Non si arrendono: la battaglia silenziosa per la difesa delle pensioni

Una battaglia silenziosa, di civiltà: pensionati impegnati nella difesa di diritti, dignità e uguaglianza contro misure ingiuste e discriminatorie

Mino Schianchi

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento Gruppi Seniores Federmanager e Presidente Comitato Pensionati ALDAI-Federmanager






Una resistenza silenziosa

Pensionati che “resistono” ai tagli: con ricorsi, interventi sui social e nelle sedi della politica, mettono sotto accusa la sospensione della perequazione. Non si arrendono: è la battaglia silenziosa per la dignità delle pensioni.

Il fronte aperto 

C’è un’Italia silenziosa che non conosce resa. Un’Italia fatta di donne e uomini che, dopo una vita di lavoro, responsabilità e contributi versati, si ritrovano a difendere quello che un tempo si immaginava come un traguardo sereno: la pensione. Un traguardo che invece, di anno in anno, si trasforma in un fronte aperto. Ogni legge di bilancio, ogni decreto “straordinario”, ogni sentenza che richiama le “esigenze di cassa” diventa un colpo al potere d’acquisto. Un prelievo forzoso, spesso mascherato da atto di solidarietà.

I pensionati reagiscono

Eppure, ci sono pensionati che non si piegano. Reagiscono. Studiano le norme, ricorrono alla giustizia e – senza alcun sostegno – affrontano le spese dei ricorsi. Non per sé soltanto, ma per difendere un diritto che riguarda tutti.

Il taglio della perequazione

È accaduto di recente con la legge n. 197/2022, che garantisce la rivalutazione piena solo alle pensioni inferiori a quattro volte il trattamento minimo INPS. Alcuni colleghi hanno presentato ricorso, e il giudice ha ritenuto la questione tanto fondata da rinviarla alla Corte Costituzionale. Il 19 novembre prossimo sarà l’Alta Corte a pronunciarsi nuovamente sulla rivalutazione delle pensioni. Un passaggio cruciale, che potrebbe riaffermare con forza un principio fondamentale: la rivalutazione non è un privilegio, ma una necessaria protezione contro l’inflazione. Una tutela che deve valere per tutti, e non essere differenziata.

Discriminazioni contro i residenti all’estero

Ma questo non è l’unico terreno di scontro. La Legge di Bilancio 2025 ha sospeso la perequazione automatica per i pensionati residenti all’estero titolari di assegni superiori al minimo (€598,61), lasciando la rivalutazione piena solo ai trattamenti inferiori o uguali al minimo. Le prestazioni discriminate sono 60.764. In pratica, si è trasformato un diritto – l’adeguamento al costo della vita – in un privilegio. Così, migliaia di connazionali, parte dei quali continuano a pagare le tasse in Italia, tutte le tasse, vengono discriminati sulla base dell’anagrafe residenziale. In contrasto con la Costituzione, con il diritto europeo sulla libera circolazione delle persone (un pilastro della costruzione dell’UE) e con le convenzioni bilaterali firmate dal nostro Paese. Anche in questo caso, alcuni colleghi hanno già scelto la via del ricorso, autofinanziandosi, ancora una volta. Il principio è sempre lo stesso: non possiamo diventare il bancomat dell’INPS, chiamati a pagare per coprire squilibri che dovrebbero essere risolti contrastando l’evasione fiscale e tagliando sprechi.

Perché non bisogna fermarsi

Qualcuno, scoraggiato da frequenti sentenze sfavorevoli, si chiede: «Ha ancora senso lottare?». La risposta è sì. Ce lo dicono proprio quelli che hanno firmato i ricorsi: fermarsi sarebbe come legittimare l’ingiustizia. Anche un ricorso respinto può accendere un riflettore, costringere la politica a riflettere, ricordare all’opinione pubblica che esiste una parte della società – il ceto medio pensionato – che sostiene figli, nipoti, comunità intere. Non cerca privilegi: chiede solo rispetto.

Servono regole e giustizia fiscale

Basta. Non servono più interventi-tampone: servono regole chiare e stabili, un’anagrafe dell’assistenza che eviti abusi, un fisco più giusto che smetta di colpire sempre gli stessi. Non stiamo parlando di una rivendicazione corporativa, ma della difesa di un principio di equità. Perché, se oggi passa un’ingiustizia, nessuno potrà dirsi al sicuro da misure ingiuste che, un domani, potrebbero colpire anche lui.

La narrazione da cambiare

Certo, è la politica che deve cambiare atteggiamento verso i pensionati. Ma la politica da sola non basta. Servono anche i ricorsi, i dibattiti, la mobilitazione sui social, i webinar informativi, le alleanze con altre realtà che condividono i nostri valori. Dobbiamo cambiare la narrazione che ci dipinge come un peso per il Paese. La verità è che continuiamo a pagare tasse elevate, a sostenere la sanità integrativa, a fare volontariato, a tenere insieme famiglie sempre più fragili. Ogni euro sottratto alle nostre pensioni è un euro sottratto alla coesione sociale.

Una comunità unita

Ecco perché oggi, più che mai, serve essere uniti. Non lasciamo soli i colleghi impegnati  a difendere un diritto collettivo. Facciamo sapere che dietro a chi si espone e agisce c’è una comunità che chiede una cosa semplice e ben chiara: il rispetto della Costituzione e, per i colleghi residenti all’estero, il rispetto di principi costituzionali, delle norme europee e degli accordi bilaterali firmati tra l’Italia e gli Stati esteri.

La lezione della storia

La storia insegna che i diritti si perdono un centimetro alla volta. E si recuperano solo con chilometri di fatica. I nostri colleghi questo lo sanno, e non si arrendono. Perché oggi più che mai, la dignità della pensione è la dignità del lavoro di ieri. Ed è la speranza di giustizia per il domani.

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