Perequazione 2024 una stangata

Assalto al ceto medio

Antonio Pesante  

Federmanager FVG e componente del Comitato Nazionale Pensionati

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 279, del 29 novembre 2023, è stato pubblicato il decreto del 20 novembre del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in concerto con il Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, recante il valore provvisorio della variazione percentuale dell’indice dei prezzi al consumo, per l’anno 2023.

La variazione è stata determinata nella misura del 5,4% e verrà presa come base per il calcolo dell’adeguamento retributivo delle pensioni (perequazione) erogate dal 1° gennaio 2024.

Il dato è provvisorio, salvo conguaglio da stabilirsi a fine novembre 2025. Il Governo, nella fase della determinazione della legge di bilancio 2024, ha introdotto un meccanismo di rivalutazione delle pensioni maggiormente penalizzante e iniquo, rispetto a quanto aveva stabilito nel 2023.

Antonio Pesante
Federmanager FVG
e componente del
Comitato Nazionale
Pensionati

Antonio Pesante Federmanager FVG e componente del Comitato Nazionale Pensionati

Nella legge di bilancio del 2023 era stato determinato un taglio della rivalutazione, che per la fascia oltre 10 volte il trattamento   minimo arrivava al 32%. Questo era previsto sia per il 2023 che per il 2024.

Tale provvedimento ha determinato per il 2023 un risparmio di cassa, per il governo, di circa 3,5 miliardi di euro lordi.

Risorse sottratte a pensionati con trattamenti di medio e medio/alto valore, che hanno versato ingenti contributi durante tutta la loro vita lavorativa. In occasione della legge di bilancio 2024 il governo, avendo avuto bisogno di risorse suppletive, si è rivolto di nuovo ai pensionati medio e medio/alti, usandoli come un bancomat,   peggioramento addirittura del 10% quanto stabilito nel 2023.

Ha portando così al 22% la rideterminazione percentuale della percentuale perequativa del 5,4%. Questo indicibile taglio, per il 2024, ha portato a un risparmio di cassa di circa 6 miliardi.
Come per il 2023 la rivalutazione viene applicata sul trattamento complessivo della pensione e non per fasce progressive, peggiorandone così la sua applicazione.

Sono più di venti anni che in un modo o nell’altro, per ben nove volte, chi è al governo, che sia di destra, di sinistra o un tecnico, attacca le pensioni del ceto medio.
Se fino al 2022 il danno derivante, anche se inaccettabile, era limitato, data l’inflazione bassa, ultimamente, oltre a essere percentualmente fuori di ogni termine, riveste una notevole importanza in termini di valore, dato che ancora l’inflazione non accenna a diminuire. Siamo tutti consci del momento di crisi economica/finanziaria in cui si trova il nostro paese, stretto tra problemi di inflazione, costi elevati delle materie prime ed energetiche, guerra in Ucraina e non ultimo dall’enorme valore del nostro debito pubblico.

La scelta però fatta dal governo, di aumentare le pensioni minime e concedere la perequazione al 100% fino a quattro volte il minimo pensionistico, finanziando tale costo con un notevole taglio a tutte le pensioni medie o medio/alte, secondo noi è una grave decisione anticostituzionale.

Sostenere giustamente una categoria debole economicamente si chiama assistenza, che secondo noi deve essere decisa tramite l’unico sistema progressivo universale che è l’IRPEF, non da una singola categoria.

Questo è il motivo per il quale da molti anni proponiamo alla politica la separazione, sui conti dell’INPS, tra costi per le pensioni e quelli per l’assistenza.

Tale separazione oltre a dar la possibilità di tenere sotto controllo i costi dell’assistenza, farebbe scendere la spesa pensionistica dal 16,5% del PIL al 12,8%, quasi in linea con la media europea del 12,4%, risparmiandoci così rimbrotti e sanzioni da parte dell’Europa, come riportato nell’ultimo Rapporto sul bilancio previdenziale presentato recentemente da Alberto Brambilla.

In difesa della categoria Federmanager e CIDA, oltre ai ricorsi giudiziari già presentati, ha lanciato una petizione “salviamo il ceto medio” che prevede di portare al più presto 50.000 firme all’attenzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Governo, del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro dello sviluppo economico.

Altre azioni sono state avviate, quali: pubblicazioni, articoli e convegni in merito.

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