Pensioni: breve storia del futuro

“Nessuno può recepire tutte le più recenti scoperte scientifiche, nessuno può fare previsioni su quale sarà l’assetto dell’economia globale nei prossimi dieci anni, e nessuno ha uno straccio di indizio di dove ci stiamo dirigendo con così tanta fretta”.

Antonio Dentato

Componente Sezione Pensionati Assidifer - Federmanager
Premessa
È la confessione di chi, pur immaginando grandi progressi dell’umanità nei tempi a venire, realisticamente non azzarda convinte previsioni. Avverte il caos del presente e segnala il rischio delle incertezze che si profilano per i tempi a venire.  Sintesi che desumiamo da “Homo Deus: Breve storia del futuro”. Ed.  Bompiani, 2017; best-seller dello storico israeliano Yuval Noah Harari, come continuazione del precedente “Homo Sapiens, Da animali a dei. Breve storia dell'umanità”. L’autore descrive lo sviluppo della storia umana, dall'evoluzione nell'Età della pietra fino alla rivoluzione politica e a quella tecnologica del XXI secolo. Visioni. Ipotesi che prescindono da aspetti spirituali dell’uomo e lo proiettano nel futuro solo in rapporto alla sua composizione fisica: “geni, ormoni e neuroni che obbediscono alle stesse leggi fisiche e chimiche che governano il resto della realtà”.
Harari, si fa carico dell’ansia che pongono concezioni come quella da lui esposta e ammonisce sui pericoli che possono derivare dalla fretta con cui l’umanità procede verso le innovazioni tecnologiche; chiama a riflettere sulle incertezze che accompagnano la nostra esistenza.  
Ma agli operatori della vita sociale e, soprattutto, agli operatori della politica non è consentito adagiarsi su tempi lunghi per decidere, incalzati come sono dall'esigenza di fronteggiare le urgenze più immediate.  Le incertezze sono il contesto in cui sono obbligati ad operare.  Ne avvertono i rischi, ma sono costretti a disporre interventi in ragione delle esigenze sempre nuove che costantemente si presentano. Salvo poi ad intervenire con frequenti aggiustamenti, avvalendosi di modelli di analisi macroeconomici che, solo in via approssimativa, possono proteggere da errori connessi alla volatilità dei fatti economici e dal succedersi degli avvenimenti sociali. Con un’eccezione di notevole rilievo: rispetto all'invecchiamento della popolazione essi non hanno alibi, perché questo è fenomeno che si svolge sotto i nostri occhi. E, inoltre, le banche dati accumulate sull'evoluzione demografica dei singoli Paesi, e a livello globale, rappresentano una formidabile miniera informativa sui cui giacimenti possono elaborare previsioni accurate. È vero che le oscillazioni legate alle transizioni demografiche e ad eventi congiunturali possono determinare variazioni significative rispetto alle previsioni ma, quando analisi da diverse fonti proiettano lo stesso segno di tendenza, quelle previsioni possono essere lette pressoché come certe. E, pertanto, quando i decisori prescindono dal loro corretto utilizzo, assumono colpevolmente decisioni sbagliate. Decisioni le cui conseguenze, gravi, saranno pagate, poi, dalle generazioni future. 

Un fenomeno globale
La Banca Centrale Europea (BCE) ha prodotto un’ampia analisi su “L’impatto economico dell’invecchiamento della popolazione e delle Riforme pensionistiche”. Lo studio, allegato al Bollettino economico n.2/2018, (pp.87, segg.), parte dalle proiezioni demografiche che consentono i dati prodotti da Enti internazionali (Es. Eurostat, OCSE) e analizza le problematiche che pone il fenomeno demografico sulle politiche pensionistiche a livello globale. Osserva che l’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno “circoscritto all'area dell’euro ma è al contrario diffuso a livello mondiale” e che, soprattutto, si va intensificando progressivamente.  Le principali determinanti di questo fenomeno, si legge nello studio, sono nei bassi tassi di natalità e nell'ulteriore allungamento dell’aspettativa di vita.  Due fenomeni che si connettono alla proiezione relativa all'indice di dipendenza degli anziani. Indice definito come il numero di persone di età superiore o uguale ai 65 anni in percentuale della popolazione in età lavorativa (ovvero i soggetti dai 15 ai 64 anni); la tendenza è verso un rilevante incremento.
Nelle proiezioni al 2080, l’indice relativo all'Italia supera il 60% (Fig. n.1). Dieci punti e più sopra la media europea.
Tale incremento implica una riduzione del numero di lavoratori a carico dei quali, potenzialmente, è posto ciascun pensionato. Secondo le analisi della Banca europea, il processo in atto, la cui origine nasce dall'intrecciarsi dell’allungamento dell’aspettativa di vita, aumento di dipendenza degli anziani e bassi tassi di fertilità e, quindi, diminuzione della popolazione, produrrà una serie di fatti negativi sull'offerta di lavoro, sulla produttività, sulla crescita potenziale.
L'invecchiamento, inoltre, determinerà variazioni rilevanti nei profili di consumo e risparmio. Nei Paesi dell’area euro - spiega ancora l’analisi - si sono determinate pressioni al rialzo della spesa pubblica per pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo. Pertanto, anche per fronteggiare la crisi del debito sovrano e l’aumento dei livelli di debito pubblico è cresciuta l’esigenza di Riforme dei sistemi previdenziali pubblici.
Figura 1

Figura 1

Riforme modificative di regimi pensionistici che, soprattutto, hanno elevato l’età effettiva di pensionamento, e che, nel contempo, hanno ridotto i miglioramenti dei trattamenti in atto (ad es. in Italia, le frequenti sospensioni della perequazione o i ripetuti prelievi mediante contributi di solidarietà). E, inoltre, interventi che hanno ridotto la trasformazione delle retribuzioni pensionabili in diritti pensionistici, dando luogo all'aumento del numero di anni di lavoro necessari in sede di calcolo della retribuzione pensionabile.
Alcuni Paesi hanno adottato meccanismi di aggiustamento automatico, collegando i parametri pensionistici fondamentali all'allungamento dell’aspettativa di vita per rendere più sostenibili i propri sistemi previdenziali pubblici. Peraltro, in questi anni, a fronte di una crescita economica complessivamente lenta, i Governi sono intervenuti con numerose e diversificate Riforme, attingendo a piene mani dal sistema pensionistico. C’è però una buona notizia: gli anni più recenti hanno visto atteggiamenti politici meno aggressivi. Anche se non dovunque e non con la stessa percezione dei fatti.  Come diremo successivamente.
L’OCSE interviene costantemente sul tema dell’invecchiamento monitorandone l’evoluzione e le connesse problematiche pensionistiche. Nella pubblicazione "Pensions at a Glance 2017: OECD and G20 Indicators OECD (2017), Publishing, Paris”, conferma la buona notizia.  I Paesi membri, nel periodo 2015-17, hanno introdotto un minor numero di Riforme pensionistiche rispetto agli anni 2009-15. Si calcola una riduzione di circa un terzo tra i due periodi. Ovviamente si tratta di un esercizio solo quantitativo. Ma, anche con tale limite, il rallentamento delle Riforme, dice l’OCSE, fa ritenere che alcuni Paesi abbiano già adottato nuove politiche a sostegno dell’invecchiamento e che altri hanno migliorato le prospettive di reddito pensionistico. 

Un cantiere sempre aperto
Constatazione questa, come accennato, in linea con l’analisi contenuta nel Bollettino BCE. Nella quale è confortante leggere che “la rapidità di attuazione delle Riforme sembra essere diminuita”, in conseguenza della “ripresa economica in atto e il venir meno della crisi del debito sovrano”. Pertanto “i Governi ora subiscono minori pressioni ad adottare Riforme previdenziali”. La rassicurazione però è subito smorzata da avvisi più rigorosi. La Banca di Francoforte ritiene che i Governi non debbano “indulgere nell'autocompiacimento ..., perché le pressioni pensionistiche potrebbero rivelarsi più forti del previsto, ad esempio se gli andamenti economici dovessero rivelarsi meno favorevoli di quelli ipotizzati”. E, pertanto, le Riforme introdotte “potrebbero non essere sufficienti ad affrontare in modo esaustivo le sfide connesse all'evoluzione demografica dei paesi appartenenti all'area dell’euro”. E, per questo, incita ad insistere; a tenere aperto il cantiere riformistico delle pensioni.   Piuttosto che attenuare le politiche relative durante i periodi di congiuntura economica favorevole, i Governi – dice -  dovrebbero profittarne per varare quelle di lungo periodo, più adatte a fronteggiare le sfide poste dall'invecchiamento. Anche perché, continua, l’esperienza insegna che, durante i cicli di maggiore crescita, i costi politici di tali Riforme sono meno pesanti.
Osserviamo. Alle esigenze di Riforme non tutti gli Stati hanno risposto con gli stessi provvedimenti.  Perché le tipologie di welfare state provengono da una lunga storia di ristrutturazioni. In Europa le Riforme si sono sviluppate intorno a due modelli pensionistici fondamentali (bismarckiano: assicurazione pensionistica obbligatoria dei lavoratori, e beveridgeano, pensione prevista soltanto per gli anziani poveri sulla base del requisito del bisogno). Va detto, per chiarezza che, malgrado i difetti, questi sistemi pensionistici (che hanno trovato elementi di convergenza nei rispettivi percorsi), se non hanno completamente eliminato, quantomeno, in tutti i Paesi sviluppati, hanno operato una consistente riduzione dell’povertà assoluta derivante dall'invecchiamento: la piaga endemica degli anni cinquanta e sessanta. 
Per quanto riguarda le Riforme a livello globale, riteniamo vadano lette in maniera molto più articolata. Da rintracciare in ben cinque transizioni demografiche che hanno attraversato i due ultimi secoli. (Cfr. Our world in data, Max Roser and Esteban Ortiz-Ospina (2018) - "World Population Growth" updated April 2017). Possiamo dire che, di massima, gli interventi più ricorrenti hanno riguardato la perequazione delle pensioni, l’aumento dell’età di pensionamento, la riduzione del tasso di sostituzione, la conversione dei sistemi pensionistici a ripartizione in sistemi finanziati interamente a capitalizzazione, i regimi fiscali. 

L’invecchiamento in Italia
L’evoluzione demografica nel nostro Paese è monitorata costantemente dal nostro Istituto di statistica, l’Istat. Che la espone mediante diversificate tipologie di analisi. Recentemente (3 maggio,2018) lo studio ha riguardato: "Il futuro demografico del paese". Le previsioni sono al 2065, con base dati al 2017. Prevede (secondo uno scenario mediano) che la popolazione residente scenderà progressivamente da 60,6 milioni del 2017 fino a 59 milioni nel 2045 e a 54,1 milioni nel 2065. Pur con tutte le cautele con cui vanno prese le previsioni, in rapporto alle oscillazioni demografiche di cui abbiamo detto sopra, non riusciamo a leggerle in maniera tranquillizzante. I dati, infatti, confermano le tendenze formulate anche dagli organismi internazionali (Fig.2).


Figura 2

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Le previsioni dicono che l’invecchiamento della popolazione è da “ritenersi certo e intenso”. Il picco colpirà l’Italia nel 2045-50, quando si riscontrerà una quota di ultra sessantacinquenni vicina al 34%. Fenomeno questo strettamente connesso al rapporto tra nascite e decessi. Le future nascite, quasi certamente, non potranno compensare i futuri decessi. E questo (è la nostra constatazione) in continuità con la tendenza già in atto (Fig. n 3). Né il recupero di fecondità parziale, da 1,34 figli per donna nel 2017 a 1,59 entro il 2065 sarà sufficiente a compensare l’aumentato dei decessi fino al 2040. Nel frattempo crescerà  il numero degli anziani (65 anni e più).  Merito delle migliori condizioni di vita, presenti e future che fanno prevedere l’allungamento della vita media entro il 2065: per gli uomini a 86,1 anni e 90,2 anni per le donne, a fronte di 80,6 e 85 anni nel 2016. Previsioni demografiche, queste dell’Istat, che hanno il fondamentale scopo di rappresentare il possibile andamento futuro della popolazione. Sono uno strumento, importante, a “supporto delle decisioni nelle politiche di natura economica e sociale”. In particolare, decisioni sulla protezione sciale, a cominciare, diciamo noi, da quelle relative alle strategie da mettere in campo per sostenere un fenomeno che, al tempo che viviamo, non può più essere considerato un handicap o, peggio, una minaccia, bensì può costituire nuovo fattore di dinamismo sociale e di competitività per lo sviluppo.
Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali nel "Quaderno di approfondimento 2018" concentra l’analisi su “Le sfide della non autosufficienza” connessa all'invecchiamento.  E, con molta efficacia, osserva che “il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione in Italia ha una dimensione particolare, che può essere sintetizzata nell’espressione: si vive di più, ma non meglio”. Si sofferma, con dovizia di dati, sui costi della dipendenza e solleva il problema del reperimento delle risorse per fronteggiarlo. Di qui la proposta di avviare una serie di riflessioni sulla materia. Riflessioni intese a promuovere un nuovo corso nelle politiche previdenziali.
Figura 3

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In particolare quelle relative alla obbligatorietà (o meno) dell’adesione a forme (individuali o collettive) di protezione dai rischi di dipendenza, quelle relative all'interazione tra tutti gli attori che operano nel campo delle relative prestazioni, quelle concernenti i regimi fiscali. Cui si aggiungono quelle offerte dalle possibili sinergie pubblico/privato. Richiama, molto opportunamente, il “Pilastro dei diritti sociali” sottoscritto durante il vertice sociale per l'occupazione equa e la crescita (17 novembre 2017, Göteborg, Svezia).  Il documento contiene, infatti, indirizzi che aprono a nuove sfide, in rapporto   agli sviluppi sociali e demografici dell’Unione e dei singoli Stati che la compongono. A questi fini sarà necessario studiare una combinazione di soluzioni relative ai problemi fin qui segnalati, assumendo il fenomeno demografico come una delle questioni fondamentali del XXI secolo.

Conclusioni 
Le cose fin qui dette ci consentono almeno tre conclusioni. 
La prima. Partiamo da quanto più volte scritto su questa Rivista: i lavoratori e i pensionati italiani hanno già dato. Non sono stati esonerati da nessuna misura riduttiva praticabile sul sistema pensionistico.  Le hanno subite tutte: complice l’impulso di propagandate fake news relative alla spesa pensionistica italiana rispetto al PIL. Ora, sensibilità politica vorrebbe che a questa pratica si mettesse la parola fine.  Anche nella previsione che le pressioni sulla spesa pensionistica dell’Italia diminuiranno, perché si presume che questa andrà progressivamente riducendosi, come segnala anche il Rapporto di Eurostat: “The 2015 Ageing Report EUROPEAN ECONOMY 3|2015”, pagina 73 e segg.  In questa prospettiva ci si attende che la politica imbocchi un diverso corso in materia pensionistica. Che smetta di “sottrarre altre risorse a chi ha contribuito alla previdenza e pagato onestamente le tasse, rispettando le regole, in un’economia alterata e inquinata dall’evasione e dalla corruzione” (Cfr. A. Del Boca e A. Mundo, l'inganno generazionale, Ed. Univ. Bocconi), e, cominci ad adottare provvedimenti di carattere strategico. Che affronti gli aspetti critici del nostro tempo: l’invecchiamento, il saldo naturale negativo della popolazione (Fig.n.3). Fattori, questi sì, che pongono una seria ipoteca sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Occorre, pertanto, cambiare radicalmente l’approccio alla questione pensionistica. Basta con la propagandata idea di fare giustizia generazionale distruggendo il sistema previdenziale (Es. proposta di modifica art.38 Cost.). Occorre partire dalla decrescita della popolazione, dal declino dei tassi di natalità, dalle conseguenze del processo di invecchiamento.  Occorrono, pertanto, misure di lungo periodo. 
La seconda. Non sapremo mai se, nei tempi che verranno, gli uomini avranno sconfitto la vecchiaia e avranno raggiunto livelli di “amortalità”. Non riusciremo a saperlo, perché, alle condizioni attuali, non ce lo consente il procedere naturale della vita. E nella “Storia breve del Futuro”, sottotitolo dell’opera “Homo Deus” da noi parafrasato come intestazione del presente articolo, non riusciamo a trovare elementi adeguati di orientamento.  Ma quando l’autore invita a guardare allo sviluppo della vita “in maniera davvero ambiziosa e lungimirante”, propone di riflettere sugli sviluppi tecnologici e sulle corrispondenti vicende che coinvolgeranno la società, la vita quotidiana, la politica. Di questo dovremmo prendere consapevolezza e affrontare con sensibilità nuova le sfide che ci stanno davanti. A cominciare dalle più immediate, fra le quali quella, primaria, di fronteggiare le conseguenze dell’invecchiamento. Prima che “algoritmi molto intelligenti” dispongano, essi, sul nostro futuro. Per governare il fenomeno, lo storico non ci offre istruzioni.  Dobbiamo affidarci perciò alle proiezioni e alle analisi, via via aggiornate, come descritte sopra. In esse leggiamo un futuro incerto, non rassicurante.  Almeno per quanto riguarda l’economia e il suo sviluppo. Non è rassicurante soprattutto per quei Paesi dove la politica si mostra incapace di capirne le cause, di rilevarne i processi in atto. Per stare all'Italia, non possiamo non tener conto delle misure fin ora adottate a sostegno dell’invecchiamento. Modeste, senza nessuna prospettiva legata allo sviluppo demografico e al potenziale produttivo del Paese. E per la parte pensionistica, quelle, per lo più, depressive sui trattamenti in corso, con tagli ricorrenti, proposte di ricalcoli, penalizzazioni della reversibilità. Provvedimenti motivati da informazioni difettose sulla spesa pensionistica e spesso giustificati dalla rozza quanto infelice narrazione di padri che nottetempo avrebbero messo le mani nelle tasche dei figli, rubando loro la pensione. Politiche prodotte con la testa girata all’indietro, piuttosto che con l’occhio attento alla successione delle fasi di transizioni demografiche e alle relative conseguenze economiche e sociali.   
La terza è una manifestazione di ottimismo. Nonostante i contraddittori atteggiamenti delle politiche finora osservate, confidiamo nell'ottimismo della volontà. Vogliamo credere a una politica che sappia scrivere una nuova storia delle pensioni coi tempi verbali coniugati al futuro.  Una storia dove i capitoli non abbiano per oggetto misure sottrattive, blocchi perequativi e simili, ma che parlino, invece, di crescita della popolazione, di potenziamento della vita delle famiglie, di lavoro per i giovani, dell’inversione dell’attuale trend decrescente delle nascite. Una storia, infine, dove l’invecchiamento sia un importante capitolo delle conquiste di civiltà.

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