precisa. Parla di prestazioni pensionistiche, non del numero dei pensionati che ne sono beneficiari.  Analizzando la distribuzione delle pensioni per importi mensili, il richiamo è soprattutto ai trattamenti più modesti. Infatti opera una significativa distinzione fra classi pensionistiche che si trovano sopra i 750 euro e quelle sotto tale importo (tab. n. 1). E spiega che il 63,1% delle pensioni inferiori a 750 euro si concentra nelle classi basse. Chiarisce anche che questa percentuale “costituisce solo una misura indicativa della ‘povertà’, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi”
Delle 11.374.619 pensioni con importo inferiore a 750 euro “solo il 44,9% (5.106.486) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, quali integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile”
Dobbiamo convenire che i 5 milioni e passa di prestazioni che hanno bisogno di sostegni aggiuntivi, per consentire ai relativi beneficiari di fronteggiare condizioni d’indigenza, non è una cifra da poco. E, pertanto, ogni sforzo volto a migliorarle va sostenuto senza riserva. Con la partecipazione collettiva, ovviamente, attraverso la fiscalità generale.  Ma va anche aggiunto che, quelle di cui parliamo, sono prestazioni i cui titolari, nella loro vita attiva, hanno versato pochi o zero contributi (e parallelamente poche o nessuna tassa) (cfr. Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano, Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, Rapporto n. 5/2018). Pertanto sono prestazioni che solo per assimilazione terminologica sono definite “pensioni”, mentre andrebbero più correttamente classificate come interventi finalizzati alla “protezione sociale”. 
Procedere in questa chiarificazione consentirebbe anche alla politica di agire con interventi mirati sul disagio sociale e correggere le disuguaglianze, le discriminazioni. Come risulta da molti studi, la questione presenta notevoli difficoltà di analisi. Per venirne a capo, specialmente in presenza delle tante proposte e promesse ascoltate nel mai finito tempo elettorale, occorrerebbe centralizzare e informatizzare i numerosi dati che riguardano l’assistenza: per quantificare l’effettiva dimensione della spesa a tutti i livelli (Stato, territorio), per intervenire nelle situazioni di effettivo bisogno e, infine, per reprimere ogni eventuale abuso. La mala pianta che sempre alligna nel nostro Paese. Avere migliore conoscenza di tutta la problematica assistenziale, soprattutto, consentirebbe ai Governi pro tempore di fare uscire il nostro sistema previdenziale dal cono d’ombra in cui lo collocano anche gli organismi internazionali, l’Eurostat, l’Ocse e, più recentemente, anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) (vedi IMF Working Papers, Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform March 16, 2018). Il quale ritiene che il sistema previdenziale italiano, per i meccanismi che lo regolano, sia molto generoso verso i pensionati. In linea con gli altri enti internazionali, anche il FMI valuta la spesa pensionistica italiana al 16% del Pil, giudicandola la più elevata fra i Paesi europei. Sembra trascurare, però, il fatto che tale spesa è comprensiva di voci non tutte di carattere previdenziale e che la stessa è esposta al lordo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. 
La questione fiscale trova elementi di convergenza fra il FMI e la Commissione europea. Il FMI si sofferma sulle imposte personali sul reddito, in Italia, e ne osserva l’elevata pressione: fra le più alte in Europa. E la Commissione ne dà conferma, documentando, peraltro, come nella ripartizione del gettito complessivo di tali imposte, quello derivante dalle pensioni vede l’Italia, fra i Paesi europei, al più alto livello (Cfr. Taxation Trends in the European Union, 2017 Edition) (fig. n. 1)
Alla domanda: chi contribuisce in maniera più rilevante a tale gettito? La risposta è la seguente: di tutta l’Irpef a carico dei pensionati, il 47,67% è pagata dal 10,72% di quelli con redditi superiori a 35mila euro (vedi dichiarazione dei redditi ai fini Irpef per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap, CSR Itinerari Previdenziali, approfondimento 2017).
Si potrebbe partire da qui per avviare chiarificazioni da sempre auspicate: l’esposizione della spesa pensionistica al netto dell’onere fiscale e la classificazione fuori dal capitolo della previdenza di tutte le prestazioni che non hanno avuto origine dal versamento di contributi previdenziali durante l’attività lavorativa del pensionato.  
Vogliamo sperare che di queste chiarificazioni si faccia carico la Commissione tecnica per la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale che sarà insediata dal Governo, in attuazione dei decreti previdenziali previsti nella manovra economica sulle pensioni. Sono obiettivi prioritari che i rappresentanti sindacali partecipanti alla Commissione non dovrebbero mancare di perseguire. 
Perché è dai risultati dei lavori di questo gruppo di esperti che deriveranno argomenti per rintuzzare i pressanti interventi degli organismi sovranazionali sui nostri conti pubblici e per respingere, anche al nostro interno, le continue sollecitazioni ad adottare ulteriori misure sottrattive sulle pensioni. 
Probabilmente saranno svelate le mistificazioni propagandistiche e risulteranno appannate le fortune costruite su informazioni deformate.  Ma se ne avvantaggerà la verità sulla spesa pensionistica; una partita, questa, troppo spesso giocata sulla pelle dei cittadini più fragili, in nome di una solidarietà contro altri cittadini che, privi di forza contrattuale, sono trascinati prepotentemente nella mischia delle fazioni sociali. 
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