Le pensioni nel Rapporto OCSE 2023

Il decimo Rapporto OCSE “Pensions at a Glance 2023 and G20 Indicators”, presenta una serie di indicatori che consentono di confrontare le politiche pensionistiche e i relativi risultati tra i Paesi membri (38). È un’edizione che si sofferma, particolarmente, su come i diversi Paesi hanno affrontato l’impatto dell’inflazione sul potere d’acquisto delle pensioni e passa in rassegna le misure pensionistiche da questi attuate tra settembre 2021 e settembre 2023. Di seguito il confronto sarà limitato ad alcuni indicatori relativi alle pensioni erogate nel nostro Paese

Mino Schianchi

Vicepresidente ALDAI-Federmanager



L’inflazione nei Paesi OCSE

Secondo il Rapporto OCSE del 2023 la pandemia da Covid-19, la guerra della Russia contro l'Ucraina e la risposta politica a queste sfide hanno innescato un'ondata inflazionistica avvertita in tutto il mondo. In molti Paesi, l'impennata dell'inflazione, a partire dal 2021, ha fatto crescere le spese degli anziani più di quella subita dalle altre generazioni più giovani, perché l'energia e i prodotti alimentari costituiscono una quota più elevata nel paniere dei consumi delle persone anziane rispetto a quella di altre fasce d'età.  Oltre la metà dei Paesi dell’OCSE protegge completamente i pensionati dall'andamento dell'inflazione nel tempo. Questi, infatti, indicizzano le pensioni ai prezzi o ai prezzi più (in parte) la crescita dei salari reali, se positiva.  Perciò, nei Paesi in cui le pensioni vengono adeguate all'aumento dei prezzi, l'impatto dell'inflazione sul potere d'acquisto dei pensionati è piuttosto limitato. 
L'applicazione coerente delle regole di indicizzazione è fondamentale per rafforzare la fiducia nelle pensioni. Tuttavia, proteggere i pensionati dall'inflazione elevata è costoso. In tempi eccezionali, quindi, può essere accettabile che i pensionati ad alto reddito condividano parte del costo con la popolazione in età lavorativa in termini di riduzione degli adeguamenti delle prestazioni.

La perequazione delle pensioni in Italia

Ma nel confronto tra l’Italia e gli altri Paesi OCSE, un aspetto balza subito in evidenza: in Italia il recupero parziale dell’inflazione per le pensioni non è un’eccezione, è la regola.  Anche nel sistema, concordato a suo tempo tra Governo e Sindacati, per le pensioni superiori a 4 volte il minimo, la rivalutazione è stabilita sempre in misura parziale (90% e oltre una determinata soglia 75%).  A partire dal 2011 (con l’eccezione del 2022), nonostante i richiami a seguire criteri di proporzionalità e adeguatezza, ribaditi più volte dalla Corte Costituzionale, sulle pensioni medio-alte sono stati effettuati ulteriori interventi riduttivi, e in alcuni casi la rivalutazione è stata irrisoria.

Questa prassi dimostra  come il sistema pensionistico pubblico del nostro Paese non dia una tutela sufficiente al rischio inflazione. Si vedano gli effetti nell’ultimo decennio: le pensioni d’importo pari a 8 volta il minimo, tra il 2012 e il 2022, hanno perso circa 390 euro lordi al mese, pari a più del 10% della pensione lorda. Negli anni 2023-2024, ipotizzando un’inflazione di periodo pari al 15% queste pensioni perderanno in soli 2 anni tra il 7,5% e il 9%, che, sommati ai precedenti 11 anni, fanno in 13 anni almeno il 17% di perdita del potere d’acquisto.

Iniziative messe in campo dai paesi OCSE per migliorare la sostenibilità del sistema pensionistico

Negli ultimi due anni, molti Paesi OCSE hanno adottato iniziative per aumentare l'occupazione dei lavoratori anziani e hanno approvato riforme pensionistiche che aumentano l'età pensionabile. L'innalzamento dell'età pensionabile rimane una strategia comune per migliorare la sostenibilità del sistema pensionistico.

In questo contesto di iniziative in materia pensionistica come si colloca l’Italia?
Al momento il tasso di occupazione nella fascia tra i 60 e i 64 anni in Italia è al 41% a fronte del 54% nell'area Ocse. La popolazione in età da lavoro in Italia diminuirà del 35% nei prossimi 40 anni (tra il 2022 e il 2062) a fronte del calo dell'11% nei Paesi Ocse. L’allungamento della vita attesa, in un contesto di popolazione decrescente e di duratura crisi della produttività, richiederebbe che anche la vita lavorativa si allungasse corrispondentemente.
Abbiamo invece un’età di pensionamento che stenta ad allinearsi a quella legale di vecchiaia e che relativamente ai nuovi beneficiari del 2022 è di 64,2 anni per gli uomini e 64,7 per le donne.
Le politiche pensionistiche italiane dovrebbero collocarsi in un più ampio spettro di politiche per la crescita economica e demografica.
Adottare interventi che vanno nel senso di accorciare la vita lavorativa, come stabilito in alcuni casi nella legge di bilancio 2024, significa gravare le generazioni future di ulteriore debito, sia esplicito sia implicito.
L'Italia garantisce ancora un ampio accesso al pensionamento anticipato, spesso senza una qualche penalità. La conseguenza è una quota crescente della spesa previdenziale finanziata dalla fiscalità generale (e dal debito).

Legge di Bilancio dell’Italia 2024-2026

Agli interventi sulle pensioni previsti nel Bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026 manca una visione complessiva e lungimirante. 
Quello che il Bilancio 2024 riserva sul tema delle pensioni sono interventi frammentari, che mancano di una visione complessiva del sistema.
Più che sperimentazioni continue, che allontanano la nostra previdenza dai cardini dei sistemi contributivi, servirebbe quindi un intervento capace di razionalizzare le tante diverse gestioni previdenziali stratificate in quasi trent’anni di scelte politiche poco lungimiranti. Conviviamo con una diversità di regole e di aliquote che non si conciliano con il funzionamento contributivo e che ne minano la sostenibilità a favore di alcune categorie a scapito di altre, mediante politiche pubbliche che coprono spesso interessi particolari, di settore, generando nicchie di privilegio che tendono a perpetuarsi nel tempo.
La bassa crescita della produttività e la contrazione della popolazione pesano sui conti pensionistici dell’Italia. Quindi, le politiche pensionistiche non dovrebbero esaurirsi in interventi sulle regole di accesso e di calcolo delle prestazioni, 
Nella Legge di Bilancio 2024, con la proroga di Ape sociale” e Opzione donna, si sono confermate positive misure di flessibilità in uscita a favore di lavoratori e lavoratrici più deboli, pur innalzando i requisiti di accesso alle prestazioni. Al contrario, nella stessa legge, mantenere in vita le uscite anticipate dal lavoro tramite il sistema delle Quote significa rallentare il processo di convergenza a un sistema pensionistico che sia nel complesso più sostenibile finanziariamente e socialmente. Le Quote causano squilibri finanziari e alimentano disparità all’interno di generazioni e tra una generazione e quelle successive. Se si manda una generazione in pensione prima del tempo, un’altra dovrà pagare contributi e imposte più alti e magari ritardare la fine della vita lavorativa.
Il Rapporto OCSE Pensions at a glance, segnala che l’aspettativa di vita e le politiche previdenziali dell’Italia, fanno sì che chi entra nel mercato del lavoro oggi dovrà attendere di arrivare a 71 anni per poter accedere al trattamento pensionistico.

La concessione di benefici di uscita anticipata a età relativamente basse contribuisce, secondo l’OCSE, a classificare l’Italia come la seconda più alta spesa per la pensione pubblica tra i Paesi indicati nel rapporto, 16,3% del PIL, nel 2021
Nei dati forniti dall’Italia occorre segnalare che è necessario separare nettamente la spesa previdenziale sostenuta esclusivamente dai contributi del lavoratore e del datore di lavoro dalla spesa assistenziale che “dovrebbe” essere sostenuta esclusivamente dalla fiscalità generale. E’ bene ricordare che in Italia, tra i 16 milioni di pensionati, 7,6 hanno prestazioni non coperte totalmente o parzialmente da contributi.
La previdenza complementare è assente dalla Legge di Bilancio 2024, rivelando così una grave mancanza, infatti, la previdenza complementare potrebbe contribuire, come fa in molte economie avanzate, alla sostenibilità finanziaria e sociale del sistema pensionistico nel suo complesso.

Evasioni devastanti  

Nulla poi è previsto nella Legge di Bilancio per contrastare la riduzione delle entrate contributive e l’evasione contributiva, questioni che, assieme all'evasione fiscale, sono di assoluto rilievo dal punto di vista della sostenibilità e dell’equità. Per aumentare il “netto” in busta paga dei lavoratori con retribuzioni inferiori a 35mila euro si sono ridotti anche per il 2024 fino a 7 punti percentuali i contributi a loro carico da versare all’INPS senza però tenere conto di questa riduzione nel calcolo della loro futura pensione. Il costo di questa operazione, nel solo 2023 10 miliardi, è stato messo a carico del bilancio dello Stato e soprattutto di quel famoso 13% di cittadini che dichiarano redditi da 35mila euro in su e che si sobbarcano oltre il 60% del gettito IRPEF. Una scelta che contribuirà ad affossare i conti dell’INPS. 

La sostenibilità del sistema pensionistico è legata in gran parte al recupero dell'evasione fiscale, evasione che viaggia attorno a 100 miliardi ogni anno. E non può esserci sostenibilità senza l'ampliamento della base contributiva con investimenti che favoriscano l’aumento dell’occupazione, in particolare quella femminile, e senza l’erogazione di retribuzioni più elevate. 

Nota di commento all'articolo

Mentre Dirigenti Industria marzo sta per andare in stampa, leggiamo il nuovo Rapporto OCSE (OECD Economic Survey ITALY 2024) che offre ulteriori contributi al dibattito sugli argomenti che abbiamo trattato nell’articolo.
Anche per il 2022 (ultimo dato aggiornato) l’Istat ha comunicato a Eurostat che la nostra spesa per pensioni (vecchiaia e superstiti) è pari al 16,7%, contro una media UE a 27 del 12,6%.  
A fronte dei dati comunicati alle Organizzazioni Internazionali è evidente come i Governi di altri Paesi europei possano ritenere che in Italia la spesa pensionistica sia molto elevata: superiore alla media europea.
Accade così che in quest’ultimo rapporto l’OCSE suggerisce l’introduzione di un contributo di solidarietà sotto forma di “imposta sulle pensioni elevate, non correlate ai contributi pensionistici versati”, al fine di allineare i redditi dei pensionati del nostro Paese alla media OCSE.
Il Rapporto non specifica se un tale contributo debba sostituire l’attuale meccanismo di adeguamento delle pensioni al costo della vita (perequazione); meccanismo già per sé iniquo e discriminatorio a carico delle pensioni superiori a 4/5 volte il minimo INPS.   
È il caso di dirlo: continuiamo a farci male da soli. Perché anche il nuovo Governo ha aumentato di molto la spesa per le pensioni assistenziali. E l’importo è cumulato con la spesa per le pensioni previdenziali. La frequenza delle critiche di Enti internazionali sull’elevata spesa pensionistica del nostro Paese ci obbliga a distinguere al più presto tra spesa pensionistica previdenziale e spesa assistenziale. Occorre finalmente fare chiarezza su questa materia, anche al fine di individuare le modalità per mettere ordine nella spesa assistenziale che appare, ormai, del tutto fuori controllo. 
Diventa importante, peraltro, fornire dati accurati sulla spesa pensionistica, distinguendo tra spesa lorda e netta, anche per evitare sovrastime che, infine, sono la causa di continui interventi critici di UE, BCE, OCSE.   
A fronte dei ripetuti richiami, come appena detto, facciamo nostra la tesi del Centro Studi Itinerari Previdenziali che documenta con dovizia di particolari come le pensioni più alte sono già soggette a pesanti tagli, più di quanto avvenga in altri Paesi europei.
E, quanto alle osservazioni dell’OCSE, occorre chiarire, dati alla mano, che in Italia le pensioni più elevate sono assoggettate ad altissime imposte IRPEF, imposte addirittura più alte di quelle applicate su altre tipologie di redditi. 
Infine, non va dimenticato che, rispetto ad altri Paesi, in Italia i contributi previdenziali sono più elevati, e che, di conseguenza, anche le pensioni sono più elevate. Non generosa elargizione dello Stato, dunque, ma frutto di alti contributi versati fino all’ultimo centesimo, e prelevati alla fonte. 
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in formato pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013

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