Noi pensionati non ci arrendiamo!

Continua la buona battaglia. Rinasce la spinta a dire No! Non possiamo solo lamentarci quando vengono attaccate le nostre pensioni. Non possiamo arrenderci: è questa la nostra decisione.

Mino Schianchi

Vicepresidente ALDAI-Federmanager
Da anni i Governi che si succedono alla guida del nostro Paese attaccano le nostre pensioni con le varie forme di prelievo. Ogni volta i Governi fanno valere buoni motivi per farlo. Che poi, gira e rigira, il motivo è uno ed è sempre lo stesso: ridurre la spesa pensionistica. E la riduzione è tutta a carico di quelli che la pensione se la sono pagata versando fior di contributi. 

La situazione è peggiorata da quando c’è stata l’infiammata dell’inflazione che si sta mangiando il potere d’acquisto dei redditi. E l’effetto pesa di più sulle pensioni per tutte le ragioni che diremo dopo. 

Inutile ricordare che la nostra Costituzione dice che ai lavoratori, una volta in pensione, devono essere garantiti mezzi adeguati alle loro esigenze di vita e che quindi anche i trattamenti pensionistici devono essere protetti di fronte all’inflazione. Inutile, perché questo principio da tempo non è più rispettato. Ovvero è rispettato fino a un certo livello (in genere fino a tre o 4 volte il minimo INPS -TM). Per gli altri, ormai da anni, è cominciata la lunga concatenazione di misure riduttive: i c.d. “contributi di solidarietà” e, peggio, del blocco o penalizzazione del meccanismo di adeguamento automatico. Misure, queste ultime, che hanno effetto di trascinamento vita natural durante del pensionato e restringono la base di attribuzione di future pensioni di reversibilità. 

Basta guardare il meccanismo introdotto con la Legge di Bilancio 2023. Questa volta è stato superato ogni precedente. Vale l’analisi fatta da Itinerari Previdenziali  La svalutazione delle pensioni oltre 4 volte il minimo” dove si legge che “per i pensionati sopra i 2.500 euro di pensione lorda, uno schiaffo al merito e una perdita nei prossimi 10 anni che va dai 13mila euro agli oltre 115mila per i pensionati con un assegno di 10mila euro lordi, meno di 6mila netti, e colpisce quelli che hanno pagato di più in tasse e contributi; questa perdita si somma a quella dei 10 anni precedenti che, come vedremo, supera in termini di poter d’acquisto, il 10%”.

Non ci stancheremo mai di ricordare che i provvedimenti di blocco o di modifiche in peggio del meccanismo di perequazione, in particolare per le pensioni superiori a 4 volte il TM, dimostrano che c’è una tendenza strutturale verso un suo progressivo azzeramento.

Pensioni indifese

Per i titolari di queste pensioni, dunque, la prospettiva è tutt’altro che buona. Sono persone abbastanza avanti negli anni, sono stati dipinti come dei privilegiati che non hanno versato i dovuti contributi, sono una minoranza, e quindi contano poco sul piano elettorale. Hanno scarse possibilità di difesa. Perché: 
  • sono fuori dal mercato del lavoro e sono privi della forza contrattuale; 
  • non sono dei commercianti che possono aumentare il prezzo dei prodotti in vendita e rifarsi così sulla clientela;
  • non sono dei professionisti che possono scaricare sulla clientela il maggior costo della vita;
  • non sono una categoria che può attuare il blocco di servizi essenziali e mandare in tilt il Paese; 
  • non sono una “corporazione” in grado di fare lobby nelle sedi istituzionali; 
  • non sono nelle condizioni (per ragione di età, di malanni e quant’altro) di scendere nelle strade, nelle piazze per fare cortei, per gridare la loro protesta. 
  • non sono in grado di attuare disubbidienza civile, ad es. non pagando le tasse, facendo conto che tanto, prima o poi arriva un condono. Questi cittadini/pensionati non hanno la scorza degli evasori fiscali, non ce la fanno proprio a cambiare pelle. Sono cittadini onesti fino al midollo. Pagheranno, come hanno fatto per una vita: tasse e contributi, fino all’ultimo centesimo;
  • potranno presentare ricorsi. Forse… Ma se riceveranno risposta dovranno aspettare anni. Con quale esito? Spesso scontato.

La buona battaglia

Chi scrive sa che è sempre più difficile fare intendere le nostre ragioni. E allora, viene voglia di dire, a volte: Arrendiamoci! Facciamo fare agli altre quello che vogliono, tanto noi siamo vecchi… Ma poi riprende la volontà di continuare la buona battaglia. E rinasce la spinta a dire No! Non è questa la buona scelta. Non possiamo solo lamentarci per come siamo trattati.

E’ arrivato il tempo di intraprendere altre iniziative, tenendo presente che la questione pensioni e la difesa del suo potere d’acquisto non appartengono solo a noi pensionati. E che quindi dobbiamo affrontarla in maniera differente, perché diventi più chiara fra noi e soprattutto verso l’esterno. In breve: dobbiamo riformulare la questione pensionistica in modo che assuma maggior peso nel dibattito collettivo. 

Lo sappiamo da sempre che le pensioni sono un argomento che infiamma quasi continuamente lo scontro politico. I pensionati sono un bacino elettorale molto ampio. Rispondere alle rivendicazioni che vengono da ogni parte diventa un impegno permanente. Ma, nella maggior parte degli interventi, la spesa per soddisfarle diventa una “variabile indipendente”. Alla fine sono sempre i soliti a pagare. 

Non ci facciamo spellare

Per discutere del tema, ora è nuovamente aperto il confronto Governo/Sindacati. Ci riguarda tutti, lavoratori in servizio e pensionati. Si parlerà del funzionamento del sistema, e c’è il problema dei costi, appunto. Ci coinvolge tutti, anche per i possibili riflessi che la Riforma pensionistica potrà avere sulla Riforma fiscale. Ecco perché non possiamo e non dobbiamo arrenderci. Anzi, dobbiamo essere in campo ancora più combattivi: per dire forte e chiaro che siamo indisponibili a farci spellare. E perciò dobbiamo fare squadra, fare alleanze con le altre Organizzazioni dei lavoratori e dei pensionati al fine di conquistare un sistema pensionistico sostenibile e una tutela del suo potere d’acquisto. Una tutela che parta dai salari dai lavoratori in servizio e prosegua negli anni del loro collocamento in quiescenza. È per questo che dobbiamo fare ora ogni sforzo per partecipare in modo attivo alle iniziative e al dibattito in corso facendo ben intendere che non possono essere lavoratori e pensionati a mantenere il sistema in equilibrio; quando invece occorre ricercare un equilibrio che tenga conto dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione continua delle nascite.

Non dobbiamo assecondare la tendenza verso un modello nel quale la quasi totalità della spesa pubblica è indirizzata verso sussidi e assistenzialismo, quando, invece, il sistema Paese necessiterebbe di una seria revisione dell’organizzazione del lavoro e dei modelli produttivi.

Non siamo contro provvedimenti coi quali si migliorano le pensioni minime o si sperimentano forme di pensionamenti anticipati, ma le risorse devono derivare dalla fiscalità generale e non dai tagli delle indicizzazioni delle pensioni medio-alte. 
Anche per questo da anni ci battiamo per la separazione nel bilancio INPS dell’assistenza dalla previdenza. 

Ce lo spiega bene il Presidente di CIDA, Stefano Cuzzilla: “Prima di mettere le mani sugli assegni pensionistici o ragionare su ipotesi di riforma del settore, sarebbe bene separare i conti della previdenza da quelli dell’assistenza. Noi abbiamo quasi la metà delle pensioni non coperte da contributi: parliamo di 7 milioni di persone assistite su 16 milioni di pensionati. La spesa per assistenza cresce al ritmo del 6% all’anno, quella per le pensioni frutto di contribuzione è in sostanziale equilibrio. Quindi non è vero che i conti pensionistici sono in rosso, è vero piuttosto che con le pensioni frutto di una vita di lavoro si sta finanziando un’altra spesa che altrimenti non si saprebbe come sostenere”.
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