Costruire fiducia

Gli stereotipi su giovani e mondo del lavoro alimentano un dibattito distorto: per affrontare la questione serve esaminare bene i dati e proporre soluzioni conseguenti

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Maria Cristina Origlia

Giornalista, Presidente del Comitato Scientifico del Forum della Meritocrazia


Quando si parla di giovani, così come capita su tanti, troppi, temi scomodi, le opinioni tendono a polarizzarsi, disegnando un quadro quantomeno distorto dei fatti. La causa sta spesso, come scrivo nel libro fresco di stampa Lavoro e Fiducia. Dalle false narrazioni al coraggio di trasformare la realtà, in una disinformazione, che confonde l’opinione pubblica inibendo la fiducia di poter cambiare le cose.

Per quanto riguarda i giovani, c’è chi li dipinge come degli sfaticati, non inclini al sacrificio, privi di motivazione e desiderio. E c’è chi li considera pretenziosi, arroganti e incapaci di adattarsi alle regole del mondo del lavoro. Sono entrambe letture estreme di una situazione complessa, che richiede onestà intellettuale e ancoraggio ai dati, per essere affrontata.

La dispersione scolastica e la percentuale di Neet in Italia è talmente alta rispetto agli altri Paesi europei (con 1,4 milioni nella fascia 15-19, che diventano 2 milioni se si estende sino ai 34 anni, siamo secondi solo alla Romania), che richiede analisi approfondite per comprenderne le ragioni. Secondo il primo studio di Dedalo – Laboratorio permanente sul fenomeno dei Neet, promosso da Fondazione Gi Group in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, le cause sono tante. Molte hanno a che fare con il contesto, che sia durante il percorso scolastico sia durante la fase di transizione scuola-lavoro sia nel momento d’ingresso nel mondo del lavoro, non facilita la vita ai giovani. Forse, prima di definirli una massa di sfaticati, sarebbe dunque il caso di agire sul fronte educativo, attraverso programmi strutturati di accompagnamento, orientamento e avvicinamento al lavoro, per creare opportunità di sviluppo individuale e collettivo anche, e soprattutto, laddove non ci sono condizioni favorevoli.

Invece, i dati ci dicono che nel 2022 solo il 17,5% degli studenti in percorsi scolastici ha effettuato esperienze di tirocinio contro la media del 33,2% nei paesi Oecd (e il 72,5% in Germania); che nel 2023 i giovani nella fascia 15-34 anni che studiano e lavorano sono il 4% rispetto alla media UE dell’11,5% (e al 37,2% dei Paesi Bassi); che nel 2024 il tasso part-time involontario tra i 15-29 anni è pari al 60,9%, il più alto in Europa, la cui media è pari al 18%. E, ancora, che nel 2024, i giovani tra i 15-29 anni che lavorano ma sono a rischio povertà sono il 18,1% rispetto alla media UE dell’8,8%. Un ultimo dato: secondo Eurofound, l’emergenza Neet nel 2023 ha comportato una perdita economica di circa 24 miliardi e mezzo di euro, pari a 1,22% del Pil italiano, una delle più grandi a livello europeo. Per non parlare dei costi sociali, del rischio emarginazione, della perdita di speranza.

Per quanto riguarda, invece, l’opinione secondo cui le nuove generazioni hanno solo pretese e sono impossibili da ingaggiare e fidelizzare, vale la pena fare ulteriori riflessioni. Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente rispetto al secolo scorso: le tecnologie hanno fatto saltare le dimensioni del tempo e dello spazio, le competenze hanno assunto un potere straordinario cambiando gli equilibri della relazione lavoratore-datore di lavoro, gli sconvolgimenti climatici, pandemici e geopolitici hanno posto nuove domande di senso. In una recente video intervista a Capitani Coraggiosi per Harvard Business Review Italia, Tiziano Tassi, giovane Ceo di Caffeina, ha dichiarato che la Gen Z non chiede nulla di diverso dalle generazioni precedenti, ma esprime i suoi desiderata in modo più forte e chiaro. Ciò che la caratterizza, semmai, è una maggiore sfiducia verso le aziende e il futuro, cosa che va compresa, non combattuta, con percorsi di sviluppo dell’empatia, proponendo soluzioni, avanzando risposte. Il problema è che spesso il mondo del lavoro non offre granché, a partire dalle condizioni di valorizzazione delle competenze, riconoscimento dei meriti, retribuzioni adeguate.

Del resto, il carente investimento sui giovani risulta evidente dagli ultimi dati sull’andamento dell’occupazione, in crescita, ma molto più per gli over 55 che per i giovani e le donne, oltre al fatto che ad aumentare è soprattutto il lavoro “povero”, in settori a basso valore aggiunto e a bassa qualificazione del capitale umano e a bassa competitività.

Ma anche nelle situazioni migliori, rimane il fatto che secondo l’European Workforce Study 2025 di Gptw, abbiamo la soddisfazione lavorativa più bassa d’Europa, a causa in particolare di una leadership non allineata ai valori dichiarati e a retribuzioni percepite come inique. Rincara la dose il Salary Satisfaction Report 2024 di JobPricing e Infojobs, che rileva una percezione di iniquità diffusa, dovuta a opportunità di avanzamento e valutazioni delle performance non distribuite secondo criteri equi e una generale cultura aziendale che non valorizza adeguatamente il merito. Fattori rilevati anche dal Report 2024 dell’Osservatorio HR PoliMI, secondo cui solo il 16% dei lavoratori si sente correttamente riconosciuto in un contesto generale, in cui la disconnessione tra raggiungimento obiettivi e valorizzazione delle competenze è molto forte.

Alla luce di tale disamina, si possono davvero biasimare i giovani che cercano altrove soddisfazione ai loro bisogni esistenziali che, vale la pena ricordare, non sono solo materiali?!


Tratto da Progetto Manager
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