Il futuro dei giovani e la sicurezza degli anziani sono le priorità di una società giusta e solidale

È il momento di analizzare oggettivamente la situazione del Paese e focalizzare le iniziative prioritarie per dare degne prospettive alle nuove generazioni rispettando gli impegni dei lavoratori che hanno contribuito allo sviluppo del secondo polo manifatturiero europeo.

 

Mino Schianchi 

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento dei Gruppi Pensionati e Consigliere ALDAI

La demografia.

La demografia italiana ci mostra una popolazione che invecchia; l’allungamento della vita è una sfida per le generazioni, ma anche un’opportunità per la società. L’invecchiamento della popolazione ha determinato uno slittamento in avanti dell’età di confine tra fase adulta e fase anziana. Nella fascia di età tra i 65 ed i 74 anni si sperimenta oggi una vita che, per abitudini, condizioni fisiche, consumi, aspettative, non rientra ancora in quella dei canoni tradizionali dell’anziano. Una fase in cui già oggi la maggioranza delle persone è più una risorsa sociale che un “peso”. Purtroppo un aspetto negativo di questo cambiamento demografico è che nei luoghi in cui si genera la ricchezza del Paese stanno venendo meno le principali fonti di innovazione: i giovani. Il ritardo di produttività in Italia si spiega in parte con la demografia.

La globalizzazione.

Interagendo con la tecnologia, la globalizzazione ha ridotto la competitività e i posti di lavoro delle industrie che si basano su processi produttivi tradizionali. A governare l’economia è sempre più la tecnologia. Occorre  adeguare i modelli di produzione manifatturiera alla trasformazione digitale basata sulla integrazione cyberfisica tra macchine, oggetti e persone. L’Italia deve recuperare un importante  gap sulle infrastrutture di comunicazione e sulle applicazioni digitali e deve  avvalersi di una nuova offerta formativa conseguente. La situazione che si determina a causa del processo di mutazione industriale che incessantemente rivoluziona la struttura economica con la distruzione di posti di lavori e la creazione di  altrettanti nuovi si può fronteggiare solo con la formazione continua. Se i nostri giovani non sono pronti alla sfida tecnologica è perché la scuola non si è ancora adeguata ai cambiamenti veloci e non offre le nuove competenze richieste dall’industria. Occorre intervenire sul sistema scolastico e formativo, incentrandolo sui nuovi saperi, sulle nuove ”forme di intelligenza”, su un solido e costante dialogo tra la scuola e il mondo del lavoro.

La lotta alla povertà.

Affrontare la lotta alla povertà è oggi la priorità assoluta, ma richiede selettività degli interventi e implica rivedere istituti assistenziali oggi esposti ad abusi o ad usi  indifferenziati (dagli interventi per le invalidità, all’indennità di accompagnamento). L’introduzione di un reddito di cittadinanza rischierebbe di favorire uno slittamento progressivo nell’assistenzialismo. Sarebbe invece  utile sperimentare istituti come sostegni fiscali che stimolino al lavoro e sottraggano alle trappole della povertà  persone impiegate a bassa qualificazione e a basso reddito. La priorità è dare dignità alle persone favorendo l’occupazione.

La disoccupazione dei giovani.

Affermare che i giovani possono trovare occupazione solo nella misura in cui i lavoratori più anziani liberano «posti» andando in pensione è ingannevole. Non è vero che se gli anziani si pensionano  i giovani trovano più lavoro. Il totale dell’occupazione dipende da tanti altri fattori: competitività, innovazione, capitale umano, regole sul lavoro e così via. Dove questi fattori si combinano in modo virtuoso, l’occupazione aumenta per tutti: giovani e anziani, uomini e donne. È anche dimostrato che se si riduce il cuneo fiscale, cioè le tasse sul lavoro, le imprese assumono. I giovani attraversano momenti difficili sul mercato del lavoro a causa della rivoluzione tecnologica, la globalizzazione, la demografia, la recessione mondiale. Per favorire l’occupazione sarebbe utile porre maggiore attenzione alla creazione di nuovi posti di lavoro in settori carenti di risorse, come i servizi sociali e la sicurezza ambientale, interventi che avrebbero come risultato anche un miglioramento della qualità della vita di tutti.

La pensione dei giovani.

Le politiche a favore dell’occupazione, specie giovanile, debbono essere messe in sinergia con un riordino del sistema pensionistico che sia in grado di tutelare, al momento del pensionamento, il lavoro di oggi e di domani in tutte le sue peculiarità e differenze rispetto al passato. L’incerta prospettiva pensionistica dei giovani non deriva tanto dalle regole dell’accreditamento dei contributi e dal meccanismo di calcolo della prestazione, quanto dalla loro condizione occupazionale precaria e saltuaria. Una carriera lavorativa contraddistinta da andamenti saltuari e precari si ripercuoterà pesantemente sul trattamento di pensione, condizionato dal rapporto fra contributi versati e prestazione attesa in base al metodo di calcolo contributivo. La mancanza di un sistema efficiente che assicuri un continuo ricollocamento dei lavoratori estromessi dai posti lavoro non più produttivi perché non preparati ad occupare quelli nuovi creati dalla nuova tecnologia, necessariamente implica una struttura previdenziale che deve correre ai ripari in termini assistenziali.

La pensione degli anziani.

E’ bene ribadire a tutti che i pensionati sono cittadini che hanno dato il loro apporto alla collettività durante la vita attiva e che le prestazioni che essi ricevono non sono un costo, ma un «ritorno» per il lavoro svolto, l’impegno sociale, i contributi e le imposte versati. Imposte  che peraltro continuano a pagare anche durante il pensionamento. Ma in una società in cui si fanno pochi figli e l’aspettativa di vita cresce, è opportuno interrogarci sul futuro. La generazione che si sta affacciando alla pensione, frutto del “baby boom”, è particolarmente numerosa, e sta mettendo  in crisi il welfare tradizionale. Dobbiamo chiederci se una soglia fissa di pensionamento, come previsto dalla normativa vigente, sia sostenibile e socialmente desiderabile. Fra i milioni di sessantenni pensionati, molti non hanno alcuna voglia di ritirarsi dal lavoro, hanno esperienze e competenze che è un peccato disperdere: potrebbero essere valorizzate, anche a tempo parziale e in settori diversi.

La sostenibilità del sistema previdenziale pubblico.

L’introduzione del metodo di calcolo contributivo ha operato una razionalizzazione del sistema previdenziale, ottenendo contemporaneamente il contenimento, se non la definitiva stabilizzazione, della spesa. Con l’applicazione del metodo contributivo si sono progressivamente superate le disparità di trattamento legate ai regimi speciali di pensione provenienti dalla nostra tradizione categoriale, stabilendo l’uniformità delle prestazioni in rapporto ai contributi versati.
Il nodo da sciogliere consiste ovviamente nella sostenibilità finanziaria del sistema. Dobbiamo avere ben presente che nella previdenza obbligatoria Inps, la capitalizzazione dei contributi è solo virtuale, perché questi vengono utilizzati per pagare le pensioni dell’anno. Per valutare la sostenibilità sul lungo termine del sistema di previdenza pubblica dobbiamo considerare che l’Inps deve essere sempre pronta a far fronte agli eventi inattesi: rischi demografici come denatalità, mortalità e longevità, disabilità e pensionamenti anticipati, rischi d’inflazione. A questi si aggiungono i rischi del mercato del lavoro (disoccupazione, dinamica salariale sfavorevole, emigrazione, evasione ed economia sommersa), rischi finanziari legati a tassi di interesse, variazioni del Pil, rischi normativi e giudiziari come leggi che aggravano i costi delle prestazioni o sgravi contributivi concessi o sentenze avverse costose e anche i rischi di perdita delle riserve tecniche per iperinflazione. Nonostante i rischi prima elencati, ci rassicurano le valutazioni degli esperti internazionali, i quali sostengono che, per quanto fragile ed esposto a frequenti aggiustamenti, il nostro sistema pensionistico ce la farà a resistere.

Concludendo

Non si risolvono i problemi del Paese ossessionati dall’esigenza del consenso elettorale e dal fare cassa. C’è bisogno di lungimiranza, moralità e gestione manageriale in grado di valorizzare le risorse  e mantenere gli impegni nei confronti di tutte le generazioni. È necessario un serio impegno per il rinnovamento del Paese.
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in formato pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013

I più visti

Trent'anni di contributi di solidarietà

Se si sommano tutti i periodi, per lo più triennali, durante i quali sono state eseguite le trattenute risulta che i pensionati hanno pagato contributi di solidarietà per oltre 30 anni. Nessun' altra categoria ha pagato un’“imposta” aggiuntiva oltre l’Irpef sui loro redditi così elevata e per così lungo tempo. Un Paese che non riconosce il merito e non dà certezza del diritto.
01 ottobre 2018

La spesa pensionistica, questa sconosciuta

La spesa pensionistica nel 2016 è ammontata a poco più di 200 Miliardi di €, che scendono a 150 al netto delle imposte, a fronte di entrate contributive di oltre 180 Miliardi. Numeri che smentiscono quindi ogni ipotesi di “allarme pensioni'.
01 aprile 2018

Cornuti e Mazziati

Una storia vera (tutta documentabile). Non basta perdere il lavoro, ci pensa il governo a taglieggiarti la pensione usando le regole a piacimento per ridurla e, quando non basta, cambiando le "carte" in tavola. Non c'è rispetto per chi paga le tasse e i contributi al centesimo.
01 ottobre 2018

Noi dirigenti pensionati delusi da Salvini

Sergio Canavero dirigente industria con 44 anni di contributi ha scritto una lettera al Giornale che fa riflettere sulla Certezza del Diritto in Italia.
08 agosto 2018