Progetti intergenerazionali per lo sviluppo

In occasione dell'assemblea Manager Italia ho partecipato al tavolo “Generazione Innovazione: Welfare, demografia e patto tra generazioni” organizzato da Prioritalia con una serie di proposte “Per un’alleanza tra generazioni e competenze” per far fronte alle prospettive che si vanno delineando sull’evoluzione demografica del nostro Paese.

Mino Schianchi

Presidente Comitato Nazionale di Coordinamento dei Gruppi Pensionati e Consigliere ALDAI-Federmanager

Ho aderito volentieri all’invito di partecipare a questo tavolo di discussione, perché convinto delle buone iniziative che dovunque si stanno prendendo a questo fine e, soprattutto, convinto della validità di ogni riflessione e dibattito che contribuisca a fronteggiare la sfida dell’invecchiamento nell’epoca che viviamo.

1. Come superare il digital divide generazionale?

Gran parte della popolazione anziana in tutti i Paesi del mondo è tagliata fuori dai sistemi informatizzati. Il fenomeno del “digital divide” evidenzia una sempre più grave disuguaglianza nell’accesso e nell’uso delle tecnologie, mettendo in risalto la frattura che si frappone tra la parte della popolazione in grado di utilizzare queste tecnologie e la parte della popolazione che ne rimane esclusa, configurandosi una grave discriminazione per l’uguaglianza dei diritti esercitabili online con l’avvento della società digitale. Il “digital divide” è una fonte di disuguaglianza nuova, pervasiva ed estremamente pericolosa. Non interessarsene e sperare che il “digital divide” si colmi da solo è un errore. Bisogna intervenire, trovare delle soluzioni e cercare di superarlo o almeno ridurlo il prima possibile. In primo luogo si deve promuovere un piano di alfabetizzazione digitale su larga scala, che abbia un effetto diretto sulla componente meno giovane dei lavoratori.
Tra le categorie più minacciate dall’esclusione digitale vi sono i soggetti anziani (cd. “digital divide intergenerazionale”); molti anziani rifiutano l’utilizzo di PC e il collegamento ad internet perché lo considerano molto complicato o/e alla fine anche inutile. Da quello che risulta dai sondaggi, oggi molte persone anziane non conoscano le possibilità a loro disposizione tramite l'accesso a Internet. Purtroppo non si rendono conto che Internet apre loro un una quantità enorme di attività anche coerenti con le loro esigenze di anziani. Occorre trovare il modo di coinvolgerli e includerli nel nuovo sistema di società interconnessa; recuperarli al nuovo sistema, spiegando che questo porta molti vantaggi: essere in contatto con figli, amici, parenti; avere accesso al conto bancario; ottenere informazioni sulla salute; poter acquistare beni e servizi; poter organizzare viaggi; ascoltare musica; guardare video; leggere giornali e riviste; reagire a forum / comunicare con altri utenti, condividere passioni e recensioni di libri e, più semplicemente, fare ricerche di qualsiasi tipo.
Essere interconnessi come progetto per l’inclusione sociale.
Un diffuso progetto che riduca la marginalizzazione di una parte di società (ultra 65enni), non istruita ai sistemi informatizzati, rispetto a quella interconnessa (giovani e adulti), potrebbe, quindi, essere un vantaggio anche dal punto di vista della spesa pubblica. Non attivare politiche finalizzate a questo obiettivo costituisce un costo sempre più gravoso per la collettività. 
Un piccolo contributo in questa direzione lo vuole dare il Gruppo Valorizzazione dei Senior ALDAI di cui sono Coordinatore: il 12 giugno prossimo inaugureremo un corso sperimentale rivolto al personale anziano per  insegnare loro l’utilizzo con gli   smartphone di APP per consultare, organizzare e realizzare in tempo reale, ed in totale autonomia, esigenze di viaggio (mobilità in treno, in auto, in bicicletta, in taxi = calcolo itinerari, scelta del mezzo, acquisto del biglietto) , noleggio mezzi, percorsi guidati, tempo libero (eventi culturali e di spettacolo, ristoranti), sanità ( farmacie, agende personalizzate, pronto soccorso) ecc.

2. Quali politiche demografiche per governare la crescita?

In Italia, come in tutta Europa, è in progressivo aumento l’invecchiamento della popolazione. In Italia, più che in altri Paesi dell’Europa. 
Le cause: negli ultimi decenni del secolo scorso sono state attuate, per lo più, politiche economiche e sociali che hanno depresso la crescita demografica. Politiche che hanno inciso negativamente sul tasso di natalità, mettendo una seria ipoteca sulla sostenibilità, nei tempi lunghi, della spesa pensionistica. 
Nel Rapporto annuale, presentato dall’Istituto di Statistica il 3 maggio scorso, si legge che l’età media della popolazione, attualmente di 45 anni nel 2045 sfiorerà i 50 anni, la percentuale di ultrasessantacinquenni attualmente al 22% nel 2045 raggiungerà il 34%. Oggi in Italia ci sono 3 pensionati ogni 10 lavoratori, nel 2040 ci saranno 6 pensionati ogni 10 lavoratori. Pur essendo questo fenomeno largamente prevedibile da almeno vent’anni, in Italia non è stata messa in atto alcuna politica organica correttiva. 
Le potenzialità inutilizzate dei Senior. Una gran parte del corpo sociale, dopo l’età lavorativa, è collocata nell’area improduttiva. Questo ha significative conseguenze nell’ambito dell’economia e della società. Oggi in Italia il tasso di attività degli ultracinquantenni è molto più basso rispetto alla media europea. Indirizzare nuove politiche verso la valorizzazione di questa parte del corpo sociale, o comunque, verso iniziative che riducano il peso economico e sociale dell’invecchiamento sulla società costituisce attività da apprezzare positivamente, cui volentieri, anche noi pensionati, intendiamo partecipare, per valorizzare le esperienze maturate e, anche, per contribuire ulteriormente al miglioramento della società in cui viviamo.  
Quali politiche demografiche?
Sarà importante rivedere al più presto e riconsiderare le politiche demografiche attuali.  Politiche che riguardano i giovani, le famiglie, il lavoro. Precondizioni, queste, per un positivo sviluppo demografico Accettare questa sfida comporterà certamente superare ostacoli collegati al passare del tempo come l’obsolescenza delle competenze, la minore produttività, la necessità di rivedere radicalmente il sistema di assistenza. Dobbiamo occuparci dell’inserimento nel mondo produttivo di lavoratori con disabilità e cronicità, fenomeno strettamente collegato all’invecchiamento, dobbiamo trasformare l’invecchiamento da costo assistenziale in risorsa. Tra le possibili vie da percorrere per vincere la sfida ci sono ad esempio: maggior flessibilità dell’orario lavorativo; programmazione ad hoc delle carriere; transizione progressiva al pensionamento; sviluppo e diffusione delle tecnologie di sostegno alle attività; forme di collaborazione tra lavoratori senior e nuovi entrati; politiche di conciliazione tra lavoro ed esigenze familiari. 
Le politiche previdenziali hanno, fin ora, cercato di fronteggiare, più o meno bene, situazioni di disagio degli anziani, soprattutto di quelli che versano nella indigenza economica, fisica o psicologica. Non sono state predisposte, purtroppo, interventi preventivi   intesi ad assicurare una migliore qualità della vita anche durante l’età avanzata. E questo ha messo a rischio non solo lo sviluppo economico del Paese, ma anche quello previdenziale. Su questo aspetto, come Organizzazioni dei pensionati, siamo costantemente impegnati nel segnalare rischi e anche proporre soluzioni. Siamo convinti però, anche da questo punto di vista, che soluzioni adeguate siano possibili se si incentivano e favoriscono le nascite. Riassumo le politiche che sembrano più coerenti a questo obiettivo. 
  1. Invertire l’attuale trend decrescente delle nascite.  Migliorare la sanità pubblica, (acqua, igiene, vaccinazione infantile). A questo obiettivo sono funzionali investimenti pubblici.  Molte ricerche segnalano come esista una stretta correlazione fra miglioramento dei servizi sanitari, incremento demografico e crescita economica. A conferma di questa correlazione le previsioni Istat dicono che per il Mezzogiorno, si prospetta uno scenario di progressiva contrazione della popolazione, sia in termini di minori flussi migratori rispetto al resto d’Italia, sia di nascite. 
  2. Ampliare le possibilità di lavoro finalizzate alla crescita demografica.  Una larga disoccupazione o sottoccupazione non produce sviluppo economico. Per giunta sottrae risorse pubbliche per investimenti e crescita, in quanto occorre sostenere le persone prive di lavoro e di reddito. Pertanto, se guardiamo agli anni a venire, lo sviluppo economico passa per l’adozione di coraggiose politiche occupazionali, finanziarie e commerciali. Cui vanno aggiunti interventi specifici rivolti alle giovani generazioni.  
  3. Il capitale umano. Analisi empiriche dimostrano che ai fini della crescita economica riveste una rilevante importanza il capitale umano. Le economie con maggiore benessere sono anche le più ricche di capitale umano. E’ stato osservato che vi è una chiara relazione positiva fra gli anni di istruzione scolastica e il reddito pro capite nelle economie avanzate. Più alta è la media degli anni di istruzione scolastica maggiori sono le prospettive di inserimento nella vita produttiva. 
Nei Paesi più sviluppati, cresce la domanda di lavoratori che abbiano maggiore istruzione. Cresce con il progresso tecnologico. Purtroppo la domanda di lavoro non sempre tiene il passo con l’offerta di posti di lavoro altamente qualificati. Insomma vi è uno squilibrio tra l’offerta insufficiente di persone tecnicamente istruite a fronte delle crescenti esigenze del mondo produttivo che si organizza su nuovi modelli organizzativi, fortemente caratterizzati dalle nuove tecnologie informatiche.

3. Come rafforzare il rapporto tra le generazioni per concorrere allo sviluppo del Paese?

Il punto di partenza da considerare è che la popolazione italiana sta andando incontro ad un significativo invecchiamento che si riflette anche nel mondo del lavoro e che richiede una presa d’atto da parte delle imprese della forte presenza in azienda nel futuro prossimo di lavoratori con un’età piuttosto avanzata. E’ necessario sviluppare una visione del futuro per trarre vantaggi per le persone, per le aziende e per il Paese; perché anticipare il futuro genera vantaggio competitivo e permette di evitare errori irrimediabili. Questo processo inarrestabile richiede una rigorosa pianificazione di interventi per valorizzare tutte le categorie sociali nelle diverse fasce d’età.
Le imprese italiane hanno compreso il ruolo di crescente rilevanza della presenza di lavoratori senior in azienda, I lavoratori senior, infatti, oltre al proprio bagaglio esperienziale e professionale, risultano essere portatori della cultura e della filosofia aziendale e, pertanto, rivestono un ruolo di primaria importanza nella trasmissione di siffatti valori nei confronti dei più giovani e dei neo-assunti in generale. 
I lavoratori più giovani hanno caratteristiche complementari a quelle degli anziani: sono contraddistinti da una maggiore elasticità mentale e propensione al cambiamento, da più elevati indici di creatività e flessibilità e da una migliore propensione all’utilizzo di software e sistemi informatici. Si dovrebbe quindi realizzare, in una sana realtà aziendale, un contemperamento tra le caratteristiche peculiari dei lavoratori più giovani e quelle proprie dei più maturi, dove ognuno colma ed integra le lacune dell’altro, dettate dalla diversità d’età, dal divario generazionale intercorrente. Proprio una stretta collaborazione tra generazioni diverse in seno alla medesima realtà aziendale costituisce una soluzione organizzativa ottimale, in considerazione del fatto che la creazione di un confronto intergenerazionale costruttivo va a vantaggio dell’intera impresa, che beneficerà di lavoratori complessivamente più preparati e motivati dal lavorare in un clima aziendale positivo.
La visione di difficoltà economiche e sociali in cui vive il nostro Paese accomuna vecchie e nuove generazioni.  Ma poi vi sono orientamenti diversi, a volte conflittuali, su come affrontare e risolvere queste difficoltà. C’è una società che “grida” cambiamento: l’invecchiamento della popolazione, il ridursi della forza lavoro attiva, un sistema pensionistico sempre più avaro, con la bomba sociale di una gioventù che fatica a trovare lavoro, a stabilizzarsi, poco pagata e costretta a pensare all’oggi per la sua sopravvivenza, e che quindi non ha la possibilità di investire per il proprio futuro.
Allora, un primo passo sarebbe quello di costruire insieme progetti di cambiamento. Per sintetizzarli tutti diciamo: un patto intergenerazionale. C’è negli anziani un patrimonio di esperienze, di competenze, di voglia di fare da porre a disposizione del tessuto sociale, sotto il segno della solidarietà, per il futuro delle nuove generazioni.
Il pensionamento non deve essere un parcheggio sociale Gli anziani possono mettere a disposizione della società, in modo solidaristico, parte delle loro personali risorse (competenze, tempo…). Solidarietà è valore e non significa solo dare spazio alla iniziativa personale, spontanea e situazionale, ma anche ad azioni pianificate, finalizzate, organizzate. 
Il welfare pubblico ha il fiato corto, poche risorse disponibili, sottodimensionato rispetto all’enormità della domanda da affrontare; dal rapporto annuale Caritas si denuncia l’esponenziale aumento dell'indigenza. Si creano spazi molto ampi per il terzo settore: l’imprenditorialità sociale e il volontariato. Ci sono idee per uscire da questa “palude” che hanno come comun denominatore il valore della solidarietà sociale: creare patti territoriali, dove soggetti come imprese, parti sociali, pubblico, terzo settore, cercano accordi di collaborazione per articolare interventi sul territorio di appartenenza rispondendo ai bisogni più emergenti e critici. Occorre aiutare il terzo settore a dotarsi di competenze gestionali per imparare a sopravvivere in un nuovo ed imprevedibile scenario. Cambia così il concetto e la pratica del volontariato, si ridisegna il confine fra profit e no profit. I modelli sociali si trasformeranno e riprenderanno significato i luoghi della socialità collettiva. 
Parliamo di un percorso in cui generazioni più anziane e quelle più giovani potrebbero operare insieme per contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Paese. Un miglioramento che parta dalla valorizzazione di competenze che, per molti versi, sono confinate o nell’una o nell’altra parte delle due componenti sociali: giovani da una parte e anziani dall’altra. Questo significa che non bisogna disperdere le competenze e le conoscenze dei Senior, e dall’altra parte occorre mettere in piedi iniziative attraverso le quali i giovani possano trasmettere le loro "nuove" conoscenze tecnologiche e le loro competenze alle generazioni più anziane.
Sull’argomento vanno ricordate anche iniziative e progetti sperimentali europei che tendono proprio all’obiettivo di rafforzare il rapporto tra le generazioni anche ai fini dello sviluppo economico e sociale. Elenco alcune piste sperimentali o anche già sperimentate:
  1. Utilizzare i giovani per aiutare gli anziani a comprendere le nuove tecnologie;
  2. Promuovere progetti per vivere insieme: tra cittadini senior che vivono da soli e giovani studenti universitari. Progetti di questo tipo valorizzano il principio della solidarietà, ma anche quello della reciprocità, della tolleranza, della reciproca comprensione. Questo consente agli anziani di   continuare a vivere nelle loro case, ma sviluppa anche nei giovani rapporti affettivi e concezione di modelli di famiglia;
  3. Riutilizzare insieme immobili disponibili. Si tratta di guardare a possibili riutilizzi di immobili abbandonati: strutture industriali, pubbliche e private, obsolete, per realizzare ambienti utili alle comunità locali (consultori, centri di assistenza, centri culturali). E’ evidente che, per progetti di questo tipo, occorre coinvolgere competenze specifiche: amministratori, imprese, studenti, artisti, persone impegnate nelle pratiche ambientali;
  4. Lo stesso discorso vale per quanto riguarda i terreni abbandonati, sia pure con diverso approccio.

4. Cosa possono fare i pensionati per i giovani che entrano nel mondo del lavoro?

Innanzitutto i pensionati possono far conoscere il mondo reale dell’impresa sin dal percorso scolastico per favorire un orientamento consapevole degli studenti, attraverso la valorizzazione delle vocazioni personali e delle attitudini, riallineare una percezione dell’impresa da parte dei giovani spesso distorta e velocizzare il loro inserimento nel mondo del lavoro che non sarà più, come oggi avviene per molti, totalmente ignoto. 
Occorre favorire l’unione del sapere con il saper fare. La classe dirigente deve mettere a disposizione un nutrito numero di manager pensionati o pensionandi, che abbiano le caratteristiche di “tutor” e che sappiano spiegare cos’è un’attività economica organizzata; valorizzando il senior management nel ruolo di “tutor”, in previsione delle fasi di uscita dal lavoro, per favorire l’ingresso dei giovani e il ricambio generazionale; 
Tanti nostri colleghi sono disposti a impegnare parte del tempo per dare il loro convinto contributo alla costruzione di una futura generazione di lavoratori, qualificati e pronti a vincere la sfida che l’innovazione tecnologica e digitale ha già lanciato e che dovrà fare sempre più affidamento sulle persone e sulle loro capacità.
Questo perché è stata spesso segnalata un'eccessiva distanza fra le nozioni teoriche apprese sui banchi di scuola ed il successivo ingresso nel mondo del lavoro dei ragazzi, soprattutto alla luce del fatto che l'effettivo inizio dell'attività lavorativa – tra anni di università, eventuale formazione post accademica e crisi generale del mercato del lavoro – avviene ormai sempre più tardi per moltissimi giovani. Più ampio è il bagaglio pratico degli alunni, e prima lo si acquisisce, maggiori opportunità potrebbero aversi in futuro.
In merito alla realizzazione dei progetti di Alternanza Scuola/Lavoro vorrei citare l’impegno di molti dirigenti pensionati di ALDAI che tramite la nostra onlus di riferimento VISES, nel solo anno scolastico 2017/2018 hanno operato come tutor aziendali nelle scuole superiori di Milano e Brianza, Lodi, Mantova, Brescia e Varese. Con circa 3000 ore di volontariato i nostri tutor hanno seguito 70 percorsi di Alternanza Scuola Lavoro in 47 scuole, assistendo 1250 studenti per un totale di 75.000 ore di ASL. I progetti offerti alle scuole sono differenziati pe anno di studio: ABCDigital rivolto alle classi 3° superiori, Impresa in Azione/Green Job, proposto alle classi 4°, Giovani & Impresa che viene offerto alle classi 5°.
I principi ispiratori di questa importante attività di tutorship sono stati il dialogo aperto con le istituzioni scolastiche, la selezione di progetti di ASL di provata qualità, la cura nella formazione dei nostri tutor, l’attenzione forte allo sviluppo delle competenze trasversali negli studenti, che sono strumento chiave per ottenere consapevolezza di sé, per sviluppare l’autostima e per preparare con speranza e fiducia il proprio futuro.

5. Quali politiche per gestire la crescita quantitativa e qualitativa della popolazione?

L’allungamento della vita media innesca problemi, apre prospettive, suscita speranze. Crea un intermezzo in cui non si è più giovani, ma non si è nemmeno vecchi. In questa fascia di età la parola “anziano” suona quasi offensiva. L’età in cui si è “anziani”, nell’accezione di farsi da parte e dover dipendere di più dagli altri, è slittata più avanti, almeno a dopo i 75 anni. Nel periodo tra i 65 e i 75 anni, quando sicuramente non si è più in fase piena adulta, si sperimenta oggi una vita che, per abitudini, condizioni fisiche, consumi, aspettative, non rientra ancora in quella dei canoni tradizionali dell’anziano. 
I “giovani anziani” possono mobilitare ancora competenze, esperienze, affettività; sono ancora integrati nella vita sociale e spesso anche in quella produttiva. Molti di essi hanno scelto di restare attivi anche dopo la pensione non tanto per un bisogno economico, ma per poter proseguire percorsi professionali che hanno generato in loro soddisfazione. 
La vecchiaia è inevitabile, ma oggi è possibile invecchiare mantenendo vitalità e autonomia fino a età impensabili solo a un decennio fa. La medicina moderna ha trasformato l’età della vita: il bisturi può dare una lunga giovinezza, i farmaci possono fermare le malattie, la tecnologia è in grado di fare miracoli.
Dare avvio ad un nuovo modello di vita, in effetti, è importante per sé stessi, come persone che hanno ancora energie da spendere e, quindi, darsi nuove chances per un invecchiamento vitale; ma è altrettanto importante per la collettività, se quelle energie vengono valorizzate ai fini della crescita economica e del benessere collettivo nei prossimi decenni. Trasferire esperienza, competenza, buon senso, integrità: un impegno assolutamente possibile, per i manager pensionati.
I Seniores sono sempre più una risorsa attiva per il Paese, dedicati a sostenere i figli e accudire i nipoti, offrire solidarietà e contribuire alle tasse, ben 60 miliardi solo di IRPEF cioè più di un terzo di tutto il gettito IRPEF nazionale, finendo per essere anche il bancomat per i governi che preferiscono tartassare i pensionati piuttosto che far emergere gli evasori.  Il giro di affari della popolazione oltre i 60 anni di età muove circa 122 miliardi di € secondo il centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali. Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione delinea un nuovo assetto sociale, caratterizzato dal ruolo sempre più rilevante degli anziani: una rivoluzione culturale, con la quale tutti i settori della società civile, compresi quelli finanziari e politici, sono destinati a confrontarsi. L’invecchiamento della popolazione non è più visto come un costo per la collettività, ma come una risorsa e questo grazie alla diffusione della Silver Economy, definita come l’insieme di servizi e di prodotti destinati alla platea degli over 60. Fra i mercati chiave per lo sviluppo della Silver Economy possono essere considerati, oltre a quelli più evidenti, come i servizi sanitari e sociali, anche: l’edilizia per le ristrutturazioni delle abitazioni, la tecnologia per lo sviluppo di soluzioni per la domotica e la teleassistenza, il benessere, il turismo, la cultura, la sicurezza, i prodotti per il credito e finanziari. Sono evidenti le potenzialità economiche e sociali generate dall’invecchiamento con ricadute nello sviluppo occupazionale.
Dal 2012 il Gruppo Valorizzazione dei Senior Aldai organizza corsi annuali di “Outplacement verso il Sociale”. Scopo di tali corsi è favorire l’incontro tra dirigenti in via di pensionamento od in pensione con il mondo della solidarietà, valorizzando le competenze gestionali di questi colleghi in un’ottica di restituzione sociale. Ultimamente il corso è stato integrato da un Programma di informazione ed aggiornamento continui sulle competenze utili ai manager per fare volontariato, infatti coloro che intendono mettere a disposizione della comunità le proprie conoscenze e competenze professionali hanno bisogno di una formazione e di un aggiornamento costante e continui nel tempo, per assicurare alla loro attività di volontariato una qualità sempre valida nel tempo. In particolare in questo corso si vuole offrire una panoramica esauriente delle tendenze in atto dal punto di vista sociale ed economico originate dalla trasformazione digitale, con un focus particolare sulla organizzazione di impresa; si vuole far conoscere alcune tecniche e strumenti digitali utili alla attività di volontariato, insieme a un aggiornamento sulle modalità di interazione con i giovani. 
Archivio storico dei numeri di DIRIGENTI INDUSTRIA in formato pdf da scaricare, a partire da Gennaio 2013

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