Nuovi prelievi sulle pensioni

Si continua a raccontare che non si vogliono mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Questo non vale per i pensionati o, almeno, una parte di essi.

Mino Schianchi

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento dei Gruppi Pensionati e Consigliere ALDAI-Federmanager

I partiti del governo gialloverde non riescono a mantenere le promesse pensionistiche fatte. Le scelte politiche che vengono ipotizzate per fare fronte a questa criticità sono spesso fra loro contradittorie e, alla fine, si riveleranno dannose per lo Stato oltre che per le persone interessate.
Le pensioni assistenziali hanno permesso nel tempo la raccolta di un consenso elettorale crescente. Al punto che oggi la relativa spesa è fuori controllo. In Europa il tasso fisiologico degli "sfortunati” che hanno bisogno di essere sostenuti, con interventi assistenziali, perché hanno avuto problemi dal punto di vista fisico, mentale o qualche disgrazia, va dal 3% al 6%, grosso modo. In Italia abbiamo più di 8 milioni di persone, oltre il 51% del totale, cui vengono erogate prestazioni assistenziali, definite anch’esse “pensioni”. Un ibrido che crea confusione e che ha finito per suggerire anche un totale capovolgimento del sistema previdenziale i cui elementi essenziali sono nella Carta Costituzionale (Artt. da 35 a 38). 
Intervenire sulla spesa pensionistica complessiva, per separare la spesa delle “pensioni previdenziali” dalla spesa delle “pensioni assistenziali” porterebbe ad una chiarificazione nel sistema di protezione sociale del nostro Paese. Ma questa separazione nasconde un grosso rischio. Scoprirebbe anche il lato oscuro del parassitismo assistenziale. Che è anche larga parte del consenso appena detto. È la complicata trama normativa che ha consentito, finora, alla politica di muoversi con spregiudicatezza e rispondere alla continua pressione di misure assistenziali.
Favoriti anche da una giurisprudenza consenziente, i Governi hanno avuto vita facile a prelevare risorse dalle pensioni previdenziali per sostenere l’assistenza. Con misure via via più incisive: riducendo l’indicizzazione al costo della vita, sospendendo periodicamente la perequazione, adottando a più riprese interventi sottrattivi con i cosiddetti “contributi di solidarietà”. Che sono imposte aggiuntive, periodiche, “legittimate” (si fa per dire!) dal principio della solidarietà, una “solidarietà contro”.  Contro i pensionati “previdenziali” che, nel corso degli anni, hanno pagato costantemente tasse e contributi, secondo le leggi del tempo in cui erano in attività operativa.
Ora viene riproposto un sistema di ricalcolo contributivo delle pensioni già attribuite con il sistema retributivo o, peggio, il ricalcolo della parte retributiva dell’assegno in funzione dell’età di pensionamento.
Il “ricalcolo retroattivo delle pensioni già attribuite” come anche i “contributi di solidarietà” e i “blocchi della perequazione” sono tutte misure che si legano fra loro per una logica di politica previdenziale perversa: portare il sistema pensionistico a livello del sistema assistenziale. Se lo Stato intende migliorare le pensioni più basse (fino a 780 euro) lo deve fare con la fiscalità generale, cui parteciperemo anche noi pensionati secondo l’art. 53 della Costituzione. Chi più ha, più deve contribuire al mantenimento dei servizi collettivi.
Questa, in sintesi, la situazione pensionistica come si è evoluta negli anni: togliere periodicamente un po’ di soldi ai pensionati “più ricchi”, che si sono costruiti legalmente la pensione (salvo caso di distorsioni che andrebbero, caso per caso, individuate e corrette) e trasferire le risorse ai pensionati più poveri. Alcuni veramente svantaggiati, perché hanno avuto una vita sfortunata, altri “fraudolentemente” poveri perché nel tempo né hanno pagato tasse né hanno versato contributi previdenziali.
La proposta politica di nuova riforma pensionistica segue la logica di un sistema pensionistico sostanzialmente assistenziale. È anche inaccettabile e non più tollerabile la conflittualità astiosa che inquina la presentazione di questa proposta di riforma. Nel dibattito c’è il subdolo tentativo di far passare i pensionati, o almeno una parte di essi, come simboli ancora viventi dell’establishment del passato. Vengono posti sullo stesso piano dei percettori di vitalizi parlamentari, degli utilizzatori di auto blu e degli aerei di Stato. Definiti, quindi, “parassiti sociali”, “ricchi privilegiati”, “nababbi che vivono a spese dello Stato”. Insomma usurpatori di risorse importanti del sistema pensionistico e pertanto, additati come “nemici” da abbattere.
Non importa se i risparmi che si otterranno con i provvedimenti sottrattivi, che colpiranno quei 150/200mila pensionati così astiosamente designati, basteranno ad aumentare tutte le pensioni più basse, fino a 780 euro. È la strategia comunicativa che deve prevalere. La strategia del discredito e dell’insulto. Una strategia tanto partecipata dal popolo del web, e che deve aggregare, deve produrre adesioni contro “nemici” simbolo. Abbattuti i quali la battaglia è vinta e il nuovo sistema d’assistenza pensionistica può essere allargato.

Aspetti critici delle nuove proposte di riforma pensionistica

L’idea di procedere con il ricalcolo delle pensioni, anche quelle attribuite negli anni più lontani nel tempo, incide su un aspetto fondamentale della moderna civiltà giuridica. Fa perdere l’affidamento che il cittadino dovrebbe avere nelle leggi dello Stato. Lo Stato non garantisce più la certezza del diritto. Aperta la falla della retroattività si sa da dove si parte, ma non si sa dove si arriva: ogni diritto può essere rimesso in discussione anche in futuro. Occorre non solo sostenere l’“equità sociale”, ma proteggere anche l’“equità legale”.  Nel senso che anche lo Stato deve rispettare le leggi. La politica non può diventare arbitrio. 
Eventuali riduzioni sostanziali delle pensioni attribuite secondo le disposizioni degli anni passati potrebbero sconvolgere le condizioni di vita degli anziani. Essi, in ragione dell’età, non possono intraprendere un altro lavoro e non possono sottoscrivere una pensione integrativa (costi elevati). Questo in un tempo della loro vita nel quale hanno bisogno di maggiore assistenza, non sempre coperta dal welfare pubblico.
Occorre anche valutare le conseguenze dello stress nervoso e psicologico che sugli anziani provocano i continui annunci di nuovi tagli ai loro redditi. Una popolazione già fragile, per l’età e i malanni.
Non sono infine da sottovalutare i danni all’economia nazionale conseguenti alla riduzione dei consumi da parte di una popolazione preoccupata di non potere più far fronte alle esigenze della sua vita.

Le iniziative di opposizione e contrasto politico che dobbiamo sviluppare

  • Sostenere ogni provvedimento finalizzato al miglioramento del tenore di vita dei più svantaggiati, in base ai principi di contribuzione fiscale collettiva (art. 53 Cost.). Nessuno vuole chiudersi a difesa di egoismi di categoria, ma questo non può essere fatto solo a carico dei redditi da pensione, cioè con riferimento alla fonte del reddito. Perché questa sarebbe una misura discriminatoria e, pertanto, censurabile per illegittimità costituzionale.
  • Opporsi con fermezza ad un sistema pensionistico tutto a carattere assistenziale.
  • Appoggiare ogni iniziativa politica che riporti nella regola chi ha distorto norme per acquisire prestazioni non dovute. Alcune categorie di lavoratori beneficiarono in determinati anni di leggi speciali con trattamenti economici "manipolati" nei periodi terminali della loro attività.
  • Richiedere con forza la revisione del sistema di protezione sociale: centralizzare il controllo sulla spesa assistenziale; dividere previdenza da assistenza; separare la spesa delle “pensioni previdenziali” dalla spesa delle “pensioni assistenziali” porterebbe ad una chiarificazione nel sistema di protezione sociale del nostro Paese. 
  • Promuovere indagini riguardanti da quali attività professionale, di produzione, di commercio e di lavoro provengono le pensioni in tutto in parte bisognevoli di integrazione. La documentazione dovrebbe reperirsi facilmente presso gli Uffici della finanza pubblica.
  • Combattere le fake news, le informazioni false, parziali, difettose sulle pensioni e relativi importi. Occorre poter disporre di studi che dimostrino quanto i pensionati hanno già dato negli anni a seguito di: modifiche peggiorative al sistema di perequazione e frequenti sospensioni; provvedimenti definiti “contributi di solidarietà”. I numeri dicono che solo negli ultimi 10 anni il potere di acquisto delle pensioni “cosiddette” d’oro (maggiori di 2.500/3.000 euro lordi al mese) si è sensibilmente ridotto (10/15%).
  • Ampliare le alleanze con organizzazioni che si propongono la tutela e l’integrità dei redditi dei pensionati, in rispetto delle leggi emanate dallo Stato. In attesa, di possibili intese organiche, almeno procedere con conferenze stampa insieme, con accordi su iniziative comuni.
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