Incroci afro-latini nel linguaggio del jazz

Nonostante la grande influenza in termini sociali e musicali esercitata dall’area geografica che va dai Caraibi fino all’Argentina sul percorso artistico del jazz fin dai suoi albori, gli intrecci con il mondo afro-latino rappresentano una tematica spesso sottovalutata o affrontata in modo fuorviante.

Giuliano Ceradelli


Anche quest’anno il Gruppo Cultura prevede quattro incontri realizzati da Giuliano Ceradelli. Il primo è forse un po’  fuori dal momento del jazz, ma è voluto per mettere in evidenza la musica e la poetica di Bob Dylan alla luce dell’assegnazione del premio Nobel per la letteratura 2016, premio che ha suscitato molte proteste da parte dei “letterati” che si aspettavano un vero scrittore. 
La giuria ha invece pensato di premiare chi, con i suoi testi di denuncia sociale e di viva attenzione ai problemi della gioventù, ha rappresentato in modo magistrale il cambiamento nel modo di vivere dei giovani americani e non solo. 
La musica non è marginale alla parola. 
Seguiranno tre incontri dedicati al Latin Jazz che rappresenta “incroci afro-latini nel linguaggio jazzistico”.
Mario Garassino

La ”sfumatura spagnola” o Spanish Tinge, come la chiamava il grande pianista e compositore creolo Jelly Roll Morton, intendendo in particolare i ritmi delle Indie Occidentali, è una componente che è infatti cresciuta in maniera sostanziale influenzando ed arricchendo gran parte del linguaggio jazzistico.
Non dimentichiamo che Cuba era l’isola di sosta delle navi negriere dirette nel Nord America, il luogo di “decantazione” per gli schiavi africani deportati, che vi restavano per lunghi periodi prima di approdare a New Orleans, portandovi la loro conoscenza musicale e irradiandola nel tessuto sociale della città natale del jazz, come dimostra il fatto che proprio a Cuba è nata l’habanera (anzi havanera da Avana), con il suo ritmo binario e sincopato che dal 1600 compie un viaggio a ritroso giungendo in Europa. 
A livello generale, la confluenza del complesso mondo ritmico che dal Messico e dai Caraibi si estende per tutto il continente, Brasile e Argentina inclusi, esplode con la moda delle orchestre cubane, che infiammano New York nel corso dell’era dello Swing. Mario Bauzà, Machito, Tito Puente, Chano Pozo furono i più famosi esponenti della musica afro-cubana degli anni Quaranta e sono gli stessi che vissero il periodo di incontro con il jazz, in particolare con il Be-bop, che ebbe nel trombettista Dizzy Gillespie il suo grande traghettatore, anche se fu l’orchestra di Stan Kenton la prima ad affrontare quel mondo ritmico, che da allora è stabilmente entrato a far parte dell’universo jazzistico.   
La storia ha dunque legato molte pagine sonore a questa linea artistica, che oggi è particolarmente sviluppata e vanta numerosi jazzisti di rilievo siano essi nordamericani (bianchi e/o afro-
americani) che latino-americani. E poi c’è il tango che ha assunto un ruolo inimmaginabile ai tempi del celebre disco di Gerry Mulligan con Astor Piazzolla (i due hanno avuto una presenza anche in RAI nel 1974), che risale a una quarantina di anni orsono, senza dimenticare la Bossa Nova, cioè l’unione tra jazz e samba brasiliano, una danza e un ritmo di origini africane. 
Un incontro avvenuto in maniera del tutto naturale, al punto da diventare un vero e proprio stile inserito nella storia jazzistica, ampiamente eseguito sin dalla fine degli anni Cinquanta. I jazzisti si impossessarono di tutti questi linguaggi facendoli diventare un mirabile esempio delle possibilità assimilatrici del jazz al di fuori della sua terra natale. 

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