Intervento sulla perequazione al comitato pensionati ALDAI Federmanager

Al comitato pensionati tenuto in ALDAI lunedì 16 gennaio hanno partecipato 40 colleghi in presenza ed oltre 250 da remoto. Nell'articolo l'intervento del Vicepresidente ALDAI - Federmanager Mino Schianchi

Mino Schianchi

Vicepresidente ALDAI-Federmanager
Dal 1° gennaio 2023, e per il prossimo biennio (2023 – 2024), non opereranno più i 3 scaglioni di rivalutazione delle pensioni: + 100 % per gli importi fino a 4 volte il minimo INPS, + 90% per gli importi tra 4 e 5 volte il minimo e + 75% per gli importi oltre le 5 volte il minimo (criteri reintrodotti per il 2022 dal Governo Draghi sulla falsariga della legge 388/2000).

Con la manovra per il 2023 viene ripristinata e rafforzata l’indicizzazione per fasce, cioè con adeguamento all’inflazione sugli interi importi lordi: al 100% fino a quattro volte il minimo, 85% fino a 5 volte, 53% fino a 6 volte, 47% fino a 8 volte, 37% fino a 10 volte, 32% oltre. 

Lo abbiamo detto più volte: con le percentuali via via decrescenti sugli interi importi delle pensioni la riduzione del potere di acquisto è molto forte. (considerando la perequazione fissata al 7,3% e applicando i criteri di indicizzazione 2023 anziché quelli 2022, su una pensione di 5.300 euro lordi mensili si perdono 175 euro mensili, quindi solo nel 2023 2.275 euro lordi)

Le sospensioni o i peggioramenti del meccanismo perequativo hanno un effetto devastante sulle pensioni: determinano perdite del potere di acquisto non più recuperabili perché hanno un effetto di trascinamento, anno su anno, per tutta la vita del pensionato, con esiti regressivi che si ripercuotono, ovviamente, anche sui trattamenti di reversibilità. Anche questo lo abbiamo ripetuto più volte.

I pensionati sono particolarmente esposti agli effetti dell’inflazione, si tratta infatti di soggetti fuori dal mercato del lavoro e senza potere contrattuale, in particolare, senza strumenti di pressione democratica per far valere i loro diritti. Insomma non hanno possibilità di fare scioperi. Quando si va in pensione cambia profondamente, e in misura crescente col tempo, la capacità di reagire agli eventi economici avversi, come l’inflazione. Il pensionato non ha la possibilità di aumentare le proprie entrate, come può accadere ai lavoratori autonomi, o contrattare i recuperi dell’inflazione, come possono fare i lavoratori dipendenti. 

A fine 2024 la perequazione delle pensioni medio-alte risulterà azzerata, o fortemente limitata, in 13 degli ultimi 17 anni (76,47% del periodo), facendo perdere alle pensioni in questione almeno il 20% del valore legittimamente maturato e consolidato. 

Questa misura è ancora più iniqua per i dirigenti in quanto la categoria fiscale cui essi appartengono (mediamente oltre 55.000 euro lordi anno di reddito), pur rappresentando meno del 5% di tutti i contribuenti italiani, sostiene quasi il 40% del gettito IRPEF totale del Paese.

Naturalmente è legittimo che i Governi mirino all’aumento delle pensioni minime ma le risorse devono derivare dalla fiscalità generale e non dai tagli delle indicizzazioni delle pensioni medio-alte. Ed è anche per questo che da anni ci battiamo per la separazione nel bilancio INPS dell’assistenza dalla previdenza.

Oltretutto la manipolazione portata al meccanismo di perequazione per gli anni 2023-2024 ha una motivazione che non ha niente a che fare con il principio della solidarietà e pertanto rivela ancora di più tutta la sua arbitrarietà e iniquità. I soldi che vengono sottratti a 3,3 milioni di pensionati servono a mandare in pensione anticipata 41 mila lavoratori mediante la formula di “pensione anticipata flessibile”. Non mi pare che una sperimentazione di questo genere possa rientrare nei parametri della “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza”, che sono i criteri della Corte Costituzionale quando decide sulla legittimità o meno di provvedimenti che incidono sulle pensioni.  La questione, come vedete, per questo e per altri motivi prima esposti potrà essere oggetto di possibili ricorsi.

Dobbiamo prendere atto, con amarezza e inquietudine, che ormai le pensioni medio alte costituiscono il “bancomat” sempre aperto nel quale i Governi di turno allungano le mani per attingere risorse per far fronte a tutte le situazioni critiche della spesa pubblica. Una spesa pubblica che, stante l’alto debito del nostro bilancio, è strutturalmente in condizione critica.

Fatte queste osservazioni, prima di aprire la discussione tra di noi su quali azioni mettere in campo da proporre a Federmanager e CIDA, ritengo sia utile evidenziare l’atteggiamento di partiti, forze sociali, opinione pubblica e Corte Costituzionale rispetto alle nostre pensioni e al meccanismo di perequazione in particolare.   Atteggiamento che ritengo non debba sfuggire al nostro dibattito.
  1. I partiti politici (meno che meno quelli che reggono la maggioranza) si limitano a dire parole di circostanza a proposito del nuovo sistema di perequazione introdotto dal Governo con la legge di bilancio 2023. Mai parole di aperta condanna.  La ragione è evidente: è il marketing del consenso. E’ il frutto della passata propaganda del fango gettato sulle nostre pensioni additate come pensioni “privilegiate”, come “pensioni d’oro”. E’ la conseguenza della propaganda di chi ha detto che godiamo di pensioni senza la relativa copertura dei contributi. Ecco perché, in questi tempi di populismo galoppante, anche le forze politiche si limitano alla difesa degli assegni più bassi, abbandonando la difesa di quelli che la pensione se la sono conquistata con il lavoro, alti contributi e con l’assunzione di grandi responsabilità civili e penali durante gli anni di attività produttiva. 
  2. I sindacati tradizionali sembrano abbastanza soddisfatti del sistema di perequazione adottato, visto che salvaguarda le pensioni fino a 4 volte il TM, cioè i trattamenti percepiti dalla maggioranza dei loro iscritti, che peraltro, sono ben tutelati anche sul piano delle aliquote Irpef. Perciò non tutti e non sempre appaiono particolarmente impegnati a difendere pensioni più elevate. Nella situazione attuale i sindacati hanno preferito evitare lo scontro. Le pensioni medio alte non sono state difese perché si è ritenuto che i tagli subiti fossero ancora sostenibili. In prospettiva, comunque, sembrano, intenzionati a discutere ogni proposta per riformare in modo strutturale l’intero sistema previdenziale, in modo che garantisca il mantenimento del potere d’acquisto a chi è già pensionato, con una rivalutazione piena di tutti gli assegni partendo dal principio che la pensione non è un regalo ma una retribuzione differita che il lavoratore si costruisce. 
  3. La Giurisprudenza della Corte Costituzionale ha subito negli anni una totale inversione di tendenza nei confronti della valorizzazione delle pensioni. Una inversione cominciata negli anni ’80 del secolo scorso e che arriva fino ai giorni nostri.  Moniti che negli anni ’80 quantomeno avvertivano il legislatore a non insistere con modifiche peggiorative del sistema di perequazione, via via sono scomparsi dalle sentenze successive. Nel 2015 arriviamo a sentenze, che senza dire niente in difesa di pensioni medio-alte, prendono atto delle nuove disposizioni e dunque implicitamente ammettono “che soltanto le fasce più basse siano integralmente tutelate dall’erosione indotta dalle dinamiche inflazionistiche”.   E si prosegue, nel 2017, con sentenze che dichiarano legittimi i cambiamenti in peggio della perequazione, perché le pensioni più elevate sono dotate di maggiori «margini di resistenza». Si continua, nel 2020, con una sentenza dove è detto che il potere legislativo non si consuma applicando una sola volta norme che riducono la perequazione, ma che il legislatore può farlo più e più volte, purché ogni disposizione “risulti conforme ai principi di ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza”. Ma questi termini, come capirete, sono molto generici. E questo, secondo me, significa una sola cosa: che il legislatore di turno, d’ora in poi, può fare quello che vuole. Può applicare o non applicare la perequazione. Su alcune pensioni si e altre no. Insomma una sorta di esproprio proletario sui nostri redditi faticosamente conquistati. Mi domando: ma che Paese è mai questo dove la demagogia della politica ha dilagato al punto che cittadini che si sono fidati dello Stato e hanno versato i necessari contributi per assicurarsi una vecchiaia tranquilla, si trovano ora, ogni giorno, esposti alle bizze di questo o quel Governo che taglieggia le loro pensioni per favorire ora questa ora quella parte del suo elettorato? Che Paese è mai questo dove Partiti politici e sindacati si limitano a tutelare, come è giusto, le fasce più deboli della popolazione, ma senza far valere il loro ruolo e il loro peso contro l’abuso di norme vessatorie a danno di cittadini che per ragioni di età, di condizioni fisiche, e di quant’altro, non possono scendere in piazza per gridare la loro protesta? Che Paese è mai questo dove non puoi dire che prendi una pensione superiore a otto volte il minimo, altrimenti rischi di essere sopraffatto da insulti e minacce, come è avvenuto a qualche nostro collega nei talk televisivi? 
  4. L’isolamento dei pensionati. E allora parliamo proprio dei pensionati, come noi, con assegni superiori a quattro volte il TM. Parliamo dei pensionati che, come ho detto prima, si trovano senza difesa difronte alle manipolazioni delle pensioni fatte dal Governo di turno.  A parte l’impegno continuo delle nostre Rappresentanze, noi pensionati non troviamo altre sponde di difesa.  E allora, questo è il dibattito di oggi: come uscire dall’isolamento, come trovare intese che rafforzino le tutele dei nostri diritti e dei nostri interessi.
Che cosa fare in più se i nostri comunicati stampa, i nostri articoli, le nostre conferenze, anche con partecipanti politici    non producono risultati apprezzabili? Che cosa fare se tutte queste attività e iniziative   finiscono per essere “prediche inutili”?  Con quali azioni più solide, più consistenti, possiamo accompagnare le nostre richieste di tutela della integrità delle nostre pensioni? Come possiamo diventare più incisivi e forti quando chiediamo il rispetto dei nostri diritti?  Con queste domande lascio ora la parola a voi per considerazioni e proposte.
Numerosi gli interventi in sala e da remoto contro la manovra e a favore di iniziative per dar voce alle legittime rivendicazioni dei pensionati proposte a Federmanager e alla Confederazione CIDA.
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