La Riforma delle Pensioni dopo la crisi del governo Draghi

La crisi economica e sociale causata dalla pandemia, la caduta del Governo, le conseguenze per le future generazioni, sono i temi filtrati nell’articolo attraverso le problematiche pensionistiche a breve e lungo termine

Mino Schianchi

Vicepresidente ALDAI-Federmanager
Per la fine del 2022 era in agenda la Riforma delle Pensioni. Una riforma attesa da almeno due anni per garantire meccanismi di flessibilità in uscita e un impianto sostenibile, ancorato al sistema contributivo. 

Il Governo, prima di essere trascinato alle dimissioni, stava portando avanti con i Sindacati una proposta di flessibilità in uscita (pensione anticipata alternativa a quelle ordinaria prevista dalla Legge Fornero) basata su un ricalcolo contributivo, da inserire nella Legge di Bilancio che avrebbe presentata a metà ottobre. Una proposta sostenibile ma “poco elettorale” per le forze che hanno provocato la crisi di Governo. Pertanto, nel 2022 difficilmente potrà essere portata a termine. 

La riforma delle pensioni verrà riproposta nella Legge di Bilancio 2023, che però dovrà fare i conti con l’aumento dell'inflazione che assorbe ingenti risorse. Nel DEF (Documento di Economia e Finanza) dello scorso aprile si stimava per fine anno un’inflazione del 5,8%. A luglio, tuttavia, l’ISTAT l’aveva già stimata intorno al 7,9%, e non si esclude che potrebbe lievitare ulteriormente. Il che significa che misure economicamente “pesanti”, come la rivalutazione delle pensioni, potrebbero costare molti miliardi in più rispetto a quanto previsto.

La Riforma Pensioni in campagna elettorale è diventata tema di scontro politico. 

Tutti i partiti, che prima della crisi si erano espressi in maniera coordinata all’interno dell’azione di Governo, tenendo conto di reali coperture economiche e dei fondamentali obiettivi di sostenibilità finanziaria, adesso stanno illustrando le rispettive proposte senza troppa attenzione alle relative conseguenze economiche e finanziarie.
Il dibattito si è rianimato su vecchi e nuovi slogan: pensione minima da mille euro per tutti, abolizione della Riforma Fornero, pensione anticipata con la Quota 41 senza limitazioni di categoria, anticipazione della sola quota contributiva per poi attendere il resto dell’assegno al raggiungimento dei requisiti di vecchiaia. E così via, con variabili di allegra fantasia.

In effetti il tema pensioni, caro a milioni di elettori, è presentato da talune forze politiche con misure “random”: non prevedono un’organica revisione del sistema previdenziale né particolari spinte alla flessibilità in uscita, presentata ormai quasi in sordina.

La cifra del dibattito punta sul tema dei bassi importi delle attuali pensioni, dimenticando che non c’è solo il problema degli odierni pensionati poveri. Le carriere intermittenti sono soprattutto il fardello che si porteranno addosso i giovani di oggi. Ciò prefigura pensionati futuri con assegni molto bassi. Serviranno risposte di natura previdenziale e non assistenziale.

Effetti della pandemia

La crisi causata dalla pandemia non ha influito sulle pensioni attuali. Ha avuto e continua ad avere invece un impatto sul mercato del lavoro, che potrebbe penalizzare di molto le prestazioni future dei lavoratori di oggi. Nonostante le molteplici politiche volte a preservare i posti di lavoro, come sussidi, smart-working, riduzione dell’orario lavorativo le pensioni future risentiranno degli effetti della recessione legata alla pandemia. I più penalizzati saranno i giovani: molti di loro lavoravano nei settori che sono stati più colpiti, come quello alberghiero e della ristorazione, e sono di solito impiegati con contratti a termine, che hanno assorbito la maggior parte del crollo occupazionale durante la pandemia. 

È perciò urgente introdurre strumenti che tutelino chi, per instabilità occupazionale o retribuzioni limitate, rischia di trovarsi, da anziano, in condizioni di disagio economico, pur essendo stato a lungo sul mercato del lavoro.

Le donne le più penalizzate

Anche il divario di genere sul mercato del lavoro continua ad avere pesanti conseguenze al momento della pensione. Sebbene nel sistema pensionistico non vi siano elementi di calcolo delle prestazioni che differenziano esplicitamente in base al genere, il modello sociale ed economico prevalente genera divari che penalizzano i redditi delle donne. Le donne quindi si ritrovano spesso con assegni insufficienti e devono fare affidamento sul partner, con conseguenze sulla propria indipendenza.
Data la situazione contingente questi temi troveranno difficilmente risposte nel breve periodo.

Anticipo della rivalutazione 
Nel breve periodo invece il Governo dimissionario ha varato e sta varando alcune misure per la tutela dei redditi e per la rivalutazione pensioni 2023. Una notizia rassicurante riguarda la rivalutazione delle pensioni del prossimo anno, che verrà ricalcolata in base all’aumento dell’inflazione di quest’anno. Dopo la mini-rivalutazione di inizio 2022, il prossimo anno gli assegni pensionistici dovrebbero incassare una bella fetta di aumento in considerazione della fiammata inflazionistica di questi mesi che sarà incorporata nel calcolo della pensione già dal prossimo gennaio.
Inoltre con il Decreto Aiuti bis il governo ha anticipato ad ottobre la rivalutazione delle pensioni con due interventi:
  1. Recupero dello 0,2%, ovvero della differenza fra l’1,7% di inflazione stimata e l’1,9% di inflazione effettiva nel 2021; il conguaglio previsto a gennaio 2023 viene anticipato al novembre e spetta a tutti i pensionati; 
  2. Anticipo di un 2% sulla rivalutazione che scatterà da gennaio prossimo sulla base dell’inflazione 2022, anticipo che riguarderà solo la platea di pensionati con un reddito fino a 35mila euro annui. Beneficiari di questo anticipo saranno anche il 25% circa delle pensioni INPDAI, (prevalentemente pensioni ai superstiti).

Prossimo futuro
Stante l’attuale contesto politico, il risultato auspicabile in tema di flessibilità in uscita per fine 2022 potrebbe essere quello di prorogare nuovamente al 2023 gli attuali strumenti sperimentali in vigore:
  • l’APE Sociale, che consente a determinate categorie di lavoratori (disoccupati, caregiver, persone con disabilità almeno al 74%, addetti a mansioni usuranti), di andare in pensione con 63 anni di età e 30 o 36 anni di contributi (più altri requisiti, a seconda della categorie di appartenenza).
  • la Quota 102, utilizzabile a 64 anni di età con 38 anni di contributi: al momento, entrambi i requisiti vanno maturati entro il 31 dicembre 2022.
  • l’Opzione Donna, che consente alle lavoratrici di andare in pensione con almeno 58 anni di età se dipendenti e 59 se autonome, con 35 anni di contributi, tutti requisiti che vanno maturati entro il 31 dicembre 2021. 
La proroga allungherebbe di un anno il paletto per tutti i requisiti, e darebbe al nuovo Governo e al nuovo Parlamento il tempo per fare la riforma delle pensioni.
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